Maurizio Lai: architetto, scenografo e designer da Padova a Milano passando per Venezia. Il suo motto è: “Se qualcuno vi dirà che altrove è la via, sognate più forte, il profumo verrà”

La mia chiacchierata con Maurizio sembra avere come sottofondo le parole di Gino Paoli: … eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo, destinati a qualche cosa in più… si parlava con profondità di anarchia e di libertà. Tra un bicchier di coca ed un caffè tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi farò…
Maurizio mi porta nel suo mondo creativo nello stesso modo in cui, da istruttore sub e appassionato di mondi sommersi, accompagna le persone sotto la crosta di ghiaccio nuotando nell’acqua fredda: si entra attraverso un buco nel buio delle profondità buttandosi in qualcosa di oscuro e inesplorato e da un foro si ritorna in superficie, alla luce. Questo viaggio metaforico rispecchia un viaggio nell’interiorità di Maurizio, da cui traspare la sua intimità; la sua intraprendenza e sicurezza sono come una crosta dura di ghiaccio che protegge la fluidità dell’acqua in cui si trovano la timidezza e la pazienza. C’è una sensazione di pacatezza che traspare già mentre racconta la sua storia con toni bassi e ritmi lenti; è un’anticipazione di quel suo modo di approcciare ai progetti in maniera poco poetica, ma analitica, apparentemente pratica, ma con un mondo interiore che non riesce ad esternare.

Luce e acqua, riflessioni, forme geometriche che s’intrecciano sono gli elementi che caratterizzano i suoi progetti: Maurizio taglia le pareti ed i soffitti nascondendo fonti luminose e creando una scatola bianca da cui escono segni di luce che talvolta si infiammano, simboleggiando il fuoco che colora, scalda, stimola le sensazioni ed attiva la passione. Il fuoco crea attenzione e aggregazione e come tutte le fonti naturali di vita aiuta a sognare, esalta la magia.

La luce è la mia passione – dice Maurizio – è una componente intrinseca del progetto e dell’oggetto architettonico, una vera e propria superficie geometrica con delle regole che mutano a seconda del luogo, del tempo e dell’umore”.

Maurizio si serve anche degli specchi che, uniti alla luce, disegnano proiezioni infinite e dilatano lo spazio portandolo oltre, rendendolo fantastico e portando oltre anche lo spettatore; lo specchio è ancora l’acqua che t’imbroglia e seduce.

Come Maurizio bambino arriva ad essere Maurizio Lai, il professionista che vince, dal 2015 ad oggi, con i suoi progetti i vari premi: Archilovers Best Project, Restaurant & Bar Design Award, Archmaratons Award, Win Awards, Ceramics of Italy, Food and Wine Italia Awards e Dezeen Awards?

Fin dall’infanzia, insieme al fratello di undici mesi più giovane, con l’aiuto della madre Maurizio coltiva la passione per il disegno e le costruzioni. A quattro anni disegna a tempera tutto ciò che vede, costruisce marionette che riveste con i tessuti della mamma sarta, costruisce scatole che cambiano scala a seconda delle dimensioni degli oggetti che contengono: automobiline, soldatini, Big Jim. Poi passa alla costruzione di presepi che diventano sempre più grandi.
Le prospettive s’allargano e all’inizio delle scuole medie s’appassiona agli oli e agli acrilici; con il fratello e con l’aiuto di un aerografo che utilizza con un aerosol per raffreddore anziché un compressore, si dedica al modellismo statico costruendo carri armati ed aerei creando l’ambientazione intorno e spruzzandola con i colori. Non si ferma: crea forme con il gesso dipingendole e poi si dedica ai puzzles.

Su suggerimento dei professori, i genitori lo iscrivono al liceo artistico di Padova ed il passo all’università di architettura è in seguito automatico.
A Venezia i primi tre anni di università sono molto intensi e positivi: Maurizio si dedica allo studio con dedizione e passione, fino alla svolta: decide di fare il servizio militare riuscendo a rimanere a Venezia per continuare a studiare per dare gli esami. In caserma fa i primi incontri importanti avendo come commilitoni i figli di Agnelli e Boniperti.
Terminato il servizio militare, continuando a restare iscritto all’università di Venezia, si trasferisce a Milano approdando per pochi mesi nello studio di un fotografo di moda dove si apre il mondo delle star, un mondo affascinante agli occhi di Maurizio.  Vive comunque il contrasto tra le due città, sentendo la mancanza della laguna veneta con l’acqua a cui è tanto affezionato. Segue un periodo nello studio di un altro fotografo legato al mondo dell’acconciatura e lì sui visi di persone famose, disegna con quattro matite ed una penna sottilissima acconciature diverse che finiranno sui libri; è una strana esperienza in un sistema a cui in quegli anni tutti ambivano e in cui Maurizio si fa trascinare. Contemporaneamente, per mantenersi agli studi e vivere lontano dalla casa dei genitori, fa lavori diversi, anche manuali.

Verso la fine degli anni ’80, collabora con la Artes di Settimo Milanese, ditta che realizza allestimenti per sfilate, stand e negozi di moda, disegnando casse per gli imballaggi e montando gli allestimenti e intanto continua a studiare per dare gli esami, ora al Politecnico di Milano dove infine si laurea.
A partire dagli anni ’90 inizia a lavorare in TV, negli studi di Mediaset creando scenografie televisive per circa dieci anni: aprendo un laboratorio di costruzione e montaggio, affianca disegno e realizzazione.
Decidendo di vivere e lavorare a Milano, Maurizio sceglie Lambrate attratto dalla densità rarefatta dei suoi spazi immaginando che lì, nel tempo, si sarebbe insediata la comunità artistica.

Maurizio è ancora scenografo e costruttore ed arriva ad essere architetto seguendo un percorso trasversale, forse come dice lui le cose arrivano per caso.
Forse è con I viaggi del ventaglio, quando gli vengono commissionati gli interni della loro agenzia di Milano che l’esperienza scenografica si trasferisce nel design: successivamente arriverà anche l’esperienza con Club Med.
Lì l’architetto diventa il primo anello di una catena di artigiani preposti alla realizzazione di un manufatto attraverso le sue informazioni: il regista. In quanto regista Maurizio ha tutto dentro di sé, nasconde il progetto, lo tiene nella sua mente confidando nella fiducia del cliente, attento a non commettere il minimo errore e presentando alla fine l’opera compiuta.

Per Maurizio il progetto di un architetto, qualunque sia la tipologia, è eccezionale quando fortemente omogeneo o fortemente disomogeneo: le operazioni a metà non funzionano mai, come quando si fa una curvetta, un segno debole per seguire una forma di organicismo anziché disegnare un tratto forte che dà una svolta.
Mentre Maurizio da una parte sogna la costruzione di una sua casetta con un laghetto intorno dove tuffarsi nell’acqua, dall’altra continua a tuffarsi nel mondo professionale con la testa per continuare a giocare perché per lui nel lavoro è fondamentale divertirsi.

Nel frattempo, si sta preparando ad un nuovo tuffo in un mondo inesplorato … non mi accenna nulla e sarà una sorpresa!!
La storia si chiude qui con la frase di un apneista nato quasi cent’anni fa a Shangai, secondogenito di un architetto francese: Jacques Mayol.
Il mare è la nostra culla. Siamo fatti, in gran parte, della sua stessa sostanza. Sott’acqua non sono limitato dalla forza di gravità, è davvero come essere in un’altra dimensione… in un altro mondo. L’uomo va sott’acqua perché corrisponde a un bisogno del suo subconscio… per ricercare le sue origini… È un ritorno, dunque, e questo ritornare è una forma di sicurezza interiore. Quando hai conosciuto una persona… un posto bello… pensi sempre di ritornarci, no?