Che lo spazio ci preceda e ci includa, come una sorta di contenitore, di recipiente indispensabile delle nostre fluttuazioni corporee, è credenza pervicace dalle origini remotissime. Da Aristotele, passando per Tolomeo e persino da Newton, fino alla rivoluzione relativistica di Einstein, l’“etere” ha sempre rappresentato un costrutto inevitabile, un’ipostasi ineliminabile, un assunto del pensiero e del moto indistinguibile dalla stessa idea di uomo.
“Etereo” – dal latino aethereus e dal greco aithérios (αἰϑέριος), legato ad aithér (etere) e al verbo áithein (“ardere”, “brillare”) – era il leggero, lo spirituale, il puro, l’immateriale vuoto della materialità: uno “spazio non-spaziale”, insomma. Una contradictio di questa portata, ingenua fino alle estreme conseguenze, ha nei secoli oscurato quella che è forse la semìa, il segno della più celeste delle significazioni di etere, e dunque di spazio, in altre parole la sua luce, il suo esser “luce”.
Etere è, in effetti, luce in quanto lume, luminosità, barlume primigenio.
Spazio è, quindi, inventio, bagliore primo, nascente, rivelatore.
Spazio è invenzione, invenienza, divenienza. Da invĕnĭo, è un invenire, un rinvenire, un incontrare, un imbattersi; da inventio è parimenti un’apertura, il canglore aurorale della scoperta, l’archetipo del dispiegamento filosofico, il fondamento del disegno architetturale. Ed è anche un trovare, uno scoprire, un rivelare.
Spazio è, in effetti, un’invenzione: è l’apertura all’Altro spazializzato, nella luce dell’incontro, al fine di disvelare ciò che noi stessi siamo, nella gestualità della compartecipazione a un luogo, nella coabitazione in un vissuto.
“Vissuto” come “erlebt” – esperienza emozionale ed esistenziale, trama dell’interiorità –, ma anche come “gewohnt”, voce dell’abitare spaziale, materiale e affettivo insieme.
Vivere nello spazio, inventando lo spazio, ritrovandosi nello spazio: erleben in quanto esistenza nello squarcio, nella finestra, nella “verniciatura”.
Verniciatura, sì, come nelle mostre, quelle prime d’arte architettate ad arte in cui design e filosofia si scoprono attraverso il medium anticipatore della pittura, della verniciata superficiale che abbraccia la fine e l’inizio, siglando il dischiudimento, l’inaugurazione, appunto l’apertura agli occhi d’altri, allo spazio d’altri, allo spazio dell’inventio; che è inventio.
Va da sé, quindi, che l’invenzione sia anche vernissage, mostra che si apre, che dimostra, che rinviene dall’ascosità. Spazio iniziatico e finitura estetica, essa è filosofia del design allo stato magmatico: colore e calore in una sola pennellata.
Carnissage: un’apertura sulla bellezza



A proposito di arte e di spazio, in via Varese 4, nel perineo di Moscova, la mostra di Carnissage è stata inventata giusto un anno fa, nella primavera del 2025, rivelando immediatamente una luce intensa, fulgida, personalissima.
Da un brillante progetto di Martino Uzzauto, a proposito di luminosità, si è affacciata all’angolo di Alessandro Volta, ai margini dell’elegante losanga di Corso Garibaldi, rischiarandone la penombra tradizionalista con un fascio di novità, essendone e divenendone un’apertura sulla bellezza, alias The Beauty of Meat.
Un «tempio del cibo», quello di Carnissage, in cui il candore ellenico delle primizie rivive nei materiali scelti, rigorosi e reinventivi come le materie della degustazione, dell’inaugurazione al palato, porta d’accesso alla verniciatura del gusto – “passage” dal pensiero alle papille, dall’arte alla cucina attraverso il viatico della creazione.
Il flusso immaginativo di Carnissage scorre così tra le colonne marmoree diBiancone di Orosei, venandosi e spartendosi nelle sfumature multitonali, negli affluenti pronti a gettarsi nella foce callipigia degli interni plurigeometrici – sabbia spazzolato per i pavimenti, avorio per i tavoli e nell’apollineo bancone-scultura, suggello artigianale di finezza templare.
Il design oscilla nell’incavo scarlatto tra essenzialità e teatralità, vezzo e velluto, ma anche solidità e tessuto: negli orditi bordeaux dei divani chantant, per poi risalire la china fino agliarchi disegnati con la precisione della china, con la cura e l’acribia del rivestimento mosaicistico della versatilità, nell’avanguardia dei mosaici satin, ad abbellire la beva, Brunello o Satèn, tannino e frizzantezza come per il quanto di Carnissage, arte ed enogastronomia separati dall’ottone, brunito divisivo a esaltare gli spazi dell’incontro comprensivo, della convivialità indivisa di un tempio immersivo.
Le lampade Penta Light, lucēs eteree che si affacciano sull’ellissi privata marezzata come il wagyu o la gallega, allega poi sospensioni misurate, con misura di Carlo Colombo, a misura di intimista fino alla rotondità degli ampi tavoli d’elefante, per il corridoio centrale, fino all’ingresso trionfante.
Nella rema del boudoir, il tema varia e riveste l’antro dei paria colla finezza imperiale della pavimentazione e nelle pareti in marmo Rosso Levanto, a far calare il sipario rosso sulle orbite bianche della sala principale, con le voci di fuoco di un coup de théâtre e la trasparenza vermiglia delle celle a mano, per mano di scultori del design e dello spazio, dell’invenzione e della carne: polpa della filosofia, mioglobina della riscrittura, frollatura specchiata, sentinella di ogni prima volta.
Carnissage è un laboratorio di inventiva.
La filosofia del design è la stagionatura degli inventori, degli scopritori, dei trovatori.
La nostra, è un’apertura sulla bellezza.


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