La prima retrospettiva completa sul collettivo milanese (1976–1992) trasforma il museo in un viaggio utopico tra decoro, ironia e poesia progettuale.

Collezione Soli, 1990. Da sinistra: Giorgio Gregori, Adriana Guerriero, Alessandro Mendini, Alessandro Guerriero

Si entra e si capisce subito: questa non è una mostra, è un attraversamento. Alchimia – La rivoluzione del design italiano accoglie il visitatore su un “tappetozattera”, la piattaforma simbolica immaginata da Alessandro Guerriero per sospendere il mondo esterno e traghettarlo altrove: «un’avventura culturale e artistica», scrive lui, «guidata dalla volontà di trasformare l’ambiente in cui gli uomini vivono per renderlo appassionato, emotivo e concreto come i desideri che ciascuno coltiva dentro di sé».
È una dichiarazione programmatica, ma anche un invito. Salire sulla zattera significa lasciarsi portare dentro la città immaginaria di Alchimia, quella “comunità integrata” che tra il 1976 e il 1992 ha osato ciò che il modernismo non contemplava più: la debolezza, l’ironia, l’imprevisto. «Alchimia lavora sui valori considerati negativi», ricordava Alessandro Mendini, «sulla debolezza, sul vuoto, sull’essenza… sui frammenti di una vita immersa nella turbolenza».

Alessandro Mendini, Poltrona / Armchair Proust, Collezione / Collection Bauhaus, 1978. Foto Carlo Lavatori / Archivio Alessandro Mendini

Alessandro Mendini, Redesign, Marcel Breuer Poltrona B3, 1978

Alessandro Mendini, Divano / Sofa Kandissi, 1978. Foto Carlo Lavatori / Archivio Alessandro Mendini

Il percorso milanese, una lunga navata di 36 metri, senza pareti intermedie, che Guerriero trasforma in un paesaggio di apparizioni, avvolge lo spettatore in un ritmo crescente: mobili totemici, decori che esplodono, prototipi, abiti sonori, video di performance, copertine, oggetti ridisegnati fino all’eccesso. Tutto vibra, tutto sconfina.
I curatori François Burkhardt e Tobias Hoffmann ricostruiscono l’anima del gruppo a partire da un presupposto decisivo: Alchimia è il punto di rottura in cui il design italiano smette di essere “cosa” e torna linguaggio. «Alchimia fu un movimento di contro-design», scrive Burkhardt, «che restituì al progetto la capacità di essere racconto e interpretazione del mondo». La decorazione diventa così metodologia, la sperimentazione una postura, l’oggetto un emissario emotivo.

Giorgio Gregori, Disegno per allestimento Collezione Ollo, Museo Alchimia, 1988. Collezione Alessandro Guerriero

Questa tensione nasce nel pieno della crisi del modernismo, quando, come ricorda Luciano Galimberti, l’idea del progetto si era trasformata in una forma rarefatta, incapace di comprendere le fragilità umane. Serviva un’altra via. Una via non totalizzante, non dogmatica. Una via capace di raccogliere frammenti di ipotesi, più simile alla struttura aperta di un romanzo che a un manuale di produzione.

Alchimia Atelier. Dal basso verso l’alto: Bruno Gregori, Piercarlo Bontempi, Carla Ceccariglia, Alessandro Guerriero, Adriana Guerriero, Arturo Reboldi, Giorgio Gregori, Alessandro Mendini

È qui che Alchimia infatti si inserisce: non più categoria, ma vibrazione; non più metodo unico, ma sconfinamento disciplinare. Il suo linguaggio dialoga con il pensiero debole del filosofo Gianni Vattimo e con il kitsch felice analizzato dal sociologo Abraham Moles; gioca con l’estetica pop, intreccia artigianato e industria, pasticcia, contamina, ridefinisce. Ne nasce un design che non pretende di “funzionare”, ma di toccare perché poetico, sensibile, dichiaratamente eccedente.

Giancarlo Maiocchi, Studio Occhiomagico, Mussolini’s Bathroom, 1982. Foto: Colya Zucker / © VG Bild-Kunst

Il risultato, oggi, è molto attuale. In un presente dominato da oggetti algoritmici e forme levigate, la mostra milanese ricorda che il progetto può essere anche un gesto critico, un incontro, un rischio. Può permettersi di essere “troppo”: troppo decorato, troppo narrativo, troppo affettivo. Può sfuggire all’omologazione senza smarrire senso.
Alchimia lo aveva capito quarant’anni fa. E la sua zattera torna oggi a farci una domanda semplice e urgente: quanto spazio lasciamo ancora al desiderio, all’immaginazione, alla parte fragile e indomabile del progetto?
Chi scende dal “tappetozattera” lo capisce: la rivoluzione, qui, non è un ricordo. È una corrente che continua a trascinare.

Photo cover: Collezione Modulando, 1980, ph. Occhiomagico


Arthur vi invita ad iscrivervi alla nostra Newsletter!!