Un’esplosione di colore: sì, solo un’iperbole può definire ciò che verrà ricordato della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026. Ma andiamo con ordine. È l’enfasi sul colore a rendere il fatto interessante: il design di ogni evento prevede che venga progettato, fra gli altri, l’aspetto cromatico. In questo caso, però, è evidente che sia il colore stesso a rappresentarne il fulcro, il punto fermo su cui si incardina la narrazione, il tema ricorrente che ha guidato tutta la rappresentazione.
È un colore funzionale al racconto, quello che è apparso allo spettatore, un colore descrittivo e al contempo stereotipato e, per questo, facilmente riconoscibile, a cominciare dal bianco luminoso che ha incorniciato il balletto di introduzione, ispirato all’opera scultorea “Amore e psiche” di Antonio Canova: i ballerini, di bianco vestiti – le ali di lui, simili a quelle piumate della Nike di Samotracia – hanno interagito con una scenografia che evoca l’equilibrio, la classicità, la nitidezza e la perfezione del neoclassicismo librandosi, dentro e fuori dall’installazione geometrica bianco-luminosa, in una danza che esprime rigore e delicatezza allo stesso tempo.

Bianco è sinonimo di neve: di questo si tratta, in fondo. Si parla del bianco candido e intoccato dei fiocchi che ormai nessuno avrebbe sperato di vedere, durante questi giochi. E invece no. Caduta giusto in tempo per l’apertura, la neve ha imbiancato all’improvviso i luoghi delle gare, restituendo il senso originario alle Olimpiadi invernali.
Una montagna innevata l’ha ricordata Mariah Carey, vestita da fata candida e addobbata come un abete natalizio.
L’oro e l’argento dei costumi di alcuni danzatori – per la cronaca, sono 70 i ballerini della scala coinvolti nello spettacolo – intervengono “contaminando” all’improvviso il bianco assoluto: considerati, qui, tinte a tutti gli effetti, i metallici entrano in gioco per raffigurare simbolicamente il tema dell’umano e del divino (chissà se ci sia stato, nella mente dei creativi, un riferimento indiretto alle medaglie?), della realtà e del sogno, abituando gradualmente gli occhi di chi guarda a tinte più sature.


Il peso “istituzionale” del nero rispetto all’impalpabilità del bianco e alla sua leggerezza – la formalità tipica di questo colore, l’eleganza e il rispetto che incute quando inserito nel contesto dell’abbigliamento – è utilizzato abbondantemente per gli abiti da sera. Vestono total black i fotografi che inseguono una sfuggente direttrice d’orchestra in nero e oro, Matilda De Angelis, e i musicisti. Laura Pausini è in nero e argento quando intona – o meglio, interpreta – l’inno. Saranno nero vestiti molti fra attrici e attori che calpesteranno la grande spirale luminosa, un palco-piattaforma cromaticamente “mutante”, un camaleonte capace di adattarsi alle varie rappresentazioni creando, in questo modo, una serie infinita di combinazioni e di contrasti.
È a questo punto che compaiono, calati dall’alto, tre enormi tubi di colore. Sono gli attrezzi del mestiere di un ipotetico pittore che, nel nostro immaginario, mescola i pigmenti per creare nuove tinte, necessarie per raccontare il seguito della storia. Un dipinto en plein air, un quadro impressionista? No, piuttosto un’opera pop. L’invenzione del tubetto portatile, risalente al 1841, ha permesso agli artisti di uscire dal proprio studio, nonché dalla propria zona di comfort, per immergersi nella natura, nei luoghi di ritrovo all’aperto. Prendendo le distanze dalla fedeltà riproduttiva della fotografia, hanno cominciato a dipingere ciò che appariva loro attraverso un modo innovativo di guardare le cose, sperimentando uno sguardo insolito sulla realtà.

Non a caso, a San Siro piovono dal cielo i primari sottrattivi – blu ciano, rosso magenta e giallo – che danno origine, mescolandosi, alle tinte squillanti e appariscenti che coloreranno gli abiti e i visi dei danzatori: combinazioni e contrasti, armonia e dissonanze si sono susseguiti senza soluzione di continuità in un carnevale allegro, spensierato e coloratissimo. Un po’ kitsch, forse, la commistione di luoghi comuni e di simboli dell’italianità. D’altronde ognuno di essi, benché didascalico nella forma, è ricco di contenuto e concreto fino in fondo. Inoltre, essendo indirizzato a un’enorme platea, il messaggio richiede – per essere còlto – di una pluralità di linguaggi.


Una delle scene più ammirate e senz’altro la più raffinata, l’ultimo lavoro del grande Giorgio Armani, è pensata per enfatizzare e dare lustro alla triade di colori che compongono la bandiera italiana. Le modelle, disposte in settori paralleli, hanno indossato completi pantalone monocromatici, un colore per ogni settore. Hanno sfilato ordinate, attente a non emergere singolarmente bensì a lasciare spazio ai vestiti, irreprensibili, elegantissimi: solo forma e colore. In coda al corteo, la supermodel Vittoria Ceretti incede sul palco – in abito candido, sontuoso e castigato – per raggiungere i corazzieri, ai quali affiderà la bandiera italiana.


L’articolo 12 della costituzione sancisce che i colori del vessillo, la cui origine risale al 1796, debbano essere verde brillante prato, bianco latte e rosso pomodoro (codici Pantone verde 17-6153, bianco 11-0601, rosso 18-1662). I significati attribuiti alle singole tinte da Giosuè Carducci nel 1897 nel discorso “per il tricolore” associano il verde alle pianure, il bianco alle nevi italiche e il rosso al sangue versato dagli italiani per l’unità del paese. Non manca il riferimento alle virtù teologali di fede, speranza e carità, ma anche a giustizia, uguaglianza e fraternità.
Gli anelli disegnati da de Coubertin – cinque come i continenti – rappresentano l’unione fra i popoli, e lo fanno anche tramite la scelta dei colori più volte ripetuti nelle bandiere del mondo: bianco – lo sfondo -, blu, nero, rosso, giallo e verde, gli stessi considerati da Hering nella sua teoria dell’opponenza cromatica. È stato emozionante lo spettacolo dei cinque cerchi contornati d’oro appesi in cielo, sopra il palco, sottolineati da fuochi d’artificio luminosissimi.


L’argento appare di nuovo – specchiante, questa volta – indossato dagli “alfieri portainsegne”. I piumini, grandiosi e spettacolari (riconoscibile a prima vista la matrice Moncler), sono lunghi e svasati come una cappa contemporanea, e culminano – nella parte alta – in un balaclava imbottito. Il viso è coperto per metà da un’ampia maschera a specchio. L’argento e la foggia confermano la visione di un futuro in cui siamo già immersi – regressione geopolitica a parte -, che si alimenta di intelligenze artificiali, di realtà aumentate (il plurale è voluto) e di viaggi spaziali “per tutti”, purché in grado di permettersi il cospicuo esborso.

“Signore e signori, la fiamma olimpica!” Nel blu siderale che illumina le scene si accendono all’unisono – per mano di Sofia Goggia, Debora Compagnoni e Alberto Tomba – i fuochi nei bracieri, identici, di Milano e di Cortina. Mentre arde la fiamma olimpica, l’Arco della Pace e piazza Dibona si incendiano di rosso carminio, rosso di Saturno, arancione, giallo oro: dai bracieri, ispirati ai nodi vinciani, magistralmente disegnati da Marco Balich con Lida Castelli e Paolo Fantin, il fuoco si estende visivamente al cielo in un crescendo di stimoli visivi, sempre più potenti con l’esplodere magnifico e sorprendente dei fuochi d’artificio. Il colore, qui, moltiplica l’esperienza degli spettatori, che diventa immersiva e totale: non assistiamo all’accensione del fuoco; siamo nel fuoco e lo viviamo nel calore e nella luce che, da purpurea, diventa dorata e si fa bianca, includendo – fisicamente – tutti i colori.

Così si chiude il cerchio: a San Siro, dai cinque anelli in cielo, piove luce dorata, tanto luminosa e ricca da apparire essenzialmente bianca.

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