Un appartamento che si presenta come un cantiere delimitato da pareti inesistenti: solo griglie elettrosaldate tipo Orsogril. Lo spazio domestico – luogo in cui si compie la narrazione quotidiana, che vede protagonisti corpi e “oggetti” dell’abitare – chiede di essere osservato per poter esprimere le contraddizioni che custodisce, per mostrare  i trabocchetti che si svelano via via al visitatore, palesando sembianze ibride, diverse da ciò che parrebbe ovvio: è Temporary Rooms, il progetto site-specific dell’artista Davide Stucchi, curato da Damiano Gullì, che si erge nell’Impluvium della Triennale come una scenografia in costante metamorfosi, con l’obiettivo di sottolineare la precarietà insita nelle contraddizioni di una città “mutante”. L’installazione è permeata da quel senso di indeterminatezza tipica della Milano di oggi, intrisa dell’impermanenza che sperimenti nell’oggettiva difficoltà di avere una casa stabile: costi che lievitano, ambienti spesso condivisi, continuamente trasformati per adattarsi alle esigenze di tutti. E poi la mancanza di certezze. Valige disfatte e rifatte, cose e ricordi da portarsi dietro a ogni spostamento, intimità scardinate e poi ricostruite.

©Andrea Rossetti / Héctor Chico

Eppure, c’è ironia. Gli elementi d’arredo sono metafore di sé stessi, di quei mobili stereotipati che sai immaginare nella loro veste usuale e rassicurante, che “fa casa”. E invece no: nel bagno temporaneo il lavandino, sprovvisto di condutture, poggia su una pila non troppo alta di scatole da scarpe. Svuotato della sua funzione, lo specchio non riflette: è una finestra sull’interno. L’accappatoio, appeso proprio lì dove te lo aspetti, non è ciò che sembra, bensì un grande mazzo di guanti bianchi da lavoro, mentre bidet e vaso sanitario, montati su ruote, assumono nuovi significati decontestualizzati, perché l’esistenza contemporanea procede indipendentemente dagli inganni che  gli oggetti stessi sono in grado di dissimulare. D’altra parte, è evidente che una casa “come si deve” non corrisponda per forza a un vivere solido e strutturato.

Abitare, qui, è avere dimora in quel niente effimero che ti offre un monolocale – bianco e metallico – con le sembianze di un bagno. È un atto passeggero, provvisorio reso ancora più convincente nel suo essere momentaneo dalla monotonia cromatica del contenitore e del contenuto. Il resto della casa apparirà in seguito: ogni ambiente, nella cornice dell’Impluvium sulla cui struttura l’installazione è stata pensata, sarà esibito per due settimane. Uno alla volta, fino alla metà di settembre. Il resto dei mobili ora è lì dentro, imballato: scatole avvolte in sacchi neri sono i corpi poliedrici lucidi posti a tracciare lo skyline che si staglia sulle pareti candide, una cornice che diventa paesaggio, temporaneo anch’esso.

©Andrea Rossetti / Héctor Chico

A pochi passi, lo scenario cambia radicalmente: molti hanno già visitato, in Triennale, Casa Lana, l’installazione permanente che è la ricostruzione minuziosa, realizzata nel 2022, dell’appartamento progettato nel 1963 da Ettore Sottsass per la famiglia dell’amico Giovanni Lana, in via Cola di Rienzo. Il lavoro – di Luca Cipelletti, curatore dell’allestimento, e Christopher Radl, art director – si è avvalso della preziosa collaborazione di Alessandra Vannini, restauratrice di Triennale Milano.

L’appartamento è molto piccolo e il ripristino, che esclude la zona notte e i bagni, si focalizza sulle parti comuni, che sono “una stanza nella stanza”, una casetta di legno dentro quella stanza che funge da “piazzetta nella quale si gira e ci si incontra”: il cuore di una casa che non ha corridoi in muratura ma passaggi definiti da mobili e pannelli di legno,  di uno spazio che converge verso il proprio centro, favorendo l’incontro, lo scambio, le relazioni fra i componenti della famiglia e gli ospiti. I mobili, in frassino, sono provvisti di aperture, di grate lignee per separare senza chiudere, favorendo un continuo flusso di comunicazione fra gli ambienti.

Un piccolo pianoforte verticale, le librerie a giorno disseminate di libri, oggetti e quadri, la radio, la televisione, la scrivania, i ripiani progettati per accogliere – permettendone l’esposizione alternata e dinamica – le opere d’arte collezionate dalla famiglia, i tre divani convergenti chiariscono tutti insieme, senza bisogno di spiegazioni, la funzione principale di quell’interno, che sfrutta razionalmente lo spazio privilegiando l’interazione, l’espressione e la condivisione ludica: la casa è un luogo riparato e protetto, poetico, che vive di musica, sogni e pensieri. “Un po’ di calma. Un po’ di silenzio. Un po’ di dubbi…” Poi, l’architetto continua, aggiungendo all’elenco debolezza e curiosità, domande e solitudine, spavento e “un po’ di attenzione, un po’ di dolce, un po’ di amaro”.

È un’abitazione tutt’altro che temporanea: Casa Lana è la casa di una vita, quella in cui “ogni oggetto può diventare lo strumento del rito esistenziale”. È una scatola piena di immagini a colori, di stati d’animo che sono essi stessi sostanza della vita. Il design, qui, è progettato attorno all’individuo: la forma non è finalizzata alla funzione, bensì all’emozione. O meglio, Sottsass afferma che sia “assolutamente urgente e indispensabile allargare il nostro concetto di funzione… Il riconoscimento di quelle esigenze che sono fantastiche e psichiche, oltre che economiche, ci sembra ormai urgente così come doveva parere urgente a Gauguin il viaggio verso le isole del Pacifico”. Il design è il medium narrativo, è l’atto espressivo e significativo che consente di andare oltre. Per Sottsass: “ è un modo di discutere la vita”.

La scelta cromatica di Ettore Sottsass, sempre audace e ricca di forti contrasti, dimostra il suo intento di evocare emozioni e di regolare o stimolare gli stati d’animo. Soprattutto, si basa sul fatto che il colore – insieme alla luce e al segno – sia struttura, base della composizione, linguaggio del design e essenza della vita: è nota l’opposizione dell’architetto all’idea razionalista che intimava di usare, negli interni, tinte acromatiche per non contaminare la purezza dello spazio. Perciò Sottsass prova avversione per le tinte pallide e neutre che sono, per la cultura borghese, una scelta di buon gusto: il colore, asserisce il designer, è parte integrante dello spazio.

©Delfino Sisto Legnani e Alessandro Saletta DSL Studio

Ben lontano dal fungere da ornamento, nel pensiero dell’architetto, il colore è altresì sostanza, materia progettuale, e va osservato da diverse prospettive: non esiste un’unica maniera di considerarlo. In natura “ogni cosa era quella con il suo colore attaccato” e – dato che “non esisteva un colore ‘staccato’ da qualche oggetto o animale o vegetale […]” per Sottsass questa eventualità “non esiste neanche adesso”.

In Casa Lana, oltre al legno dorato dei mobili, è il rosso a dominare la scena. Scarlatte sono le pareti dell’ingresso. Sono cremisi, con quella dominante bluastra che spegne l’eccesso di calore, uno dei divani Poltronova e la moquette sulla quale – vi è testimonianza fotografica – gli ospiti si sono seduti, persino sdraiati per chiacchierare e ascoltare musica. Dei colori, per il designer, conta il valore simbolico elementare, quello che di per sé è capace di emozionare: in primis, emergono l’energia e la passione del rosso. Blu profondo sono due dei tre divani, in dialogo ininterrotto con quello cremisi. Verde è sinonimo di tranquillità, mentre gioia e creatività sono attribuiti al giallo. Oggetti e quadri colorati – sparsi ovunque – rispecchiano la palette di base.

©Gianluca Di Ioia

L’obiettivo a lungo termine di Sottsass non era quello di ridare forma al mondo secondo l’immagine del design, ma di riformulare il design secondo l’immagine del mondo” ha scritto Barbara Radice, critica d’arte e scrittrice e moglie del designer.

Architettura, arte e design si incontrano qui, in Triennale, in due opere diametralmente opposte in tutto, per finalità, espressione e stile. Sono due visioni complementari accostate, delle quali l’una – paradossalmente – aiuta a meglio comprendere l’altra. Una – colorata – brilla per concretezza, umanità e profondità progettuale finalizzate, a tutto tondo, a una certa qualità di vita. Un lavoro concepito in un momento storico che lasciava spazio a menti visionarie e lungimiranti, oltre a promettere – e permettere – a molti un’esistenza che sembrava facile, ricca di sogni e speranze. La seconda, un’astrazione artistica ironica e acromatica, ci aiuta a connotare il momento storico attuale, e a prendere atto del carattere transitorio, della fragilità e dell’incoerenza di ciò che fino a un attimo prima abbiamo dato per scontato.

©Gianluca Di Ioia

Cover photo: ©Andrea Rossetti / Héctor Chico


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