Che cos’è il design?
Un’impronta che scotta.
Che cos’è la filosofia?
Un fuoco che imprime.
“Qual è, pertanto, il punto comune alla filosofia e al design, del design e della filosofia insieme?”
Con Agostino, se mi chiedessero di rispondere univocamente intorno allo speciale tópos (τόπος)di incontro fra queste discipline, ebbene, non potrei che rinunciare, costretto a tacere, a sospendere l’opera di incorporazione, di appropriazione, di significazione. Eppure, sempre con Agostino, nel semplice “atto dell’esistere”, al di là dell’astrazione a tutti i costi, è forse possibile tematizzare senza spiegare, penetrare senza dichiarare, definire senza definire.
Tanto la filosofia quanto il design, del resto, rifuggono la definibilità strettamente intesa, essendo entrambi, per un verso o per l’altro, figli legittimi della precarietà, parenti della verità concettuale o fattuale prima che dell’illegittimità dell’esattezza. Inesatti per nascita e statuto, ambedue vengono “procurati” dalla spaccatura per poi essere accuditi nel limaccioso limbo mondano fra essenza e fenomeno.
Nella presa in cura, nell’heideggeriana besorgen – la filosofia per la strada della speculazione, il design per quella della formalizzazione estetico-funzionale –, sembrano venire alla luce come percorsi dell’attaccamento (attachment), dell’azione procurante, di volta in volta diretta verso la teoria o la poiesi, comunemente umana per esistenziali, per locutori, per interlocutori.
Frattanto, come il nostro fortuito scivolamento logico pare suggerire, la parola della “comunanza” e quella della “locuzione” paiono indicare nella descrizione, nella graphía (γραφία), che è al tempo stesso scrittura e disegno, l’incrocio in cui filosofia e design possono per un istante appaiarsi, brevemente confondersi, intensamente scambiarsi l’ossigeno e l’immedesimazione.
Epperò, i lettori più avveduti – i realisti comprensibilmente restii alla fantasticheria che non tocca terra – potrebbero facilmente contestarmi la rarefazione di questo discorso, etereo fino all’impersonalità.
Lo capirei, lo accetterei, addirittura concorderei. Sì, perché la filosofia e il design, come del resto tutte le commozioni artistiche o scientifiche dell’umano, sono di per sé nulli senza la particolare, storicizzata, referenza dell’uomo agente: dell’uomo-filosofo, dell’uomo-designer, dell’uomo filosofo del design.
Pertanto, dopo il mio doveroso emendamento, evinciamo chiaramente che soltanto sul terreno dell’umano, dell’ente-che-noi-stessi-siamo, nella personalizzazione dell’intuizione, del metodo o del gesto, è possibile topografare l’attaccamento, l’attività procurante che, in un modo o nell’altro, ci induce a filosofare e ad architettare, a proiettarci nell’oggetto del nostro ingegno fino a divenire quello stesso oggetto e quel medesimo ingegno a cui esso soggiace.
Noi tutti, negli stivali dei vignaiolidella fondazione, dal vigneto delle nostre origini, procuriamo, ci attacchiamo e fermentiamo le produzioni della nostra intelligenza millenaria, maneggiando “insieme” il tatto comune di essenti politici come quegli stessi maestri georgiani Qvevri – nella viticoltura antidiluviana del Caucaso meridionale – facevano con le uve delle primizie, abbracciandole coll’eucalipto, germinandole con la loro intatta metafisica dell’attenzione.
Dal vinattiere: i custodi del quartiere



A proposito di attenzione, cura, attaccamento e viticoltura, chi meglio di un vineyard di quartiere può sventare il rischio di intellettualismo senza darcela a bere e facendoci, piuttosto, vivacemente, bere una bollicina sensibile, concreta, che non mente?
In via Cadore 30, nella Porta Romana degli habitué, la sana abitudine enogastronomica è di casa Dal Vinattiere, ridente vineria urbana col vizio del buon degustare e del buon accogliere, del custodire una koinè culturale che eccede l’anagrafica e che disegna, piuttosto, una “topografica degli affetti”, una filosofia dell’ospitalità, uno schizzo naturale di familiarità sostanziale e, nondimeno, di pregio qualitativo, di cura senza riserve tra le riserve scelte di una cantina prelibata a cavallo delle Alpi, dalla Loira al Po’ e ritorno, di fiume in fiume, di terra in quartiere per l’“Osteria di quartiere”, della Milano-città che trabocca di eventi e scarseggia di costumi, del perlage impareggiabile della quotidianità costumata del con-essere-nel-mondo.
«Buonasera Paola, potremmo sederci nel dehors?».
«Ma certo gioia, accomodatevi pure!».
L’effervescente Paola, factotum del Vinattiere, ci accoglie così nello spazio dell’attaccamento, nell’attacco di via Spartaco, nel gladio di quartiere favorito dai bon viveur, dai buongustai consuetudinari, dai gaudenti della genuinità.
Sullo sfondo, intanto, l’oste Emidio agghinda la ghisa con calcine scelte prima di tramestare tra gli scaffali della sua passione: passione italiana epperò smaltata con la francesità posh dei piattini parigini e la patina color rubino degli infusi del Rodano, via d’accesso tannica al paradiso.
Nel ritrovo limbico del vinattiere, nella Cadore dei vivant ebbri di giovialità e piccoli gesti, dagli esterni scabri e familiari, di rimbalzo fino a quelli lignei e capillari degli interni, rivive il disegno scelto di una gestione consumata eppure inconsumata dai fosfeni d’allodola della capitale delle mode di vapore che sfumano nell’appariscenza effimera delle evanescenze del quadrilatero.
Dal Vinattiere, la transitorietà inappartenente della swingin’ Milano si tramuta nel transito colorato, pittoresco, gentile di Paola, nella permanenza laconica e degna di Emidio, negli affreschi alle pareti, nello swing di Davis che rimbalza tra le pareti e le botti di castagno, kind of blue tra i bianchi e i rossi, nel rosato contrappunto musicale che conduce al crepuscolo, roseo fintanto che termina l’assolo, amarena nel cuore della Borgogna, col cuore del cliente-amico, appassionato di alici dahuîtrerie, da taglieri della rêverie, sulla ghisa o sul ciliegio, dalle papille al florilegio del toast o della giardiniera, della guancia, per la guancia fino a sera.
Dal Vinattiere è il custode del quartiere, il disegno del posto eccezionale che accomuna e non divide, che è ristoro e attaccamento, cura e affezione nell’incarnazione del momento.
La filosofia del design è la topografia dei punti dell’incontro.
Come si diventa ciò che si è?


![]()
Arthur vi invita ad iscrivervi alla nostra Newsletter!!


