
Un ambiente monocromo, realizzato in un colore che definiremmo amichevole, può apparire rassicurante agli occhi di chi lo visita o lo vive? Me lo chiedo uscendo dall’edificio che accoglie l’installazione realizzata dal regista Paolo Sorrentino presso il Salone del Mobile. Per vederla, mi aspettavo code chilometriche ed scopro che, in controtendenza con le resse estenuanti tipiche del Salone, allo spazio accedono due persone alla volta: due estranei che vivranno l’esperienza singolarmente, in parallelo, ognuno immerso nelle proprie riflessioni, nelle emozioni che sarà in grado di provare.
Nessuna attesa quindi, per accedere a “Dolce attesa”.
Il montacarichi in metallo – uno spazio asettico, con la funzione apparente di creare un distacco dalla realtà caotica del Salone – conduce, lentissimo, al primo piano.

Scendiamo davanti a una porta sbarrata, subito aperta da un medico giovane e sorridente, che ci introduce nella penombra di un ambiente esteso e completamente spoglio – una corsia di ospedale – dipinta in uno stupefacente, monocromatico color mango. Vengo invitata a accomodarmi su un lettino dalle forme arrotondate, contenitive; un grembo, un bozzolo dischiuso sul quale intraprenderò, distesa, il percorso verso l’estremità opposta della sala.

Il battito amplificato di un cuore sembra procedere all’unisono con il mio: l’effetto fisiologico causato dalla bassa frequenza del rosso arancio, benché desaturato, è quello di incrementare lievemente le pulsazioni: è l’inquietudine dell’attesa, quella che Sorrentino mi fa provare, in concomitanza con l’indicibile ansia del non sapere come andranno le cose, al termine di questo viaggio.

Non mi è immediatamente chiaro, mentre la mia “barella” scivola senza fretta verso il lato prospicente della stanza, che il grande caleidoscopio situato al centro, oltre a emettere luce – che all’improvviso virerà verso il porpora, lo scarlatto, il carminio, colorando lo spazio attorno e provocando una crescente intensità emotiva – nasconde al suo interno la riproduzione enorme e anatomicamente perfetta di un cuore pulsante.
L’idea dell’installazione nasce sul concetto di attesa; nella vita, il gesto stesso dell’attendere, fatta eccezione per l’indugio amoroso – dice il regista – è angoscia, che caratterizza il momento di incertezza precedente il manifestarsi della fatalità. In particolare, lo è l’attesa, in ambito medico, di un responso che aspettiamo con ansia, il cui rivelarsi può avere risvolti di vario genere e cambiare la nostra vita.


Dall’altro capo del locale, mi aspetta il giovane medico. Il camice dello stesso colore delle pareti è, per me, un ulteriore elemento destabilizzante: l’ambiente, nel suo totale scollamento dalla realtà, mi fa sentire parte di un sogno anestetizzante, di una finzione edulcorata e fintamente rassicurante che è metafora di una vita epurata dalle ruvidezze che la definiscono, dai trabocchetti nei quali non sceglieremmo, scientemente, di cadere, ripulita dai raggiri della sorte, che sembrano svelare – qualcuno crede – macchinazioni del destino ai nostri danni. Così Sorrentino ha eretto pareti rosate e cedevoli, atte a delimitare una vita preconfezionata, che fluisce in assenza di spigoli.
A detta sua, il suo lavoro narra un’attesa ripensata, una “dolce attesa”, che niente ha a che fare con l’espressione idiomatica. Ogni attesa potrebbe compiersi più serenamente, essere più dolce e sopportabile, se imparassimo a goderci “il viaggio” sperimentando la pazienza. L’allegorico “giro di giostra” dei pazienti in uno scenario ipnotico e ammaliante, guidato da medici e infermieri inverosimilmente rilassati, mostra la capacità che avremmo di ridurre le preoccupazioni, evitando di concentrarci su incognite dolorose o di ipotizzare un epilogo negativo. L’auspicio è più che mai condivisibile.

Potremmo però leggere, in questo, l’intenzione irrealistica di alludere all’esistenza come a una passeggiata in un prato di margherite, invece che a un procedere a tentoni per una “selva oscura.” Potremmo confutare l’evocazione di una sorta di Truman Show, nell’illusione che il realismo della vita vera possa essere mitigato dalla finzione.

Il color mango è un rosa più carico, un rosso meno concreto e corporeo, un rosso arancio più tenue e meno perentorio dei componenti da cui deriva. A prescindere dalla lettura soggettiva di questo lavoro, il colore sembra esprimere – qui – il desiderio che proviamo di umanità e di empatia, la voglia di tenerezza, la nostalgia di una vita meno aleatoria, capace di offrire certezze rispetto alle insidie contemporanee, che portano con sé un senso di sospensione e indeterminatezza. È un invito a lasciarsi andare e a lasciare andare, per vivere con maggior positività l’esperienza dell’attesa.
Dolce e affettuoso, confidenziale, amichevole e materno sono altri aggettivi attribuibili al colore nel quale sono immersa: ripensandoci, benché l’autore non ne faccia menzione, mi pare di trovare, nascosta fra le pieghe del senso, una seconda metafora. Rannicchiandosi in posizione fetale sulla poltrona, la cui conformazione invita a farlo, rivestiremmo senza sforzo il ruolo di un esserino in procinto di nascere, ancora piacevolmente accoccolato nel luogo più caldo e avvolgente in cui gli accadrà di trovarsi nella vita, al riparo dal mondo esterno, con la presenza rassicurante del battito che da sempre lo accompagna.


Alzarmi in piedi non è bastato per uscire dalla finzione: dietro i vetri, due infermieri col sorriso d’ordinanza si sono occupati della mia dimissione. Quale che sia la parte da me interpretata, mi è stato possibile tornare al mondo reale solo dopo essermi chiusa alle spalle una porta color mango.
Del monocromo mi resta – all’uscita – l’impressione di aver vissuto quei momenti sprofondata nella sua allegoria: fragilità umana, corporeità tenera, bisogno di vicinanza e di compassione, conforto e rifugio che tutti confideremmo di poter trovare nei nostri simili. Sentirsi avvolti da un colore che si è appropriato del tuo spazio e dell’intero campo visivo – benché non si tratti di una sua espressione pura – resta, a mio avviso, un’esperienza inquietante in quanto inesistente in natura: come rivivere un’immagine onirica o sentirsi immersi nelle sequenze di un film del quale sperimenti il conflitto senza conoscerne, in anticipo, il finale. Sì, Sorrentino ha fatto il suo lavoro come lo sa fare, e lo ha fatto bene.
Cover Photo Credits ©Carla Bordini Bellandi
![]()
Arthur vi invita ad iscrivervi alla nostra Newsletter!!