Ne Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Carl Jung – in opposizione a Freud – introduceva la nozione di “inconscio collettivo” al fine di estendere i confini di quello “personale”, precedentemente rischiarato dal padre della psicoanalisi, al fine di incorporare il secondo nel primo, legandolo a quest’ultimo con i nodi dell’interdipendenza, della co-essenzialità, della necessità.

Nei fotogrammi dell’immaginario, per i movimenti di un patrimonio ereditario e universale più che esperienziale e individuale, Jung individuava le tracce di una certa qual “retrocognizione” dell’essere-nel-mondo, dell’essere «al mondo effimero della nostra coscienza (nella quale e per la quale) essi (gli  archetipi) comunicano una vita psichica sconosciuta, appartenente a un lontano passato; comunicano lo spirito dei nostri ignoti antenati, il loro modo di pensare e di sentire, il loro modo di sperimentare la vita e il mondo, gli uomini e gli dèi».

Oltre ad ampliare, com’è noto, il raggio d’azione della parabola esistenziale al di là di un inveterato monadismo idealistico, la visione junghiana aveva il merito di porre l’accento sull’eidos, sull’aspetto della sensibilità, sull’immagine intertemporale e interindividuale, sulla raffinata costruzione in grado di coniugare, in un’unica forma, psiche e socialità, psicologia e politica.

E filosofia del design, certo.

Se per design, infatti, intendiamo quella manifestazione “scottante” attraverso cui, per ‘marchiatura’, decliniamo una particolare commozione biforme dell’umano – segnatamente la sua matericità spirituale –, e per filosofia l’episteme delle invarianti – di ciò che non passa malgrado tutto passi –, sembra quantomeno inevitabile che le rispettive mutevolezza e immutabilità si ritrovino nel passaggio, nello schematismo, nella somma prefigurazione dell’immaginazione.

È nell’immaginazione, in quella conscia e, ancor più, in quella inconscia, che le nostre discipline siglano il patto dell’incontro, per l’incrocio del linguaggio, nel segno di un senso comune – di un inconscio collettivo, per l’appunto.

Quest’ultimo, democratico per genetica – in cima alle opalescenti torri dell’Upper East Side come nelle marcescenti favelas interrate di Prato Fiorito –, riguarda infatti, indistintamente, proletari e plutocrati, CEO e zappatori: esso, al di sopra del censimento, attiene all’ente uomo nella sua totalità e, pertanto, supera la fisica e la toponomastica, collocandosi nell’universalità e, quindi, nella metafisica.

Sulla terra degli uomini, individuale e comunitaria insieme, la filosofia del design, in quanto artem – in quanto talento dello scavo, referto sofferto della finitezza, tatto della cura – è, in effetti, un’arte dell’immaginario collettivo; ne è il braccio e, a volte, persino lo scopo ultimo.

A Prato Fiorito, nel pedice del paradosso, lì dove niente è concesso e tutto è importante, la memoria del mondo ha, in effetti, più valore che nella quinta strada; a Buenos Aires, tra i viottoli macilenti e sgargianti di El Boca, la cromoterapia povera e ricca della vita minima punteggia ancora i ‘caminiti’ del viaggio, sulle note dell’arcobaleno, tanto nel ritmo immortale dei giochi di prestigio del Pibe de oro quanto nei passi voluttuosi, chiusi e aperti, dei tangheri del Caminito.

 Nelle giravolte della storia, lungo il puntín dei primi genovesi che ne colonizzarono il ruscello, lungo gli avamposti navali e le vie-museo scandite dalla melodia del tango Caminito di Juan de Dios Filiberto, gli uomini di tutto il mondo si ritrovarono a fare i conti con la comune tara dell’emotività e del sogno, della fatica e della speranza.

Tra i modesti edifici dai tetti aguzzi e spioventi anti-alluvioni, pittati col sudore e gli scarti delle vernici di cantiere, di fronte ai murales inneggianti al palleggio liturgico del profeta del Boca Juniors, prese così forma la leggenda del Caminito: faro dei conventillos, danza delle viscere, ristorante totemico della Barceloneta.

Caminito Barcelona: il ponte tra i due mondi

In Carrer de l’Atlantida, fra il 27 e il 29, ponte del “ci” tra i due mondi, tra i due spagnoli, lingua tra le due anime dell’esistente, a pochi isolati dalla vela della Barceloneta, nella proiezione ortogonale della bruma odorosa della Boqueria, sorge Caminito Grill Steak House, celebrazione continentale dell’orgoglio di un intero popolo.

Vi ci entro d’un fiato sospinto dall’accoglienza sicura e lo spanglish insicuro del padrone di casa, quando, nell’immediato, mi si staglia innanzi un muro variopinto – passionale e ammiccante come il sole cocente o la giga argentina – , prepotente e affettato, che con le sue scene provocanti ed evocative mi inizia subito alla corpulenta eredità spaziale dell’epopea, della lotta violenta e insperata dei luoghi che si fanno carne e poi si screpolano, come le vernici dei cantieri di El Boca, sotto la calcina impietosa del padre padrone nell’alta stagione.

Il legno ciprigno, arcigno e ospitale mi è a fianco in un baleno, onesto e scheggiato come sono onesti e scheggiati i recessi della memoria cosmica o gli artisti di strada a Buenos Aires, a Prato Fiorito o sulla Rambla, lì dove la filosofia si confonde col design per destinazione, per elezione co-attiva, per co-azione degli elementi, contro la coercizione delle categorie e delle classi.

La sinfonia per chitarra del Caminito – cartina perduta di un amore perduto e di un sentiero interrotto – tinteggia ancora le papille sorelle delle empanadas fragranti, la mioglobina fumida dell’asado alla ghisa o l’uva primitiva del Malbec color mogano, gemello dei cassettoni spogli e dell’integrità umile e fiera degli interni gregari, complementi di strada per artisti della strada, per la strada dell’anamnesi dell’arte, nei luoghi del design e della filosofia, in quella scorribanda paragnostica a Messico ’86, quando Maradona – con la mano e per la mano –, tra i piedi di un paradiso riconquistato, riconciliava la materia al suo capitale umano, rinnegando il capitale e la fisica degli organismi con i suoi ammiccamenti e le sue finte di corpo al vetriolo.

Messa a fuoco dal barlume alogeno e incostante delle lampade a sospensione, quella del Caminito, dalla Spagna all’Argentina, è, invero, la storia di un abbraccio e di un attraversamento: lungo il puntín genovese del cominciamento, per il dedalo della Bombonera, sulle tracce di sabbia della reminiscenza.

Il Caminito è lo schizzo multiforme dell’immaginario collettivo.

La filosofia del design è il libro archetipico della comunanza.

Caminito è il nome della rivoluzione.


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