Il design, scottante e frammentato per definizione, è nondimeno fluido e lucente per consistenza e brillio, essendo – come l’argento vivo – divisibile innumerevolmente epperò pervaso da una singolare potenza di coesione.
Come il mercurio, seppur liquido a temperatura ambiente, il design serba in sé la capacità di mutare stato fisico, forma, abito con estrema versatilità, illanguidendosi ora in colate estetiche per poi risolidificarsi in praticità marmoree.
Nei suoi panni, in fondo, non vive forse il tanto vituperato daímon (δαίμων) socratico? Quel demone alato dotato di situazionismo e discernimento – della propulsione filosofica – in grado di volare di corpo in corpo, di fenomeno in fenomeno, di manifestazione in manifestazione?
Siffatta filosofia del design non è forse questa brace demoniaca, angelica per intenti e piumaggio, capace di librarsi nel nono cielo dell’ambiguazione, della tramutazione, della molteplicità?
La filosofia del design è un composto in divenire. I suoi elementi costitutivi – lapilli particellari aperti e ricomponibili – sono al tempo stesso energia e dinamica, dinamismo della contingenza zaffirina incastonato nella forma energetica dell’universalità.
Nella nascita, mobilità incandescente che varca i secoli, la nostra arte-scienza ritrova il suo incessante consistam, la sconfinata vuotezza natìa, la circoscrizione del suo essere-presente, il suo dominio.
La sua terra – il suo orto (hortus), pomerio a perdita d’occhio – è la “sorgenza”, la malleabilità del rinascere nelle più disparate figurazioni. La sua sostanza, in attributi e modi, si dipana lungo la distensione del tempo, risorgiva e albeggiante, inevitabilmente rivolta a Oriente.
Al di là della chiara allitterazione, infatti, l’“orto” condivide con l’“ortivo” la radice e l’orizzonte, l’espansione luminosa pro-gettantesi nel futuro.
Nel progetto del sole che germoglia e ascende a partire dal terreno dell’essere e della dimora – heideggeriano bauen (costruire) – va originandosi il miracolo dell’abitare in quanto designare, filosofare, costruire, appunto essere.
Orto-natura e casa-mondo: tale è la sosta dell’ente nella versatilità, in quel suo farsi sembianza senza mai rinunciare all’esser-coeso, compreso in un unicum, in una compenetrazione originaria finanche in quell’architettura organica immaginata da Wright e Alvar Aalto come sintesi terrena, come esempio perfetto della pangea primigenia.
Fuoco vivo che fa divampare l’alba fino al suo apice – unione di design e filosofia, filosofia e natura –: è ciò che, impunemente, siamo soliti chiamare “vita”.
Della vita, il caso di oggi incarna la casa, il suo orto, il suo essere ortiva: il suo essere brace.
Vrasa Sorrento: organica del fuoco vivo


La brace è il simbolo vulcanico della lingua di Vrasa, organismo multiforme che si affaccia sul Vesuvio imperturbabile, dal vibrante parapetto di Caruso, a un acuto e due ettari da Piazza Tasso, lì dove il Poeta disvelò con parole stentoree la natura e la rarefazione dell’humanitas.
“Nel mondo mutabile e leggero, costanza è spesso il variar pensiero” – e il disegno, aggiungeremmo –, dacché la motilità metamorfica dell’ente risuona sempre in infiniti ghirigori.
In Via Santa Maria della Pietà 30, dalla breccia esperta della famiglia Gargiulo e la freschezza immaginifica dello chef Andrea Guarracino, l’architettura organica di Vrasa – sorgiva e riflettente, alleanza della tecnica e della naturalità nel mare nero dell’indifferenza – è venuta alla fiamma, con l’invenzione (inventio), per l’invenzione.
“Vrasera” e “brasa”, partenopeo e borbonico, amante dei vrasari e degli asadores, così Vrasasi è manifestato: miscellanea di orto e giardino, di privatezza e pubblicità, architettura organica purissima sullo sfondo estatico del Golfo di Sorrento.
A Sorrento, lì dove la leggenda lirica di Dalla barbaglia ancora dalla terrazza dello Splendid Vittoria, galleggiando sui tasti e per le acque azzurrine del Tirreno fino ad accendersi nella lampara del mito, proprio lì Vrasa ha costruito la propria casa, tra le premure e i campi verdi, nel solco degli ortaggi e degli echi liberati del suo figlio più illustre, Gerusalemme e Napoli nel ventre caldo della storia e della letteratura.
Ortogonale a via Roma, su per uno dei vicoletti napoletani fino al midollo, cuocendo il midollo su vrasera, imbracciando passione e quotidiana cura, il nostro mercuriale ha cambiato più pelli, come in Malaparte, infiltrandosi nelle narici dei fortunati sorrentini coi suoi fumi epidermici, evaporando in amore e fragranze, accoglienze tattili su pietre roventi, dai tetti spioventi, anelli legnosi della crescita e del mutamento attraverso il filtro rivelatore di un design verde, di una cucina solerte nel cuocere i pensieri e i pasti con fare “mutabile e leggero”, attento e giornaliero.
Con adesione romantica alle fasi del processo vitale, ecosistema primario e terziario, coscienza tecnologica dell’agricoltura e della culinaria, Vrasa – come Mercurio, come il mercurio, leggiadria divina dello scomporsi e del ricomporsi – ha imbastito i suoi tavolini bianchi, storie immacolate su prato, con pinze e cesoie, vangando e potando, arrostendo e imbandendo, maestri del bibendi e dell’arte del trascegliere.
Con responsabilità colta, nelle colture e nelle proiezioni, hanno innestato la propria scienza della cura, dell’abitare in quanto mestiere più proprio dell’ente-che-noi-stessi-siamo. L’argento vivo addosso, gli occhi roridi per la rugiada del mattino agricolo e la sinfonia baciata da Caruso: a strapiombo dalla balaustrata inargentata dal miraggio, dalla fatica aureolata dei pescatori dell’aurora, mercuriali messaggeri dell’impresa ittica e del canto di Ermes.
Vrasa è la prometeica dei nottambuli, dei sognatori veglianti, dei coltivatori di Gaia.
La filosofia del design è l’abitazione dei messaggeri.
Vrasa è una lettera dall’imperfetto: il promemoria di una missione iridata.


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