
Proseguono le nostre “Conversazioni Green” con il settimo appuntamento, realizzato in collaborazione con la collega Interior Designer Anna Di Giorgio.
Questo mese abbiamo intervistato l’architetto spagnolo Roman Izquierdo Bouldstridge, la cui ricerca progettuale si fonda su un rapporto profondo e consapevole tra Architettura, Natura ed Ambiente.
In un’epoca in cui il concetto di Sostenibilità viene spesso associato alla Tecnologia, all’innovazione dei materiali ed alle prestazioni energetiche, Izquierdo Bouldstridge propone una riflessione che va oltre la dimensione puramente tecnica.
Per l’architetto, infatti, la Sostenibilità non dovrebbe essere considerata come un insieme di soluzioni da aggiungere al progetto, ma come la naturale conseguenza di un diverso modo di guardare, comprendere ed abitare il Mondo e la Natura.
Roman Izquierdo Bouldstridge si è laureato presso la Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Barcelona (ETSAB) ed ha iniziato la sua carriera professionale presso gli studi giapponesi di Junya Ishigami e Kengo Kuma.
Nel 2014 ha fondato lo Studio di Architettura Roman Izquierdo Bouldstridge (www.romanizquierdo.com), con sede a Barcellona.
Le influenze giapponesi si riflettono in un’architettura accogliente dove Natura, Luce e Tempo si fondono in atmosfere uniche.
Lo Studio spazia tra i vari campi del Design, come Architettura, Interior Design ed arredo.
Il lavoro di Roman è stato riconosciuto a livello internazionale agli International Design Awards (IDA) e ai Rethinking the Future Awards. Inoltre, è stato finalista agli SBID (Society of British Interior Design) International Design Awards, ai WIN (World Interiors News) Awards, nonché nominato per il premio Building of The Year.
Inoltre, nel 2021, il suo Studio è stato invitato a partecipare alla Biennale di Architettura di Venezia.
DT – Nel tuo lavoro, la Sostenibilità appare più come un principio progettuale che come una soluzione tecnica. Come definiresti il ruolo dell’architettura nel rispondere alle sfide ambientali contemporanee?

RIB – Credo che la sfida principale non sia tecnica, ma umana.
Ci siamo allontanati dal nostro rapporto originario con la Natura e l’architettura ha rispecchiato questa distanza. Per molto tempo, costruire ha significato osservare il clima, la luce, la materia, la topografia ed i modi di vivere. Esisteva una relazione diretta tra Vita ed Ambiente.
Ecco perché non considero la Sostenibilità come un insieme di soluzioni aggiunte, bensì come una conseguenza. Erich Fromm parlava di separazione come condizione dell’essere umano moderno; credo che qualcosa di simile caratterizzi il modo in cui oggi abitiamo il Mondo.
Ci separiamo dalla Natura per poi cercare di correggere tale separazione attraverso la Tecnica. Se torniamo all’osservazione ed al senso di appartenenza ad un luogo, l’architettura risponderà in modo più naturale. Dobbiamo tornare alle radici.
DT – Tu descrivi l’innovazione come un processo di scoperta. In che modo questo approccio può contribuire a sviluppare modelli di progettazione più sostenibili e rispettosi delle risorse naturali?

RIB – Per me, l’innovazione non consiste nel creare qualcosa di nuovo, ma nello svelare una condizione già esistente.
A volte un progetto nasce da una struttura preesistente, da una certa luce, da una proporzione, da un materiale vissuto o da un’atmosfera latente.
Quando si osserva davvero, appare chiaro che non è sempre necessario aggiungere; spesso basta rendere manifesto ciò che è già presente. Credo che da questo atteggiamento possa scaturire un’architettura più Sostenibile: usare meno e comprendere di più.
In questo senso, l’innovazione non è complessità, ma chiarezza.
DT – Il legno occupa spesso un ruolo centrale nei tuoi progetti. Quali potenzialità offre questo materiale nel percorso verso un’architettura a basso impatto e quali sfide pone ancora oggi?

RIB – Il legno possiede un legame profondo con il mondo vivente; racchiude in sé il tempo, la consistenza, la temperatura e la memoria. Mi interessa perché conferisce calore e rende più evidente la relazione tra materia, corpo e tempo.
In progetti come la Sitges House, contribuisce a filtrare la luce ed ad incorniciare il paesaggio con delicatezza. Tuttavia, il suo valore non risiede soltanto nella Sostenibilità del materiale in sé ma dipende piuttosto dal suo aspetto, dalla misura e dall’atteggiamento con cui viene impiegato. Nessun materiale, da solo, è in grado di risolvere la questione più profonda.
DT – Nei tuoi spazi, la luce naturale non è solo un elemento funzionale, ma una componente essenziale dell’esperienza architettonica. In che modo la progettazione illuminotecnica può contribuire alla Sostenibilità energetica ed al benessere delle persone?

RIB – La luce è ciò che rivela la materia. Rende visibili la profondità dello spazio, la texture, l’ombra, il vuoto e lo scorrere del tempo.
Ecco perché mi interessa la luce non solo in termini di efficienza, ma anche di atmosfera.
Nel loft El Born, ad esempio, la sequenza spaziale si muove verso la luce in modo lento e misurato. La luce non si limita ad illuminare: colloca lo spazio nel tempo. Quando l’architettura comprende l’orientamento, le aperture e l’ombra, molte soluzioni energetiche emergono naturalmente. Ma, oltre a ciò, la luce ripristina un rapporto più intimo con il ritmo della giornata.
DT – Il rapporto tra Architettura e Natura è un tema centrale della tua ricerca. In che modo la progettazione contemporanea può andare oltre la semplice integrazione paesaggistica per instaurare un dialogo più profondo con gli ecosistemi?

RIB – Non credo che la questione sia come integrare la Natura, perché ciò presuppone ancora che essa sia qualcosa di distinto da noi. Il vero cambiamento di prospettiva sta nel comprendere che ne facciamo già parte.
La vita moderna ha creato una grande distanza dal Mondo Naturale e tale distanza ha plasmato anche l’architettura. Per certi versi, questo richiama il mito della caverna di Platone: ci abituiamo alle rappresentazioni e perdiamo il contatto diretto con l’essenziale. Qualcosa di simile accade nel nostro rapporto con la Natura: spesso viviamo accanto alla sua immagine ma non all’interno della sua realtà.
Ecco perché mi sento attratto da alcune idee dell’architettura giapponese, così come dalla sensibilità di Junya Ishigami: un’architettura che si avvicina più a una condizione di paesaggio, atmosfera o presenza che a quella di oggetto.
Nel progetto della Sitges House, l’idea dello “shakkei” è stata importante proprio per questo motivo: il paesaggio non appare solo come una vista, ma come una continuità.
Penso spesso anche ai “Seascapes” di Hiroshi Sugimoto: non c’è quasi nulla, eppure racchiudono una profondità immensa. L’architettura può imparare da quella sobrietà. Non ha sempre bisogno di affermarsi; a volte deve farsi abbastanza silenziosa da permettere al mondo di rivelarsi.
DT – In un’epoca caratterizzata da tecnologie sempre più sofisticate, tu continui a valorizzare la semplicità. Ritieni che la semplicità possa rappresentare una strategia concreta per un’architettura più Sostenibile?

RIB – Sì, ma non intendo la semplicità come una semplificazione. La intendo come essenza.
Mi affascina la bellezza della semplicità, quella condizione in cui nulla è eccessivo e ogni elemento trova naturalmente il proprio posto. In tal senso, la tradizione giapponese è sempre stata importante per me: il vuoto, il *ma*, la pausa, l’austerità.
Nel progetto “El Born Loft”, questo concetto era centrale.
Sono sempre stato colpito dalla riflessione di Lao Tzu sull’argilla: noi modelliamo il vaso, ma è lo spazio vuoto al suo interno a renderlo utile. In architettura accade qualcosa di simile. Il valore dello spazio non risiede soltanto nella materia che lo definisce, ma nel vuoto che quella materia rende possibile.
Un’architettura più Sostenibile può partire anche da qui: dalla comprensione di ciò che è veramente necessario.
DT – Quali innovazioni nei materiali, nei processi costruttivi o nella progettazione digitale ritieni oggi più promettenti per accelerare la transizione ecologica dell’architettura?

RIB – Mi interessano le innovazioni che ci aiutano a costruire utilizzando meno risorse e conferendo maggiore significato al costruire stesso.
La tecnologia può essere preziosa: molti progressi nei materiali, nelle tecniche di realizzazione e negli strumenti digitali possono aiutarci a ridurre gli sprechi, migliorare le prestazioni e lavorare con maggiore intelligenza. Non rifiuto tutto ciò, ma mi interessa più l’approccio che gli strumenti. Se l’innovazione si limita ad aggiungere complessità, resta un fatto superficiale; se invece ci avvicina a un’architettura più austera, più leggera e più radicata nel luogo, allora acquisisce valore.
In definitiva, non credo che la transizione ecologica scaturirà dalla sola tecnica, bensì da un modo diverso di vedere e di costruire.
DT – Guardando al Futuro, quale messaggio vorresti trasmettere alle nuove generazioni di architetti che desiderano coniugare creatività, innovazione e responsabilità ambientale nei loro progetti?

RIB – Direi loro di osservare con più lentezza.
Prima di pensare alla forma, dovrebbero cercare di comprendere il luogo, la luce, la materia, il vuoto ed il tempo.
La capanna primitiva rimane un’immagine potente in tal senso: non come nostalgia, ma come richiamo ad un rapporto più diretto tra la Vita ed il suo Ambiente.
Non abbiamo bisogno di un’architettura che alzi la voce, bensì di una più essenziale.
Forse la responsabilità ambientale inizia proprio lì: nel ricordare che non abitiamo il Mondo standovi di fronte, ma vivendovi dall’interno.
Cover photo: Courtesy Studio Roman Izquierdo Bouldstridge
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