Una città che non pretende nulla

Leggendo Generic City di Rem Koolhaas ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una città che non chiede di essere amata. Non prova a raccontare una storia, non ostenta un’identità precisa, non cerca di essere memorabile. È semplicemente lì. Questa assenza di carattere, che di solito verrebbe vista come un difetto, diventa invece il suo punto di forza. È una città che non pesa, che non impone un’immagine, e forse proprio per questo lascia più spazio a chi la vive.

Togliere invece di aggiungere

Quello che mi colpisce di più è l’idea che la città contemporanea funzioni meglio quando smette di accumulare segni, stili e significati. Nella Generic City sembra che tutto ciò che non è strettamente necessario venga progressivamente eliminato. Gli edifici diventano semplici, gli spazi chiari, le funzioni leggibili. Non c’è la volontà di stupire, ma di far funzionare le cose. È un approccio che può sembrare freddo, ma che in realtà rivela una grande attenzione alla vita quotidiana.

courtesy Tonini editore

L’anonimato come sollievo

In una città senza un’identità forte, nessuno è costretto a riconoscersi in un’immagine precisa. Questo anonimato, che spesso viene vissuto come alienante, può anche essere liberatorio. La Generic City non ti dice chi devi essere né come devi comportarti. Fa da sfondo, non da protagonista. Personalmente trovo interessante questa idea di città che si fa da parte, che non cerca continuamente di attirare l’attenzione su di sé.

Tutto si assomiglia, e forse va bene così

Koolhaas parla apertamente di ripetizione, di modelli che si replicano ovunque. Aeroporti, centri commerciali, grattacieli: cambiano i nomi delle città, ma gli spazi sono spesso gli stessi. Invece di condannare questo fenomeno, lo accetta come una condizione del presente. C’è qualcosa di rassicurante in questa uniformità: sai sempre come muoverti, cosa aspettarti. L’architettura smette di essere un oggetto da contemplare e diventa uno strumento da usare.

courtesy Tonini editore

Spazi vuoti, possibilità aperte

Un altro aspetto che mi affascina è il ruolo del vuoto. Nella Generic City ci sono spazi che sembrano incompleti, sospesi, senza una funzione precisa. Ma proprio per questo sono pronti a cambiare. Non tutto è deciso una volta per tutte. È come se la città accettasse di non avere l’ultima parola, lasciando margine al tempo, agli usi imprevisti, alle trasformazioni future, come anche le riqualificazioni urbane in tutto il mondo, per esempio quella recente a Copenhagen.

Accettare la realtà senza nostalgia

Alla fine, non credo che Koolhaas stia dicendo che questa città sia migliore o peggiore di quelle del passato. Piuttosto, la guarda per quello che è, senza nostalgia. La Generic City è il risultato di un mondo globale, veloce, pragmatico. Forse non è affascinante nel senso tradizionale, ma è onesta. E questa onestà, fatta di essenzialità e riduzione, può essere letta come una risposta coerente alla complessità del presente.

Se vi ho incuriositi, qua potete trovare la versione inglese di tutto il capitolo.

courtesy Tonini editore

Cover credits: ©Charlie Koolhaas


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