Da thalassa (mare) e graphia (scrittura) – letteralmente scrittura del mare, descrizione dei moti ondosi, delle correnti, dei tempi stessi del mareggiare –, il termine ‘talassografia’ è, in altre parole, la scienza del mutamento, essendo l’oceano stesso un movimento indefesso del tempo nel tempo, un andirivieni ora dolce ora tormentoso di un’estensione liquida che irride lo spazio con la fuggevolezza della fluidità e il nomadismo della precarietà.

Per genetica ed epigenetica, Poseidone – figlio di Crono (Κρόνος) e di Rea (εὐρύς) – è il dio della bizzarria, della transumanza, della risultante filosofico-spaziale delle forze del Tempo e dell’Estensione, della temporalità concepita come descrizione naturalistico-affettiva e della ‘larghezza’, della dilatazione, Rea di nome, madre-titanide in grado di dare consistenza e orientamento all’impalpabile magistero del marito, bussola dei quattro venti, rosa greca che direziona, regimenta e persona il canto di Eolo da Zacinto fino alla troposfera.

Tropo tanto della mitologia quanto della meteorologia, quello della rosa – o stella dei venti – è l’immagine miliare della multipolarità del gesto, del sofisticato e ondivago disegno del vento, impalpabile archè di Anassimene ancorché la gamma dei suoi significati sia andata nei secoli trasformandosi irriducibilmente. Dal soffio primigenio del V Libro dell’Odissea, passando per la rotta istitutiva ai tempi della Repubblica Marinara di Amalfi, fino all’espropriazione napoleonica cantata dalla struggente elegia foscoliana, il fiore dei venti è sbocciato in ogni dove, angolarmente, in circolo fino a 315 – gradi dell’oscillazione e dell’umore del popolo gradienti –, sibilando, frusciando, mugghiando, persino fischiando le sue ragioni misteriche alle orecchie e sulle tempie, scandendo sempre, per legge e fine intrinseco, l’anticiclone, la cifra pressoria della rotta, i moti e le atmosfere della spiritualità, della filosofia, del design, di tutto ciò che scotta.

Talassografia come scienza della transizione, dunque; come distensione delle fasi del mare e del tempo, del transitare nella traccia, nella coesistenza di enti differenti eppure non dissimili per ontologia, per fattezza, per fatticità.

Talassografia come arte della mediazione tra gli umori alterni dell’oceano e l’oceano di tutte le esistenze cristallizzate dal suo movimento, soltanto nel suo fluire originario, nella gamma di tutte le sue affezioni.

Talassografia dell’oscillazione in quanto armonizzazione delle puntuazioni di potenza che, di volta in volta, si avvicendano alla testa della nostra Ragione, concorrendo alla creazione della nostra stessa identità.

Identità forte, quella del caso odierno. Identità che spira da nord-est, a 45 °, con l’acutezza del suo progetto ad aprirle la vista sullo Stretto, a iniziarla allo scintillio eletto del mare di Scilla e Cariddi.

Grecale: la rosa delle alleanze

La navigazione del Grecale, dalla petrosa e illacrimata terra di Foscolo fino alla “rosa delle alleanze” di Francesco Rella, col grecale in poppa, a partire dalla sua apertura – nel 2014 –, ha varcato fasi, stati e stagioni, dalla bonaccia alla maretta, prima di appaiarsi compiutamente a se stessa e posizionare la propria prua nella rada di mezzo fra l’italianità e la giapponesità, nell’accordo fra la passionalità colta dei monsù siciliani e il rarefatto virtuosismo dei nipponici shokunin.

Il Grecale, a Messina – precisamente a Torre Faro, lì dove il baluginio di Scilla si fa quasi palpabile e il “Pilone” svetta, bicolore e meditabondo, sull’oltremare della leggenda –, è in effetti un’armonia di intenti, una concomitanza di differenti, un petalo orientale e settentrionale per nome, un impeto meridionale come monito e destinazione, come esemplificazione vivente della multietnicità, della multiculturalità, della convivenza di narrazioni peculiari e, nondimeno, alleate: punte della stella, florilegio di stili, ricetta dell’incontro, miracolo dell’alterità.

È nel precordio dell’alterità, nei tanti luoghi del Grecale, nei cuori della distinzione – terrazze fluttuanti sull’oscillazione sirenica delle acque del trapasso –, con Villa San Giovanni nel mirino e la salsedine nelle narici, Rella ha architettato il proprio gioiello bifronte, come la testa di moro uomo e donna a un tempo, concrezione della genealogia di genere, statuizione sicula nella statua della novella boccaccesca, ambiguazione senza pelle che è emblema della traversata, del traghettamento, della nenia stregata che accompagna ogni ritorno: quello mancato del poeta, quello agognato verso Itaca, quello rivendicato dalla Sicilia nella Sicilia, isola ventosa e intonata, nelle spume veggenti di Omero come in quelle dell’Ortis.

Nel gineceo dello Stretto, con Reggio sullo sfondo e le feluche tutt’intorno, il Grecale si staglia così come un faro o una vedetta. Battistrada nell’innovazione del Sud-Italia, col Nord-est nel dna e nel sogno, illumina il bivio della scelta imprenditoriale, scegliendo di biforcarsi, di moltiplicarsi, ondeggiando tra i divanetti candidi dal fascino retrò e i vezzi levantini del vasame, della messa in piazza orientale, nei complementi zanclei che incorniciano la multiambientalità netta, fedele trasposizione spaziale di un’apposizione che non è fusione, di una sintesi che non è indifferenza.

Nel miracolo della differenza, sulle papille sabbiose di via Circuito, con l’orizzonte azzurrino in vicinanza e i richiami della Costa Azzurra nelle epifanie e nei suoi rami, il Grecale è certo la rosa delle alleanze, essendo un bacio tra sponde, un ponte fra mondi, il ventre talassico di mille e più sfondi.

Il Grecale è un crogiolo di visioni e vedute.
La filosofia del design è la talassografia dell’oscillazione.
Il Grecale è la pluralità dell’Idea.


Arthur vi invita ad iscrivervi alla nostra Newsletter!!