Quando, nel 1927, veniva alla luce quell’opera strabiliante che è Essere e tempo, il suo autore – Martin Heidegger –, che a strabiliare non teneva poi molto, si rifugiava nella sua Foresta, a Todtnauberg, silva nigra come il fondo aggrovigliato, infernale per recessi, urgenza e temperatura, che per primo stava scandagliando, Orfeo in cerca di se stesso – certo –, ma soprattutto dell’invisibile, dell’indicibile, dell’inconsolabile.

La sua Euridice era allora – benché non smettesse mai di esserlo neanche in seguito –, la verità, la verità dell’Essere: dell’esser-ci (dasein), appunto, dell’essere-nel-mondo, in un mondo temporalizzato e spazializzato, dell’abitare l’animalità larga, la manifestazione simbiotica di una realtà vissuta internamente e, nondimeno, giustificata esternamente.

Nel progetto – come per l’architetto, come per il designer –, il filosofo della ricerca estrema intravedeva proprio il tratto d’unione, il gancio ontologico, la combustione dell’impensabile, arroventato, ineluttabile flusso dicente tra l’uomo e l’esser-Tutto originante, alieno eppure non dissimile, interstizio in chiaroscuro, o perlomeno figlio dell’intermittenza, della verità imprigionata nella squama del crepaccio che separa l’ascosità e la disascosità, il nascondimento e il rischiaramento, la riesumazione libera dal giogo di Lete, pastore oblioso del guado dell’opinione.

Verità (ἀλήθεια) è, in effetti, a-lètheia, liberazione dall’aggiogamento del dio omertoso, del reticente che rabbuia, accieca e interdice la reminiscenza, che vieta la transumanza e svuota la bisaccia della comprensione, che priva il bambino dell’epistemico inveramento, il contadino del frutto che disotterra – dello scarpone che è terra e mondo, che è stratificazione da pittare, come in Van Gogh, con precisione da disvelatori, da genealogisti, da scopritori di origini.

Nella quotidianità in-quotidiana, nella fatica del concetto e del lavoro che consuma le suole e legittima lo spazio archetipico dell’essere-nello-slargo, il pastore-uomo – come un mulattiere – è gravato da un peso alto, da una missione irrimediabile, da un fardello greve e limaccioso come il corso di Lete e quell’acqua inautentica che, spesso, ha il vizio di insozzare, camuffare, obliare la verità.
Quella umana è, in fin dei conti, la verità di un destino. È, essa stessa, un destino.
Destinato all’asperità, dell’asperità complice – a un tempo mulo e mulattiere, pastore dell’essere ed ente nell’Essere –, l’uomo è viandante privilegiato e triste: per i sentieri interrotti della foresta nera, lungo gli acciottolati bollenti della Liguria vecchia, il suo compito è ortivo e rovente: schiavo del sole che picchia, filosofo del design per destinazione, la sua meta è nell’altrove, nelle squame dell’andirivieni della verità.

Con le mani callose da foggiatori, da aratori della carne, coi fendenti sui palmi per via di quel sabba squamoso e ondivago della dialettica del vero, sullo strappo dell’attimo immenso, per la salita pendente alla volta di un mito tagliente, pellegriniamo lungo la collina abbarbicati alla pietra dell’assurdo, come Sisifo ridente nell’ascendere, solo nell’atto dell’ascendere, disperatamente abbracciati al masso libero di un compito che aderisce a se stesso come la filosofia al concetto, il design al luogo, la pigna alla collina o il mulo, imprigionato e felice, al suo giogo.
Autenticità dell’esserci.

Il Mulattiere Sanremo: un sentiero ininterrotto

Autenticità nell’esser abbracciato alla propria, indivisibile, traiettoria.
Come il tornante selciato che si inerpica verso il gran premio della montagna, e che si attorciglia intorno al suo perno fino ad affacciarsi sul proprio vuoto, o ancora l’uomo-filosofo del design che si sporge sul golfo specchiato del suo essere, così la Trattoria Il Mulattiere Sanremo si rivolge alla propria storia, gettando il suo sguardo antico sul Mar Ligure alle prese con le prime albe, sugli operanti alle prese con le solite fatiche.

Proprio nel quartiere della Pigna, tra i vicoli degli albori, abbellito da oggetti d’epoca legati alla tradizione dei mulattieri, il nostro prende forma, custode della Sanremo Vecchia e terrea a una rampa di mattonelle dalla Chiesa di San Giuseppe, a un giro di scaglie dalla circonferenza piena dell’altare maggiore in marmo ad opera dell’ingegnere Soli progettista delle ville di Nobel e Angerer, sovrastato dalle altezze oppide del tardo medioevo, dal crocefisso cinquecentesco e dall’aura intonsa dell’ “ei fu”.
Al centro del presbiterio, un secondo altare di pietra, decorato in bassorilievo a mo’ di sarcofago, si rivela invece essere un abbeveratoio per cavalli e muli, anticamente collocato presso il parcheggio delle carrozze.

La torre saracena, madre putativa del Mulattiere, conduce poi fino alla Madonna della Costa, dal cui belvedere la battigia in ciottoli è tanto vicina quant’è vicina l’aria salsa della costa sanremese all’aurora o le scaglie cangianti dei palazzi in calce multicolore che si avvicendano, compatti e calcinati, proprio come una pigna: ad avvolgere il caseggiato policromo e blasé che si staglia, severo e trionfale, sul mercato in tumulto e le vite dei notabili, del lusso dei cantanti, dei fiori rappresentanti, giocatori tracotanti del Casinò più imperioso di un’Imperia già patinata, sempre più azzurra alle soglie della costa monegasca.

Sul dorso della Sanremo paillettata, col basto della tradizione, Il Mulattiere mostra la faccia più pura della Liguria che scarta la deiezione, che si contorce di vicolo in vicolo, di bolognino in bolognino, scavezzandosi il collo per le strettoie e le viuzze anguste, con le redini ben salde e un immutato sogno di semplicità.

Già dall’oratorio, va quindi scorgendosi il cartello dimesso, la trafila manuale e corale che ha attraversato decenni e decenni di affinamento, nelle botti in legno vivo, cento per cento Rossese, rosso e bianco negli scacchi delle tovaglie, verde pino sulla Pigna, prima del sottopassaggio, nella trafilatura elegante dei polpastrelli, delle tagliatelle di madri e di nonne, per il palato di generazioni, nel cappello dei porcini saporiti, tra gli orditi degli arazzi, le trame delle tele ricostruttive, storiche prima della deriva, del capitale, dell’Occidente, occidue per elezione: elezione dei piatti solerti e odorosi, primule e campanule tra Savona e Ventimiglia, con gli stivali, le fruste, le braghe ma non i paraocchi, occhi riposti nelle stive e nelle secretaire, sulle cartine della vita dolce più che della dolce vita.

Vita che si tramanda, quella del Mulattiere, con la deviazione rammemorante di uno spazio che si fa luogo dell’esser-ci incarnato: nel bicchierino d’osteria, nelle tubature dipinte a scandire la via, nei fiaschi miliari, nelle tavolate familiari, nel legno minimale a siglare il singolare, l’incorrotto, l’eccezione da rimembrare.
Mulattiere insegna di un sentiero ininterrotto: autenticità su calce al di là dei festival, delle roulette e delle frivolezze, avveramento nell’umiltà della quotidiana fatica, persino nelle ristrettezze.

La filosofia del design è il dedalo dei labirintici, dei laboriosi, dei lavoranti dell’azione.

Il Mulattiere è la polaroid dell’essenzialità che non arretra.


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