Che lo stato reputazionale attenga allo spazio soltanto fenomenicamente, e non ontologicamente, è luogo del pensar comune oltreché, fatto ben peggiore, non-luogo dell’autenticità e, piuttosto, roccaforte dell’inautenticità come deiezione, deviazione, caduta, mera accidentalità.
Accidentale, e quindi fallace, è l’idea inveterata che una buona (o cattiva, indifferentemente) reputazione sia fondamento e fondamenta di una costruzione architettonica, filosofica, simbolica di volta in volta maestosa, misteriosa, spaventosa, finanche gloriosa – perciò varia per manifestazione ma omogenea per fertilità – che dalla pubblicità di piazza tragga, sempre e comunque, linfa e galvanizzazione, soffio vitale indispensabile, carburante, forza del moto e dell’immoto.
Servire o avversare, in maniera intercambiabile, insomma.
Servire o avversare, ma pur sempre servire: ossequiosamente, in-necessariamente, indifferentemente.
“Indifferentemente”? Sissignori. Ma come può l’indifferenza avere a che fare con l’esistenza se l’esistenza, checché se ne dica e che io ne sappia, è prima di tutto esperienza politica ed estetica della differenza?
“Scandalizzare”, come istanza creativa del negare, del “no” locomotore del progetto costruente e del cortocircuito della riverenza è, checché chiunque ne dica o dica di saperne, un affare inevitabile. Inevitabile com’è inevitabile tutto ciò che è necessario, diritto identitario, forma ineluttabile dell’essere nel mondo.
Necessità? Diritto? Forma? Nel 2026?
Puri anacronismi; figli tardivi della coincidenza fra il pensare e il fare, fra il sentire e l’agire; asperità rivoluzionarie della parola dicente: scandali?
«Scandalizzare è un diritto, lasciarsi scandalizzare un piacere», crepitava l’anima a combustione lunga di PPP, quando imperversava come un corsaro nel mare magnum sconcertante di una società già scandalistica e non più, suo malgrado, scandalosa.
“Dire no” era, con lo stesso Pasolini e Max Scheler, lo scandalo per antonomasia, l’apertura di genere, la rivolta prometeica, la scheggia d’infinito.
Roba da corpi scheggiati, appunto, da necessità incarnate disreputazionali, controculturali, scandalose e non già scandalistiche, sostanziali e non avventizie, “agorafobiche” e nondimeno politiche: opere da designer della libertà, della genuinità epidermica dell’extraordinario, di ciò che è al di là della reputazione e dei suoi ricorsi.
Counterculture, dunque, controcultura come pars della distruzione prima della creazione, della parte destruente come condizione della positività, della cultura originaria e originale che disvela e non simula.
Counterculture sull’onda lunga della radicalità sessantina dello swing come dell’Habitat, dello tsunami londinese misti di stile bohémien e registro industriale, nel costume e nell’arte, per la politica, nella politica.
Counterculture as disrepute, refrain del dire piano nei volumi e forte nei toni, tonalità condivisa dalla filosofia e dal design, nel dichten rilkiano che attraversa i piani e ogni rispetto nell’esclusivo rispetto della verità.
“Counterculture” come il Disrepute, speakeasy londinese che è il proprio nome in ogni sfaccettatura.
Disrepute London: controcultura della necessità



Nel crocicchio flirtesco di Soho, il fu The Pinstripe Club tra glamour e satira sociale, prende le mosse e i colori dal travagliato affair scandalistico che, nei primi ’60 coinvolse la soubrette Christine Keeler e l’allora Segretario di Stato John Profumo, terremotando il sistema inglese, benpensante per statura, tradizionalista per pedigree, realmente libero soltanto per formalismo, nel marasma da tabloid spicciolo e spicciola propaganda.
Disrepute (DRP) è gioia del sottosuolo nella pancia di Kingly Court, portagioie scintillante nella vivezza di penombra tra Carnaby Street e Beak Street, nel calore biondo e civettuolo della Londra di frontiera che accoglie barbosi e sbarbati, modaioli e pennaioli post-Beat.
Sulla strada di Miles e Allen Ginsberg, lungo i bolognini rosseggiati dalle indiscrezioni al neon e le prorompenti insegne Little Italy, ci si avventura così verso la meta eletta dagli speakeasier, da quelli che beffeggiano i parvenu e fanno della trasandatezza dotta il ricco araldo della consumazione.
Giunto direttamente da Mayfair, reduce dalla piccante psichedelia di Piccadilly, vengo accolto da un connazionale abile, selezionatore di porta e iniziatore del portale discreto e indiscreto che mi precipita lungo le scale intimistiche, rimbalzandomi tra le pareti lignee a pannelli, organiche come una volta, punk nelle intenzioni, chic nei soffitti a volta, “anti-Establishment” come una volta, quando il segretario incontrava la modella e il Daily Mirror ripassava la colonna sonora della pressione, schiavo anch’esso della frivolezza altera di una generazione postuma e del favore alto della negazione che esalta.
Da DRP i dirty 60s rivivono nell’edonismo sprezzante e abbottonato delle sale incavate nel segreto, nel caveau elitario della liberazione, nel crogiolo orgiastico del ricordo di ballerine, fashioniste e musicisti, ma anche dei politici, degli intellettuali, dei pubblicisti, di socialite e feticisti.
Li rivedo nei menù narrati, nei tavolini istoriati, nei banchi dannati da gran bevitori, scarlatti e traslucidi come i più screditati, gli amanti del jazz, gli amatori belli di notte, nei famigerati scantinati di Soho, nelle trame, nelle botte.
Botti di cognac eletto rintoccano al ritmo criogenico della sinfonia rituale, quella dei Beatles e dei Pink Floyd, Abbey Road nello stereo e i fluidi signature in testa, a sgombrare la testa, a reinventare la festa nel nome del bisogno rituale di ciò che resta: del design e della filosofia, doveri controculturali, esigenze che non smarriscono il principio cascasse il mondo, perisse il fondo nelle evenienze, nel ladrocinio, nella volgarità.
Disrepute come elogio della bellezza, antifona della resistenza, liturgia della necessità.
La filosofia del design è preghiera da religiosi del Martini, da mixologist dell’opposizione, da distillatori di irriverenza.
“Disrepute” è il rosario degli scandalosi.



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