
© Carla A. Bordini Bellandi

© Carla A. Bordini Bellandi
La luminosità del giallo è debordante, schiacciante, invadente. È come se la sua esuberanza incontenibile si appropriasse del mio spazio e mi comprimesse contro la parete. La stanza in cui mi trovo è illuminata da luce monofrequenza – tale da rappresentare un filtro che impedisce, a chi osserva, la visione di ogni altro colore – diffusa da lampade ai vapori di sodio posizionate sul soffitto, che emettono radiazioni luminose della lunghezza d’onda di 580 nanometri.
Il campo visivo si trasforma così in un paesaggio monocromo, in un ambiente intriso di luce densa color miele che ha il potere, inizialmente sgradevole, di ridurre la mia percezione cromatica in maniera così assoluta e radicale da permettermi una visione limitata e distorta della realtà: solo toni di giallo più o meno brillanti e neri, che perdono progressivamente consistenza, dando origine a una gamma di grigi inconsueti, che poco si adattano a connotare i visi e le mani dei presenti nella grande sala vuota; alieni dalle sembianze umane si aggirano attorno a me, aliena come loro, a giudicare dal colore metallico della mia pelle.
Il giallo sembra poi accendersi, rischiararsi, diventare eccessivamente brillante e ultra leggero, offrendo ai miei occhi, assuefatti ormai alla luminosità abbagliante, una visione estraniante della sala: Room for One Colour, una delle installazioni dell’artista danese Olafur Eliasson, allestita ancora per qualche giorno a Firenze nelle sale di Palazzo Strozzi nel contesto della mostra Nel tuo tempo, nasce per attirare l’attenzione del pubblico sul fenomeno della percezione cromatica e sul suo ruolo cruciale di consentire la visione del mondo esattamente come lo conosciamo, favorendone la comprensione; del resto, il ruolo funzionale e primario del colore è quello di costituire segnali e messaggi utili agli esseri viventi per conoscere il proprio ambiente. Quando i codici cromatici che sappiamo riconoscere nella dimensione del conscio o quelli che appartengono all’inconscio collettivo sotto forma di immagini ancestrali vengono alterati, allora la realtà ci appare estranea e alienante, confermando così il carattere relativo della rappresentazione del mondo alla quale siamo abituati, insieme alla mancanza di oggettività della nostra percezione visiva.
Non siamo avvezzi, in natura, ad ambientazioni monocolore: l’habitat in cui viviamo è variopinto e offre raramente l’occasione di sentirsi immersi in contesti simili a quello che ho appena descritto, in cui una luce colorata avvolge tutto, dipingendo ogni dettaglio del reale che ci sta attorno. È monocromatica la visione che avremmo di un incendio, se ne fossimo accerchiati: la vista esclusiva del fuoco che ricopre ogni cosa è, infatti, una delle esperienze cromatiche reali più spaventose e totalizzanti che l’essere umano possa provare ed è collegata, dal punto di vista psicologico, al senso di terrore provocato dal presentimento di un cambiamento irreparabile, repentino e definitivo, del paesaggio che ci sta attorno.


Si basa su di un solo colore il paesaggio sottomarino in profondità, nel quale domina inizialmente la tinta specifica dell’acqua in quel luogo e in quel momento, in quelle specifiche condizioni di luce. La differenza, che consiste nella scarsa nitidezza della visione, è paragonabile all’ipermetropia creata dal contatto con l’acqua stessa, che offre una visuale approssimativa, correggibile utilizzando una maschera. Essa dipende dalla crescente oscurità che si crea proporzionalmente alla profondità in cui si sosta e sta nella caratteristica scomparsa, ad opera dell’elemento acqua che ne assorbe le lunghezze d’onda, dei colori: il fenomeno avviene a partire dal rosso e dal giallo, per poi estendersi fino ad arrivare all’eliminazione del violetto e del verde, consentendo così la visione esclusiva del blu, l’ultimo colore ad accompagnarci fino alla loro totale sparizione.
La differenza sostanziale che cogliamo fra un panorama monocolore rosso e uno blu risiede nella maggior quiete e tranquillità evocate dal blu stesso e, all’esatto opposto, nelle emozioni di ansia e tensione sollecitate dal rosso.
Il cinema si avvale dell’espediente di utilizzare palette monocromatiche per condurre lo spettatore verso dimensioni lontane dalla normalità, per creare scenari immersivi efficaci, diversi a seconda del colore che li caratterizza. Ciò che non cambia, accomunando semplicisticamente scenari rossi, verdi, gialli o arancioni, a prescindere dal significato specifico del singolo colore, è che la mancanza della naturale policromia riflette un senso imperante di scollamento dal vero, di eccesso, trasmette timore, paura, il presagio delle realtà distopiche che ognuno di essi porta con sé.

Ripensando al verde velenoso e innaturale di Matrix, al rosso sottilmente terrificante e totale di 2001, Odissea nello spazio e all’arancione torrido e sconcertante di Blade Runner, tanto per rimanere nell’ambito di film di grande diffusione, non è possibile evitare di ricollegarsi al timore atavico che proviamo di fronte alla mancanza di luce e, al tempo stesso, di colore: una ragione di più per affermare l’importanza del colore nelle nostre vite.
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