C’è chi progetta edifici e chi costruisce sistemi di pensiero. DAAA Haus appartiene decisamente alla seconda categoria.

Nato come acronimo aperto (Design, Art & Architecture Associates) lo studio si muove da oltre dieci anni lungo una traiettoria che sfugge alle etichette: un territorio fluido dove discipline, linguaggi e geografie si intrecciano senza chiedere permesso. Tra Malta, Milano e la Sicilia, il loro lavoro prende forma dentro una dimensione mediterranea che non è solo geografica, ma culturale: luce, materia, stratificazione, imperfezione.

I loro progetti non cercano mai una risposta univoca. Piuttosto, mettono in tensione elementi diversi: sostenibilità e narrazione, funzione e atmosfera, memoria e futuro. È qui che l’architettura smette di essere solo spazio costruito e diventa esperienza, racconto, posizione critica.

Studio DAAA Haus da sinsitra Daniele Migliorisi Giorgio Occhipinti Mario Castello Keith Pillow ©Diana Iskander

A dieci anni dalla fondazione in Sicilia, abbiamo scelto di non celebrare solo un traguardo, ma di entrare nel loro processo: capire cosa significa oggi lavorare “nel mezzo”, tenere insieme visioni diverse e trasformare il progetto in un dispositivo aperto. Una conversazione a più voci, dove identità individuali e pensiero collettivo si intrecciano — senza mai annullarsi.

DT – DAAA Haus nasce come un ecosistema più che come uno studio: Design, Art & Architecture Associates. Dopo oltre un decennio di attività tra Malta, Milano, Ragusa e Mumbai, cosa significa oggi per voi tenere insieme queste tre dimensioni senza gerarchie?

DH – Per noi DAAA Haus non è mai stato uno studio nel senso tradizionale, ma un’ideologia un modo di progettare. Fin dall’inizio abbiamo evitato di creare gerarchie rigide tra design, arte e architettura, perché nella realtà contemporanea queste discipline non esistono più come compartimenti separati.
Oggi, tenere insieme queste dimensioni significa soprattutto lavorare “nel mezzo” — in quello spazio ibrido dove le idee si contaminano. Non partiamo mai da una disciplina, ma da un’intenzione: capire cosa vogliamo raccontare, quale esperienza vogliamo costruire, quale posizione vogliamo prendere. A quel punto, gli strumenti — che siano architettura, design o arte — diventano semplicemente linguaggi attraverso cui esprimere quella visione.

Non c’è un sistema, ma una continua negoziazione. A volte è l’architettura a guidare, altre volte è un gesto artistico, altre ancora è il design a definire il dettaglio e quindi l’esperienza complessiva. Il progetto nasce proprio da questa tensione.
Quello che cerchiamo di evitare è la specializzazione fine a sé stessa. Preferiamo costruire un pensiero trasversale, capace di adattarsi ai contesti — geografici, culturali, economici — senza perdere identità.

DT – Il vostro lavoro sembra muoversi costantemente tra cultura materiale, sostenibilità e contaminazione internazionale. È un metodo o una necessità del contemporaneo? E quanto questo “mix” definisce il vostro linguaggio progettuale?

DH – Oggi non è più possibile progettare in modo isolato, né dal punto di vista culturale né da quello materiale. Viviamo in un contesto globale, ma allo stesso tempo sempre più attento al locale. Questo crea una tensione continua tra ciò che è internazionale e ciò che è radicato nel luogo e per noi è proprio lì che nasce il progetto.

La cultura materiale, la sostenibilità e la contaminazione internazionale non sono elementi che aggiungiamo a posteriori, ma fanno parte del processo fin dall’inizio. La sostenibilità, ad esempio, non la vediamo come un layer tecnico, ma come una responsabilità progettuale che si traduce in scelte concrete: materiali, durata, manutenzione, capacità di invecchiare bene.
Allo stesso modo, lavorare tra geografie diverse — Malta, Milano, la Sicilia, l’India, ci ha insegnato che non esiste un linguaggio unico da imporre. Piuttosto, esiste un modo di osservare, assorbire e reinterpretare.

Quindi sì, questo “mix” definisce il nostro linguaggio, ma non in modo stilistico. Non è qualcosa che si riconosce formalmente in un segno o in un’estetica precisa. È più un atteggiamento progettuale: aperto, ibrido, capace di mettere insieme elementi diversi.
In fondo, il nostro lavoro nasce proprio da questa condizione contemporanea, complessa, stratificata che cerca di trasformarla in qualcosa di coerente, leggibile e, soprattutto, significativo.

Due domande a KEITH PILLOW

DT – Il tuo percorso nasce nella comunicazione e nel branding prima di arrivare all’architettura. In che modo questa origine continua a influenzare il modo in cui costruisci gli spazi e le esperienze?

KP – Il mio percorso nella comunicazione e nel branding mi ha insegnato prima di tutto a osservare, essere curioso e ascoltare. Sono aspetti fondamentali che spesso vengono sottovalutati nel progetto, ma che in realtà sono alla base di ogni decisione consapevole.
Quello che ho imparato è raccogliere informazioni, stimoli, comportamenti, e poi trasformarli in un racconto. In fondo, mi considero ancora oggi uno storyteller. Solo che invece di lavorare su un logo o una campagna, costruisco spazi che raccontano una storia e che riescono ad attrarre, coinvolgere, lasciare un segno.

Questo approccio è rimasto al centro di ogni progetto che faccio. L’architettura, per me, non è mai solo forma o funzione, ma narrazione costruita.
Con il tempo poi arriva l’esperienza, e l’esperienza porta con sé una certa forma di saggezza. Ed è proprio quella saggezza che ti permette di aprire ancora di più l’immaginazione, di capire quando spingere, quando trattenere, e come dare coerenza a tutto ciò che si crea.
Alla fine, tutto torna lì: osservare, ascoltare e trasformare.

DT – Nei tuoi lavori emerge spesso una tensione tra romanticismo e visione critica del futuro, penso alla tua idea di “Mashup Architecture”. L’architettura oggi deve ancora immaginare o deve imparare a remixare ciò che esiste già?

KP – La verità è che possiamo lasciare un segno nel futuro solo se siamo autentici, e l’autenticità porta inevitabilmente con sé una certa nostalgia, perché il passato è ciò che conosciamo.
Come progettisti siamo chiamati a immaginare il futuro, ma in realtà nessuno sa davvero come sarà. Quello che possiamo fare è costruire visioni mescolando elementi che ci appartengono: memoria, cultura, dettagli che vale la pena preservare.

Allo stesso tempo, il presente ci dimostra che questo mix tra antico e contemporaneo esiste già. Il futuro non farà altro che evolverlo.
Non possiamo vivere nel passato, ma non possiamo nemmeno dimenticarlo per costruire qualcosa di nuovo. È proprio in questa tensione che nasce la Mashup Architecture.

Due domande a MARIO CASTELLO

DT – Lavorare tra Sicilia, Malta e Milano significa confrontarsi con luci, culture e paesaggi profondamente diversi. Quanto il contesto geografico entra davvero nel vostro processo progettuale?

MC – Partirei subito appoggiandomi alla parola ”Contesto”. È naturale essere costantemente influenzati da esso come lo è viverlo e sentirlo cambiando continuamente area geografica. Tuttavia, i nostri progetti spaziano oltre i nostri contesti operativi e nella assolutezza del grande contenitore rappresentato dal “Contesto” nel senso più ampio del termine, si ricevono stimoli e “velate proposte” che maturano in scelte, ispirazione e decisioni.

Il contesto geografico non è uno sfondo neutro, ma una vera e propria materia di progetto. Il contesto geografico non è un vincolo, ma un dispositivo attivo che genera il progetto. Lavorare tra Sicilia, Malta e Milano significa attraversare condizioni ambientali, culturali e percettive radicalmente diverse, e ciascuna di queste entra in modo determinante nel nostro processo progettuale. Avere la possibilità di lavorare come progettista cambiando area geografica costituisce materia di crescita continua e si sposa perfettamente con lo spirito del gruppo. DAAA Haus ha, in tutti questi anni, sviluppato la capacità di far coesistere in perfetto equilibrio, un grande numero di specificità che si accompagnano e si completano l’un l’altra, una sorta di DNA visto come matrice e non come vincolo e di cui tutti noi siamo “portatori sani”.

DT – Nei progetti residenziali, come Le Vele Bianche, emerge una forte attenzione alla relazione tra spazio, luce e vita quotidiana. Dove si gioca oggi, secondo te, la qualità dell’abitare?

MC – La qualità dell’abitare non è più soltanto una questione di metrature o di standard funzionali, ma di come lo spazio riesce a costruire relazioni significative tra luce, materia e vita quotidiana.
Progetti come Le Vele Bianche nascono proprio da questa consapevolezza ed esso stesso è testimone del fatto che l’architettura debba essere una sorta di infrastruttura sensibile capace di amplificare l’esperienza dell’abitare.

La qualità si misura nella capacità di uno spazio di trasformarsi in relazione al suo uso quotidiano, di mettere in relazione interno ed esterno in modo fluido.
La luce, in questo senso, è uno degli strumenti principali: non solo illumina, ma struttura lo spazio, ne definisce le gerarchie, accompagna i ritmi della vita domestica.
Credo che oggi la qualità dell’abitare si giochi nella capacità dell’architettura di essere meno rigida e più “abitabile” nel tempo: spazi che non impongono un unico modo di vivere, ma che offrono possibilità, interpretazioni, facendo si che l’architettura stessa smetta di essere solo costruzione ma diventi realmente esperienza.

Complesso Le Vele a Modica (RG) courtesy DAAA Haus

Due domande a DANIELE MIGLIORISI

DT – All’interno di uno studio così multidisciplinare e internazionale, come si costruisce una propria voce progettuale senza perdere il senso del collettivo?

DM – La propria “voce” non è un dogma estetico imposto, ma un metodo.
In DAAA Haus non cerchiamo l’uniformità, ma una coerenza di visione. Il senso del collettivo nasce dalla condivisione di valori — come la narrazione del luogo e la cura del dettaglio — che agiscono da bussola. All’interno di questo perimetro, ogni designer ed architetto è libero di declinare la propria sensibilità.
Avere competenze che spaziano dal branding all’architettura fino all’interior non frammenta la voce dello studio, la arricchisce. La voce progettuale si costruisce attraverso il dialogo: è un processo di contaminazione continua dove il ‘senso del collettivo’ è garantito dal fatto che nessun progetto nasce in isolamento.

Ogni nostro progetto ha una sua anima unica perché risponde a un contesto diverso. La mia voce progettuale si esprime nel trovare quella storia specifica. Il collettivo interviene nel tradurre quella storia in realtà attraverso un linguaggio multidisciplinare che è, ormai, il marchio di fabbrica di DAAA Haus.
Come partner, il mio compito non è firmare il progetto, ma di costante confronto con i colleghi dello studio. La mia voce si riconosce nella capacità di estrarre il meglio dai talenti internazionali dello studio, assicurandomi che il risultato finale sia un’opera corale che però mantiene una leggibilità e un’eleganza tipicamente DAAA Haus.

DT – Nei vostri progetti si percepisce una forte attenzione ai materiali spesso naturali, riciclati, imperfetti. È una scelta estetica o una posizione etica?

DM – Per noi non esiste bellezza senza integrità. L’uso di materiali naturali, riciclati o imperfetti è una scelta estetica consapevole che nasce da una posizione etica.
L’imperfezione come unicità (Wabi-sabi): Spiega che l’imperfezione non è un difetto, ma il segno del tempo e dell’autenticità. In un mondo di produzione di massa, il materiale “imperfetto” rende il progetto umano e unico.

La narrazione del materiale: Un materiale riciclato porta con sé una storia. Sceglierlo significa dare continuità a quel racconto, riducendo l’impatto ambientale. È un tributo al passato con lo sguardo rivolto al futuro.
L’attenzione ai materiali naturali non è solo visiva, ma sensoriale. Progettare spazi che “fanno stare bene”, e il contatto con la materia vera (pietra, legno, calce, ecc…) è fondamentale per la salute mentale e fisica di chi vive lo spazio.

Due domande a GIORGIO OCCHIPINTI

DT – DAAA Haus lavora spesso su spazi che devono generare esperienza come hotel, retail, installazioni. Come si costruisce oggi un’architettura che non sia solo spazio, ma memoria?

GO – Credo fermamente che costruire oggi un’architettura che sia anche memoria significhi andare oltre la semplice forma o la funzione immediata. Nel mio lavoro non mi accontento di creare spazi che siano solo belli o efficienti; la mia intenzione è di dare vita a luoghi capaci di rimanere nel cuore delle persone anche quando non si trovano più al loro interno.
In questo senso, considero la progettazione come un atto quasi narrativo. Gli spazi non sono mai semplici contenitori, ma vere e proprie esperienze vissute attraverso la luce, i materiali, i suoni, le proporzioni e i percorsi che scelgo di tracciare. Tutti questi elementi contribuiscono a costruire una sensazione destinata a durare nel tempo: è quella stessa emozione che, a distanza di anni, ci permette di ricordare un luogo non tanto per la sua struttura esatta, quanto per come ci faceva sentire.

All’interno di DAAA Haus, lavoro costantemente su questa soglia sottile che divide il momento presente dalla traccia emotiva che resta. Cerco di trasformare l’architettura in una forma di memoria condivisa, capace di legarsi alle persone in modo intimo e profondamente personale. Quando riesco a far sì che un’esperienza lasci un ricordo vivido, sento che quel progetto è diventato qualcosa di più: è diventato un pezzo della nostra storia.
E forse è proprio qui che l’architettura contemporanea trova una delle sue direzioni più interessanti: non progettare solo per essere vista, ma per essere ricordata.

DT – Progetti come Selva Viva o il concept Carbon raccontano un’idea di architettura consapevole, quasi “biologica”. È questa la direzione inevitabile del progetto contemporaneo o è ancora una scelta culturale?

GO – Sento che muoversi verso un’architettura consapevole, quasi “biologica” non è più soltanto una scelta estetica. Per me sta diventando una necessità impellente per ragioni culturali, ambientali ed economiche. Considero questo settore un campo ancora aperto, fatto di idee diverse e talvolta persino contrastanti.

Dall’altra parte, però, mi rendo conto che la realtà sta cambiando sotto i nostri occhi. La crisi climatica, il consumo di suolo e la scarsità di risorse rendono sempre più difficile, continuare a sostenere un’architettura che sfrutta l’ambiente senza restituire nulla in cambio. Credo fermamente che gli edifici debbano iniziare a funzionare come sistemi vivi, capaci di adattarsi, scambiare energia e interagire attivamente con ciò che li circonda.

In sintesi, non vedo più in tutto questo una semplice moda, ma un cambiamento profondo. Penso che un edificio non sia solo un oggetto chiuso e finito ma un organismo vivo in costante relazione con l’ambiente, convinto che i cambiamenti di questo tipo, nella storia dell’architettura, difficilmente tornino indietro.


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