Il colore, lo stimolo visivo più potente, influenza i processi cognitivi, le emozioni e le scelte individuali. È inimmaginabile una vita in bianco e nero: la funzione segnaletica primaria del colore verrebbe a mancare e, con essa, la nostra capacità di riconoscere il mondo.

Visiteremmo la Design Week, se fosse progettata esclusivamente sulle varianti cromatiche offerte dalla scala dei grigi? (Un mondo senza colori)
Niente paura: la Design Week è coloratissima, tanto che è impossibile identificare un filo conduttore che unisca il numero infinito di visioni dissonanti. Piuttosto, non sempre il colore viene usato con competenza: qualcuno tende a inserirlo nel progetto come un elemento a sé stante, non funzionale e scarsamente evocativo, senza un disegno né una finalità specifica: sembra mancare l’abilità del creativo di far emergere un tutt’uno organico e di identificare soluzioni adeguate. Non di rado è la maschera attraente di un lavoro vuoto, povero di contenuto: mi riferisco all’effetto “parco divertimenti”, in cui non è raro imbattersi.

Interni anonimi – © Orlandi Silvia

Gli interni e l’outdoor living, l’universo costruito in cui trascorriamo le nostre giornate, sono il focus di questa folle, proficua settimana che fa di Milano, per un momento, il cuore pulsante del mondo creativo e industriale. Sono i contesti in cui viviamo e lavoriamo. Il Salone mostra – salvo i casi, più o meno noti, che esibiscono originalità, creatività e la presenza di contaminazioni “felici” – palette cromatiche ugualmente calde e prevedibili, pensate per alludere al bozzolo confortevole e monotono in cui proteggersi dalle insidie palpabili che offre il panorama geopolitico: il vecchio Mocha Mousse continua tristemente a imperare.(Il colore Pantone dell’anno).

Calato il sipario, questa è l’ultima occasione per elencare, seguendo un filo colorato, soltanto alcuni dei casi in cui ho individuato un senso, vuoi per la presenza di elementi culturali, per originalità creativa o di applicazione.
Fra le installazioni, quelle che non rientrano, a mio avviso, nel novero dei fenomeni da “eventificio” – cito con convinzione Carla Morogallo, direttrice generale di TRIENNALE MILANO, con il cui pensiero concordo pienamente – vorrei menzionare Un_Material, situata nel cortile del ‘700 della Statale e firmata Piero Lissoni perSANLORENZO, azienda d’eccellenza italiana produttrice di yacht: una sequenza di sezioni verticali in grandezza naturale, ricoperte di tulle candido e semitrasparente, suggerisce l’imponente presenza di un’imbarcazione.

I visitatori ne attraversano la struttura camminando su un piano, bianco anch’esso, che simula la linea di galleggiamento. La suggestione cambia al variare dell’angolo di incidenza dei raggi solari sulla tela, fornendo dello yacht un’immagine irreale e mutevole. La sensazione del bianco deriva dalla sua capacità di riflettere tutte le lunghezze d’onda dello spettro visibile, con un effetto analogo a quello del riverbero della neve. Prodotta dall’eccitazione simultanea dei tre tipi di coni presenti nell’occhio, l’esperienza è a tratti accecante, da provare indossando gli occhiali da sole. Il fenomeno, oltre a riguardare il piano spaziale, funziona su quello simbolico nella raffigurazione dell’assoluto ma anche dell’etereo, dell’incorporeo. (Sul bianco).

Un_Material – Courtesy Sanlorenzo Spa

Considerando il polo cromatico opposto, POLTRONOVA introduce il divano Safari (Archizoom, 1968) – una seduta multipla circolare, vuota nel centro, configurata in una serie di onde e provvista di un varco d’accesso – rivestita di pelle nera. La copertura è applicata sulla struttura senza aderirle del tutto, come se le “andasse larga”: così le pieghe fungono da ulteriore richiamo a motivi etnici, tanto quanto la struttura a C si riferisce alla postura dei riti tribali. È l’apoteosi del kitsch benché, contrariamente alle versioni precedenti, il nero totale nasconda i dettagli e, una volta tanto, l’estetica della seduta non possa contare sul contrasto palese del rivestimento con la struttura stessa. L’effetto è dark, teatrale, esagerato.  

© Serena Eller

Drammatico e denso di contenuti è l’allestimento concettuale presentato da RUBELLI, azienda veneziana produttrice, dal 1889, di tessuti per arredamento di alta qualità: Ai Weiwei: about silk è un’installazione tessile immersiva, site-specific. Un lampasso estremamente elaborato, realizzato con seta e filati metallici, (una catena di 9600 fili di seta rosso sangue e oro in diverse tinte, in cui si inseriscono trame nere, grigio ferro e oro per definire chiaroscuri e delineare gli elementi) raffigura, in un testo senza fine che è un vero e proprio percorso semantico, i simboli fondamentali nella vita dell’artista e attivista cinese: le telecamere di sorveglianza, manette e catene, l’uccellino di Twitter, l’Alpaca, sinonimo di libertà e dissidenza.

Su un drappo più leggero in seta e lino double-face, impostato sull’inversione cromatica di rosso carminio e arancione, campeggia la ripetizione di un motivo – che ricorda l’emblema acefalo della Trinacria, le cui membra sono sei arti superiori – nel quale è inscritta la figura del pugno chiuso, il dito medio alzato.

L’intento dell’artista, che sottolinea l’influenza della cultura orientale sul gusto occidentale, evidenzia la traslazione del significato attribuito a due colori fondamentali nella cultura cinese, il rosso e l’oro: da sempre insegne del potere e dell’autorità, ma anche messaggeri di gioia, prosperità e fortuna, rappresentano, per l’artista, ribellione e resistenza.

Rossa, la variante più espressiva, è la poltrona Up di Gaetano Pesce (1969, B&B ITALIA), esposta nell’ambito della mostra Abito (PALOMBA SERAFINI ASSOCIATI), che ripercorre la trasformazione, parallela e diacronica, della moda e del design dai primi del ‘900 a oggi. Un rosso impetuoso attribuisce maggior rilievo al significato politico dell’opera: la sua struttura – sinuosa, materna e fertile, che rievoca le sembianze della Venere di Willendorf – è un tributo alla donna e al suo ruolo primario nella società. La forma accoglie e custodisce. Aver letteralmente incatenato la seduta a un appoggiapiedi sferico, una “palla al piede”, ha fatto sì che l’osservatore non potesse dimenticare, né ieri né mai, i pesi e le violenze a cui il genere femminile è tutt’ora soggetto.

Courtesy Palomba Serafini Associati

Insieme a verdi e blu primari, il rosso è protagonista di uno degli allestimenti di MOROSO: si tratta di Dammi i colori (la citazione è di pucciniana memoria), la collezione di grandi sculture morbide antropomorfe, progettata da Heimo Zobernig. Il designer austriaco si ispira alle tinte primarie della sintesi additiva e identifica, nel colore, la base performativa che conduce alla realizzazione di una serie innumerevole di messe in scena, tante quante sono le possibilità cromatiche che scaturiscono dal modello RGB: colore come elemento costituente, come generatore di significato. I pezzi contribuiscono alla narrazione del quotidiano, partecipando in maniera sempre diversa alla dimensione immaginativa e abitativa del fruitore: colore e forma, qui, non offrono necessariamente protezione, bensì – in quanto protagonisti della performance – si prestano ad eseguirla.

Dammi i colori – © Lorenzo Bacci

Modularità, essenzialità compositiva e cromatica sono il fondamento della filosofia del marchio NII (Itoki Corp), che esordisce oltre i confini del Giappone al Salone 2026. Sono mobili per ufficio che si qualificano, a ragione, come Ingenious Design: favoriscono la comunicazione e l’interazione delle persone attraverso l’uso di elementi con cui realizzare, nello spazio, strutture dinamiche sempre nuove.

Fra le poche tinte cromatiche, spiccano blu, rosso e giallo (un’altra terna di primari): Rodolfo Agrella, progettista del tavolo Connexa, gioiello di linearità, si serve del colore come veicolo ideale per comunicare le emozioni e rimarcare la propria identità, le proprie radici.

“I miei colori sono un’astrazione. Se saturi e pieni, sono più efficaci nel dialogo con un pubblico internazionale: esprimono dinamismo, freschezza e attualità. Il blu royal fa le veci degli azzurri naturali nel raffigurare l’acqua e il cielo della mia terra, il Venezuela. Insieme all’acciaio lucidato, riproduce a proprio modo l’energia della luce sulle mangrovie. Ho scelto il rosso arancio dopo un viaggio a Tokyo: lì ho compreso l’esatta corrispondenza fra la tinta vibrante e l’ambiente metropolitano, con un cenno speciale alla cultura giapponese contemporanea”.  

Connexa by Rodolfo Agrella – Courtesy Itoki Corporation
Bitmap by Todd Bracher – Courtesy Itoki Corporation

In contrasto stridente con la ricchezza degli allestimenti, dei colori spesso urlati, e con il clima precariamente spensierato che avvolge Milano, un anello aperto di 16 metri di diametro, realizzato con detriti delle case distrutte dalla guerra in Ucraina, spicca nel cortile centrale dell’Università Statale. Sono macerie che hanno il colore del nulla, della distruzione, della mancanza, grigi freddi e indefiniti che raccontano storie di vite sospese.  Sono rifiuti edìli pronti a rinascere in un progetto rigenerativo basato sull’economia circolare, con il fine di “rimettere insieme i pezzi”: l’installazione Mater, concepita dall’architetto Alessandro Scandurra, promette che masse enormi di calcinacci saranno trasformati nelle fondamenta su cui edificare nuove scuole, in un’Ucraina pronta a essere finalmente ricostruita.

Mater – Courtesy Alessandro Scandurra


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