Mìmesis (μίμησις) come mera imitazione, irrisoria e illusoria riproduzione delle Idee immutabili, emanazione ‘ipo-uranica’ appannaggio dell’uomo e, ancor più in basso, sotto il rango della “copia della copia”, dell’arte: questa per Platone, pur contro se stesso, a dispetto della settima lettera e dell’insegnamento socratico prima della lettera, significava l’atto mimetico, di per sé relegato, deperito, confinato nella fallacia della concrezione, nella menzogna dell’incarnazione, nel simulacro del mondo della vita vissuta.

E allora, di là dal platonismo letterale, sul piano della realtà simbolica e, più in là, di quella reale, il processo mimetico è forse possibile soltanto nella denudazione? Piuttosto con l’abito di un ‘meta-mimetismo’, di una traslitterazione dell’origine e dell’etimo, quest’ultimi intesi, finalmente, come oltranza, come oltrepassamento, soltanto nell’altrove?
Notoriamente, il filosofo del design è solito concepire il mimetismo come permeabilità più che come imitazione, dacché l’imitazione poco ha a che fare col fuoco del concetto e, parimenti, con la materia scottante del design, di questa forma transeunte dell’utilità sostanziale, dell’escatologia oltre-funzionale, dell’ipseità meta-funzionale di tutte le cose, della cosa stessa.

Il nucleo dell’arte e, nello specifico, del design in quanto particolare applicazione del sodalizio fra forma e materia, risiede quindi nella physis (φύσις) generatrice che scaturisce dallo scontro-incontro di due reagenti contraenti diversità costitutiva e, nondimeno, non dissimili per essere e scopo? Che ne è della relazione tra natura naturata e artificialità umana naturante –dell’estensione prostetica, dell’arto creativo, del prolungamento co-essenziale?

La filosofia del design non è forse l’episteme della precarietà? Della molteplicità che Platone tanto faticò a sistematizzare?
Ogni verità è biettiva, dimezzata, altra da sé per dicotomia, per formato, per fatticità. Che ne è, dunque, della mimesi?
Nello spaziotempo degli uomini, dei designer della filosofia, in un’altra sospensione, quell’antica e immarcescibile della Brera radicale, prende vita Mimesis, saggio di creatività bipersonale curato da Dilmos e presentata in occasione della Milano Design Week 2026, nella storica galleria di via San Marco 1.
Protagonisti dell’esposizione sono i lavori di Onno Adriaanse, designer olandese, ‘metafisico della matericità’, e Valeria Vaccaro, istrionica poliartista torinese, entrambi inseriti in un allestimento – vuoto e pieno – firmato da Verderame, autore di un ordito metallico angolare e pensante, incorporato nella feconda vegetalità delle sette botaniche che permeano la trama post-panistica del progetto.

Dilmos: natura bipersonale della sostanza del design

Hedera

A proposito di autorialità, quella di Adriaanse, proviene da lontano – dall’estatica esperienza australe, transitando dal crogiolo specchiato dei canali olandesi, fino a infondere il cuore della sua filosofia dell’incontro, del suo design della simbiosi –, e da lontano, dalla cima del noce massello, per il viatico della satinatura ad olio, nei materiali eletti della sua speculazione artigianale, discende la sua edera oltre-mimetica, nell’andirivieni della metamorfosi che conduce l’uomo al legno e il legno all’uomo, incidendo il passaggio con lo scalpello della visione, imprigionandola nel tavolo da pranzo, nella scrivania con sedia, nella lampada da terra, nella credenza o nel contenitore mobile, metonimia della mobilità alata della physis della creazione, che è nell’uomo e nella natura, nella trasparenza del vetro che rifulge il possibile e impreziosisce la solidità opaca dell’albero della vita.

“Hedera” è la sintesi creativa di due traiettorie differenti e inevitabili della coscienza del design.

Ossimoro

Nell’osmosi dello scambio, la seconda persona del design sostanziale di Dilmos – Valeria Vaccaro –, mimetizza il suo marmo di Carrara con camaleontismo da artista totale, nella totalità organica degli specchi, delle mensole, dei tavolini, della console e della libreria, sfumature della stessa complessità narrativa, apologia del contrasto come forma d’elezione dell’arte che imita non imitando, connotandosi piuttosto come aristotelica ‘poetica della possibilità’, tragedia dell’opposizione genetica, meraviglia della scoperta particolare nell’orizzonte della pluralità.
Per mano di Vaccaro, per mezzo dei suoi inchiostri trasformativi, il marmo, fratello ambrato dell’eternità, si tuffa nella sua propria nemesi, nella lignea caducità del tronco sdrucciolo, truccato a nozze, nel matrimonio della durevolezza che diviene controimmagine di se stessa, che affiora come innesto imprevisto, come interpolazione salvifica dell’altro, fallibilità e altezza, antitesi suprema al di là della mimesi.

“Ossimoro” è una tecnica di sopravvivenza nella perturbazione dell’ombra.

La filosofia del design è una linea di orientamento nella sublimità del caos.


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