Il principio di non-contraddizione, creatura millenaria dell’iperuranico parto dialettico platonico, archetipo concettuale prima della lettera, dalla celeberrima settima lettera dell’ateniese fino ai giorni nostri presiede, ora come allora, uno degli scranni fondamentali della logica intesa come organon, e dunque strumento, o meglio come organizzazione multistrumentale, algoritmo di concatenazioni architettonico-filosofiche che regge, indistintamente, ogni sapere.
Eppure, la proposizione di cui sopra, apparentemente granitica, è valida soltanto orientativamente e, in fondo, mal si adatta all’imperscrutabile ombreggiatura del reale e di quelle che, del reale, sono manifestazioni complesse prima che funzionali: antinomie incarnate che fanno esperienza di sé e degli altri nel mondo — uomini.
L’antinomia (dal greco αντι, preposizione che indica una contrapposizione, eνομος, legge) è in effetti un particolare tipo di paradosso che,scandalosamente, ammette la concomitanza di due affermazioni contraddittorie, entrambe dimostrabili e, di conseguenza, in grado di esautorare nientepopodimeno che il principio di non-contraddizione medesimo.
“Paradosso” e “scandalo”, com’è noto ai nostri lettori, sono termini mutuati dal lessico religioso: nientemeno che Cristo (Christós) era l’“unto”, il “messia” investito di un compito immenso, irrimediabile, il Dio fattosi uomo per via, appunto, di un paradosso, di uno sviamento dalla doxa, dall’opinione comune, dallo “scandalo” dell’elusione dei tipi civili dell’etica fino all’imponderabile, abramico salto nel vuoto.
In questo stesso vuoto, che è lo spazio fertile e magmatico dell’antinomia, dell’eversione del tòpos, il design e la filosofia piantano le proprie origini condivise: precarie per definizione, franose per rischio, divine per ambizione, ambo queste discipline, pur orientandosi in un dominio di senso, nei confini di un’euristica, analogamente si nutrono dell’argilla viva del contraddittorio, quest’ultimo autentico combustibile della creazione che brucia, che stravolge i precetti della logica per mezzo del flusso ininterrotto del “pensiero emotivo”.
Nella terra degli uomini, “a” può essere diversa da “a”, ogni essere umano può legittimamente essere diverso da se stesso: con Nietzsche, «gli opposti sono intrecciati, incatenati, innamorati».
Innamorati?
Già, poiché l’Eros – ardente forza metafisica compagna delle arti, delle scienze, di tutto ciò che è – si alimenta di scontro, di tensione, della collisione fra i punti diametrali che, in circolo, si avvicendano nell’epicentro del sé.
Il materico e l’etereo, il grottesco e l’elegiaco, il male e il bene diventano così, nella circonferenza del sommo divenire, inessenziali, antinomie senza peso che acquisiscono grammatura esclusivamente nel perimetro variabile del tempo, per il giudizio valoriale dell’uomo.
Il design e la filosofia, entrambe ancelle dell’ordinamento, ambedue votate alla razionalizzazione degli elementi dello spazio, nello spazio e nel fuoco della bellezza (intellettuale o estetica che sia), risiedono segnatamente nell’informità diveniente del linguaggio: sono delle differenti forme di plasmazione dei significati.
Si prenda, ad esempio, la parola “bettola”, icastica per carica antinomica, paradossale per nascita e sviluppo.
Ebbene, bettola è comunemente sinonimo di “osteria”, forse derivato di bévere, attraverso un “bevettola” nondimeno vezzeggiato, a tratti spregiativo, finanche denigratorio. Un’osteria d’infimo ordine con spaccio e mescita di vino, insomma, talora una trattoria con servizio di cucina alla mercede di nomadi-clochard.
Ma bettola è, non a caso, anche la località della Val Nure che da Piacenza conduce a Genova, luogo di sosta per antonomasia, simbolo della transumanza, della rotta dei mercanti, transizione fenomenologica sulla “via dell’olio” (per i piacentini) o la “via del pane” (per i genovesi).
Béttola come Gasthof, quindi, “corte de’ forestieri”, ritrovo dei viaggiatori erranti, delle anime erratiche, degli spatriati alla ricerca di sé nel cammino più che nella meta. Bettola come tempio dell’attesa, dal teutonico baitô, dell’“aspettare” (beiton) che ritrovasi nel lombardo-tirolese nei panni di“baita”, ma anche in vette (storm), sulla traccia degli spacci di vendita del vino “a minuto”, nel minuto caritatevole del “dar-da-mangiare”, dello sfamare ontologico nel caleidoscopico consorzio di personalità e vite da cafè chantant.
“Bettola grottesca” e, parimenti, “bettola ospitale”, lombardo-francese e tedesca, tirolese e genovese, piacentina nei meccanismi oliati del tradizionalismo sano della riscoperta, della riesumazione attiva e fattiva di un passato ricco di saggezza e gravido di spunti senza tempo.

La Bettola di Piero: la corte del vezzeggio

Di là dal vezzeggio, dal dispregio, dallo sfregio etimologico, dal non-contraddittorio marchio lessicale, la bettola di oggi, la nostra protagonista, ben risolve questa criticità – come tutto ciò che è materializzato, attuato, reale – nel concetto della filosofia del capovolgimento, nella forma del design della riassegnazione.
La Bettola di Piero, in via Orti 17, nell’iperborea città-stato meneghina fra la Guastalla e il Corso di Porta Romana, è un paradosso da non sottovalutare, una figura cristologica che combina il sacro e il profano, assolvendo lo stigma, traendone piuttosto l’ingegno e l’ideazione, la messa in opera e la sublimazione materico-operativa.

La Bettola di Piero, osteria rustico-chic costruita nel grembo degli ulivi portesi, rappresenta certo una sorprendente contraddizione, un dileggio dell’istituzione, della prosopopea dell’establishment, delle secche ipostatiche della lingua comune, quella giornalistica, da bettola più che da Bettola, in fondo.
Osteria milanese a conduzione familiare, fiore all’occhiello dell’oasi di via Orti, la nostra Bettola – nome proprio della più comune bettola mediatica del pregiudizio –, a dispetto della nient’affatto onorevole ingiuria plebea, vezzeggia con gusto le attribuzioni spicciole, esponendo i suoi alti gusti da “osteria di una volta”: nelle volte in calce dall’atmosfera nostalgica, nell’arredo impresso nella memoria eletta della tradizione, espressa dal massello, dai convitati in pietra che ben accolgono i convitati più disparati, mercanti e cortigiani, passeggiatori svagati come Franklin o il poeta da caffè, quello dei fiori del male sui fogli in carta caffè.
Su carta i menù e la storia decennale di una famiglia di ristoratori veri, com’è vera l’incisione al neon carminio e il carminio delle tovaglie a scacchi, biancorosse nel ricordo di Piacenza, nel risalto dei pavimenti in cotto, negli occhi delle travi a vista.
Menù scritti a mano, con le mani d’oste che gesticolano e contraltano la parlata stretta, milanese nei volumi serrati e sardonici che annunciano le sedie in stile Vienna o la nobiltà storica dell’austroungarico rustin negàa, vitello sublime e midollare adagiato sul letto di cipolle e sul legno naturale transeunto nel soffitto in stile “palladiano”, a specchiarsi nelle rotelle della radio come nelle credenze specchiate, armoire da cabinet come nella sala da gabinetto, con il sangue blu e gli intarsi pastello, i mobiletti a castello, i libriccini stipati nell’anticamera del rilassamento, custodi della cura dei bimbi sul fasciatoio, richiamo ancestrale al frantoio, alle damigiane, agli utensili quotidiani, alle stampe meridiane, alle lanterne catalizzatrici dell’intimità, della corte da oste dei forestieri, dei faccendieri, dei cumenda che ripuliscono le  stoviglie,  frugando la ceramica o il gres, dalle tendine, sulle centrine, nei ricami della cotoletta o nel vitel tonnè.
Filosofia e design in un coro intonato: nell’antinomia del giorno e della soirée, bettola di Piero e della moglie, gioia dell’autoctonia e della foresteria, aporia sconvolta dal disegno filosofico dell’incontro che sconvolge, che centripeta i contrari, che apre e non riavvolge.
La Bettola di Piero è il grammofono dell’elasticità, della circolarità, della reinvenzione.

La filosofia del design è la corte del vezzeggio.

L’antinomia è il vezzo lucido dei designer della filosofia.


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