
In occasione della sesta delle nostre “Conversazioni Green”, realizzata in collaborazione con la collega Interior Designer Anna Di Giorgio, abbiamo cercato di affrontare la Sostenibilità applicata al Design ed ai progetti di Interior Architecture partendo dal punto di vista di una professionista che studia il rapporto tra le persone e gli spazi in cui vivono: casa, quartiere, città ed ambienti quotidiani.
Abbiamo incontrato la Prof.ssa Donatella Caprioglio, psicologa, psicoterapeuta e scrittrice.
Veneziana di nascita, vive tra la Puglia e Parigi dove insegna all’Università di Bobigny Paris 13 “Tecniche di sensibilizzazione all’ascolto e psicopatologia del neonato”. Insegna all’Università di Padova “Psicologia dell’abitare” e tiene seminari sull’argomento in collaborazione con gli Ordini degli Architetti e degli Ingegneri.
Ha fondato il “Caffè con i genitori” per il sostegno alle famiglie e per creare una cultura di prevenzione dei disturbi infantili. In Puglia ha creato “l’Accademia degli Inquieti”, luogo di incontro e scambi culturali di differenti orizzonti.
Ha collaborato e contribuisce attualmente creando formazioni con associazioni nel settore immobiliare SIAIP e mobiliare (Gessi, Ideal Legno, Annamaria Brindicci) e culturale con Chanel. Interviene anche nella formazione di psicologia dell’abitare con la facoltà di Matera.
Durante il lockdown ha organizzato Webinar “Il Caffè dell’Abitare” aperti a tutti per parlare di case e di noi stessi.
Ha pubblicato numerosi libri tra i quali “Nel cuore delle case”, Edizioni Punto d’Incontro, 2012, Collaborazione con Michele De Lucchi per Earth Stations “Archittetture per il Pianeta Terra” Silvana Editoriale, 2021, “L’amore inabitabile”, Splenidamente, 2021, “Mura sensibili piccolo manuale della psicologia dell’abitare”, SplenidaMente, 2021.
DT – In che modo gli spazi in cui viviamo influenzano il nostro benessere psicologico e la nostra relazione con l’ambiente?

DC – Gli ambienti influenzano il nostro benessere molto più di quanto siamo abituati a pensare. Non sono sfondi neutri della nostra esistenza, ma presenze che partecipano al nostro equilibrio psicologico. La luce, i colori, i materiali, le proporzioni degli spazi, ma anche l’ordine o il disordine, incidono sul nostro modo di percepire noi stessi e il mondo.
Abitare significa costruire una relazione con un luogo. Quando uno spazio è coerente con i nostri bisogni profondi, ci sostiene, ci protegge, favorisce il riposo, la concentrazione, la creatività e le relazioni. Quando invece è percepito come estraneo, sovraccarico o privo di significato, può generare tensione, affaticamento e una sensazione diffusa di disagio.
Dal punto di vista psicologico, la casa è anche uno specchio della nostra identità. Attraverso gli oggetti, la disposizione degli spazi e le tracce della nostra storia personale, costruiamo un ambiente che ci aiuta a riconoscerci e a sentirci appartenenti a un luogo. Per questo il benessere abitativo non dipende soltanto dal comfort materiale, ma anche dalla possibilità di sentirsi emotivamente accolti e rappresentati dallo spazio in cui si vive.
In una prospettiva di Sostenibilità, infine, il benessere nasce quando si crea un’armonia tra la persona, la casa e l’ambiente circostante. Una casa sostenibile non è soltanto efficiente dal punto di vista energetico: è una casa che favorisce una buona qualità della vita, che rispetta i ritmi umani e che permette di sviluppare un legame più consapevole con il mondo che ci circonda.
DT – Quando si parla di Sostenibilità, spesso si pensa agli aspetti tecnici od energetici: quanto conta invece la dimensione emotiva e psicologica dell’abitare?

DC – Quando si parla di Sostenibilità, si tende spesso a privilegiare gli aspetti tecnologici, energetici e ambientali, che sono certamente fondamentali. Tuttavia, esiste una dimensione altrettanto importante, quella emotiva e psicologica dell’abitare, senza la quale la Sostenibilità rischia di rimanere incompleta.
Una casa è davvero sostenibile quando non solo consuma meno risorse, ma sa anche nutrire il benessere delle persone che la abitano. Se uno spazio favorisce il senso di appartenenza, la serenità, la qualità delle relazioni e il contatto con i propri ritmi interiori, diventa un luogo che ci sostiene nel tempo e che siamo più inclini a curare e rispettare.
La Sostenibilità Psicologica riguarda la capacità di un ambiente di accogliere la nostra storia, i nostri bisogni e le trasformazioni della vita. Una casa non è sostenibile soltanto perché è efficiente, ma perché riesce a rimanere significativa per chi la vive. Gli spazi che ci rappresentano, che custodiscono i nostri ricordi e che favoriscono un’esperienza autentica dell’abitare generano un legame affettivo profondo.
In questo senso, la Sostenibilità non riguarda soltanto il rapporto tra l’essere umano e l’ambiente naturale, ma anche il rapporto tra l’essere umano e il proprio ambiente di vita. Una casa che fa stare bene è una casa che dura nel tempo, non solo nei materiali ma anche nel desiderio di abitarla. Non esiste Sostenibilità ambientale senza Sostenibilità affettiva. Quando ci prendiamo cura di un luogo perché lo sentiamo nostro, ci prendiamo cura anche del mondo che ci circonda. E forse la forma più profonda di Sostenibilità nasce proprio da questa capacità di creare legami duraturi tra le persone e i luoghi.
DT – Quali comportamenti quotidiani dentro casa possono favorire una Cultura della Sostenibilità senza essere percepiti come sacrifici?

DC – Credo che la Sostenibilità entri davvero nella nostra vita quando smette di essere vissuta come una rinuncia e diventa invece un modo più consapevole e più ricco di abitare il quotidiano.
I comportamenti che favoriscono una cultura della Sostenibilità sono spesso piccoli gesti: prendersi cura degli oggetti anziché sostituirli immediatamente, evitare gli acquisti impulsivi, dare valore a ciò che già possediamo, ridurre gli sprechi, utilizzare con attenzione l’acqua e l’energia. Ma il punto non è soltanto il gesto in sé. È l’atteggiamento interiore che lo accompagna.
Viviamo in una cultura che ci spinge continuamente verso il nuovo, mentre la Sostenibilità ci invita a riscoprire il valore della durata. Una casa sostenibile è una casa in cui gli oggetti non sono semplicemente consumati, ma diventano compagni della nostra storia. È una casa in cui si ripara, si trasforma, si tramanda.
Anche rallentare può essere un gesto sostenibile. Prendersi il tempo di vivere gli spazi, di osservare la luce che cambia durante il giorno, di condividere un pasto senza fretta, di coltivare una pianta, di aprire una finestra e sentire il passare delle stagioni. Sono esperienze che ci riconnettono al mondo reale e ai suoi ritmi.
La Sostenibilità, in fondo, non nasce dal sacrificio ma dal legame. Quando sentiamo di appartenere a un luogo e di essere parte di qualcosa di più grande, la cura diventa spontanea. E ciò che curiamo con amore difficilmente lo sprechiamo.
DT – La progettazione degli ambienti può incentivare stili di vita più sostenibili? Se sì, attraverso quali elementi?

DC – Certamente. Gli spazi non sono mai neutri: suggeriscono comportamenti, facilitano alcune abitudini e ne scoraggiano altre. Per questo la progettazione può avere un ruolo molto importante nel promuovere stili di vita più sostenibili.
Un ambiente ben progettato non impone, ma accompagna. Può favorire la luce naturale, la ventilazione, il contatto con il verde, l’utilizzo di materiali durevoli e rispettosi dell’ambiente. Ma può anche incoraggiare modi diversi di vivere la casa: una maggiore condivisione degli spazi, una minore dipendenza dal superfluo, una relazione più consapevole con ciò che possediamo.
Dal punto di vista psicologico, credo che la progettazione sostenibile debba aiutare le persone a sentirsi in relazione con il luogo che abitano. Quando una casa dialoga con la natura, con la storia del territorio, con i ritmi della vita quotidiana, diventa più facile sviluppare atteggiamenti di cura e di rispetto.
Mi piace pensare che una buona progettazione non si limiti a costruire edifici, ma contribuisca a costruire comportamenti. Gli spazi educano silenziosamente. Una finestra che apre lo sguardo sul paesaggio, un angolo dedicato alla convivialità, una presenza equilibrata della luce, dei materiali naturali che invecchiano con bellezza: tutto questo ci ricorda che facciamo parte di un ambiente e non siamo separati da esso.
In fondo, la Sostenibilità non nasce soltanto dalle tecnologie che utilizziamo, ma anche dalle relazioni che gli spazi ci aiutano a costruire: con noi stessi, con gli altri, con la natura e con il tempo. Una progettazione davvero sostenibile è quella che rende queste relazioni più vive, più consapevoli e più durature.
DT – Dopo la pandemia è cambiato il modo in cui le persone vivono e percepiscono la propria casa? Questo ha avuto effetti anche sulla sensibilità verso la Sostenibilità?

DC – Credo che la pandemia abbia cambiato profondamente il nostro rapporto con la casa. Per molto tempo abbiamo considerato l’abitazione come un luogo da attraversare rapidamente, quasi una base da cui partire per andare altrove. Durante quei mesi, invece, siamo stati chiamati a fermarci e a guardarla davvero.
La casa è diventata contemporaneamente rifugio, ufficio, scuola, luogo di incontro e di solitudine. Molte persone hanno scoperto aspetti della propria abitazione che prima non vedevano: ciò che le faceva stare bene, ma anche ciò che generava disagio. È emerso con forza quanto il benessere dipenda dalla qualità degli spazi che abitiamo, dalla luce, dalla possibilità di avere angoli di intimità, dal contatto con l’esterno, dalla presenza di un balcone, di una finestra aperta sul cielo, di una pianta da curare.
Da psicologa dell’abitare, penso che la pandemia abbia reso più evidente una verità che spesso dimentichiamo: la casa non è soltanto un bene materiale, ma un luogo che partecipa profondamente al nostro equilibrio emotivo. Molti hanno iniziato a interrogarsi non tanto su quanto fosse grande la loro casa, ma su come fosse viverci.
Credo che questo abbia avuto effetti anche sulla sensibilità verso la Sostenibilità. Quando trascorriamo più tempo in un luogo, diventiamo più attenti alla qualità dell’aria, alla luce naturale, ai materiali, ai consumi, ma soprattutto alla qualità della relazione che instauriamo con quello spazio.
In un certo senso, la pandemia ci ha insegnato che abitare non significa semplicemente occupare uno spazio, ma costruire un legame con esso. E ogni legame autentico genera cura. Per questo penso che molte persone abbiano iniziato a comprendere che la Sostenibilità non riguarda soltanto l’ambiente esterno, ma anche il modo in cui viviamo e sentiamo i luoghi della nostra vita quotidiana.
DT – Esiste una connessione tra disordine, consumismo e benessere psicologico? In che modo la Sostenibilità può entrare in questo rapporto?

DC – Sì, credo che esista una connessione molto profonda tra disordine, consumismo e benessere psicologico. Naturalmente il disordine non è sempre un problema: esistono forme di disordine creativo, momenti della vita in cui una certa confusione riflette un processo di trasformazione. Tuttavia, quando gli oggetti si accumulano senza significato, quando acquistiamo più di quanto riusciamo a vivere o a utilizzare, spesso la casa finisce per raccontare una difficoltà a scegliere, a lasciare andare, a riconoscere ciò che è davvero importante.
Viviamo in una cultura che tende a identificare il benessere con il possesso. Ci viene continuamente suggerito che per stare meglio dobbiamo acquistare qualcosa di nuovo. Eppure l’esperienza ci mostra che l’accumulo non sempre genera soddisfazione. Talvolta produce l’effetto opposto: sovraccarica gli spazi, disperde l’attenzione e rende più difficile entrare in una relazione autentica con ciò che ci circonda.
Dal punto di vista psicologico, il benessere nasce spesso non dalla quantità, ma dal significato. Gli oggetti che amiamo, che raccontano una storia, che evocano un ricordo o che accompagnano un momento importante della nostra vita hanno un valore molto diverso dagli oggetti acquistati e rapidamente dimenticati.
La Spuò entrare in questo rapporto proponendo un cambiamento di sguardo. Non si tratta di avere meno per principio, ma di scegliere meglio. Di circondarsi di cose che abbiano un senso, che durino nel tempo, che possano essere curate, riparate, tramandate. In questo modo la casa smette di essere un deposito di oggetti e torna a essere uno spazio di vita.
In fondo, anche nell’abitare vale una regola semplice: ciò che ha valore non è necessariamente ciò che è nuovo, ma ciò che riesce a creare una relazione. La Sostenibilità ci invita proprio a questo passaggio: dal consumo alla cura, dall’accumulo al significato, dal possesso alla relazione. E quando una casa è abitata da oggetti che parlano di noi, anziché da cose che semplicemente occupano spazio, anche il nostro benessere psicologico ne trae beneficio.
DT – Quali sono le principali resistenze psicologiche che ostacolano l’adozione di abitudini più sostenibili negli spazi domestici?

DC – Credo che una delle principali resistenze sia l’idea che la Sostenibilità comporti necessariamente una rinuncia. Molte persone la associano a restrizioni, sacrifici o limitazioni della propria libertà, mentre in realtà potrebbe essere vista come un’opportunità per vivere in modo più consapevole e più coerente con i propri bisogni autentici.
Un’altra resistenza riguarda la forza delle abitudini. La casa è il luogo della quotidianità e i comportamenti che vi mettiamo in atto diventano spesso automatici. Cambiare anche piccoli gesti richiede attenzione, e ogni cambiamento incontra inizialmente una certa inerzia.
Esiste poi una dimensione più profonda, legata al rapporto emotivo con gli oggetti. Conserviamo molte cose non perché ci servano davvero, ma perché rappresentano ricordi, speranze, progetti o parti della nostra identità. Per questo non sempre è facile distinguere ciò che ha un significato autentico da ciò che semplicemente accumuliamo per paura di perdere qualcosa.
A volte la resistenza nasce anche da una sensazione di impotenza. Di fronte ai grandi problemi ambientali, alcune persone si chiedono quale differenza possa fare il loro comportamento individuale. Ma la Sostenibilità non è soltanto il risultato di grandi decisioni collettive; è anche una cultura della cura che si costruisce attraverso i piccoli gesti quotidiani.
Dal punto di vista della psicologia dell’abitare, penso che il cambiamento avvenga più facilmente quando non viene vissuto come un obbligo morale, ma come una trasformazione del rapporto con la propria casa. Le persone cambiano più volentieri quando percepiscono un beneficio concreto: maggiore benessere, maggiore armonia, maggiore qualità della vita.
In fondo, la vera sfida non è convincere le persone a fare sacrifici, ma aiutarle a riscoprire il piacere della cura. Perché quando ci sentiamo in relazione con un luogo, quando lo percepiamo come parte della nostra storia e non come un semplice contenitore, i comportamenti sostenibili diventano più spontanei. Non nascono dal senso del dovere, ma dal desiderio di custodire ciò a cui attribuiamo valore.
DT – Che consiglio darebbe a chi desidera rendere la propria casa più sostenibile partendo non solo dagli oggetti, ma anche dal proprio modo di abitare?

DC – Il primo consiglio che darei è di non partire dagli oggetti, ma dall’osservazione. Fermarsi e guardare la propria casa con occhi nuovi. Chiedersi: come mi sento nei diversi ambienti? Quali spazi mi fanno stare bene? Quali mi affaticano? Quali aspetti della mia casa favoriscono il benessere e quali, invece, ostacolano la qualità della vita quotidiana?
Spesso pensiamo che per cambiare sia necessario acquistare qualcosa di nuovo, mentre molte trasformazioni importanti possono nascere da un diverso modo di abitare ciò che già possediamo. La Sostenibilità non è una questione di perfezione, ma di consapevolezza.
Suggerirei di circondarsi di meno cose e di più significati. Di conservare ciò che racconta una storia, che suscita un’emozione, che ha una funzione reale nella propria vita. Di imparare a distinguere il valore dall’accumulo.
Un altro passo importante è recuperare il senso della cura. Curare una pianta, riparare un oggetto, dedicare attenzione a un angolo della casa, osservare la luce che entra da una finestra, creare spazi per l’incontro e per il silenzio. Sono gesti semplici, ma trasformano il rapporto con l’ambiente in cui viviamo.
La Sostenibilità, dal mio punto di vista, comincia quando smettiamo di considerare la casa come un insieme di stanze e di arredi e iniziamo a viverla come una relazione. Una relazione che richiede ascolto, presenza e rispetto.
In fondo, abitare è molto più che occupare uno spazio. È costruire ogni giorno un dialogo tra noi e il luogo che ci accoglie. E forse una casa sostenibile è proprio questo: una casa che ci aiuta a vivere con maggiore consapevolezza, a riconoscere ciò che è essenziale e a prenderci cura, con la stessa attenzione, di noi stessi, degli altri e del mondo che ci circonda.
Non perdere uno sguardo poetico su quello che viviamo.
Cover: ©Angela Cioce
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