A nord di Notting Hill, tra Westbourne Park e il Grand Union Canal, si staglia la Trellick Tower, Costruita tra il 1968 e il 1972 su progetto dell’architetto modernista Ernő Goldfinger. Un gigante di calcestruzzo armato, la torre è forse l’esempio più celebre di brutalismo residenziale britannico: 31 piani, 217 appartamenti, un blocco di servizi separato collegato da passerelle sospese, per un totale di 98 metri di altezza. Sempre a Londra, Goldfinger aveva progettato pochi anni prima un’altra torre analoga, la Balfron Tower, nella quale si trasferì con sua moglie per un paio di mesi al fine di testare in prima persona l’esperienza abitativa nell’edificio.
Per raccogliere opinioni, la coppia organizzava cocktail party invitando gli altri residenti per scoprire cosa gli piacesse e cosa no. I miglioramenti possibili vennero applicati nel successivo progetto per la Trellick Tower, un’architettura nata per incarnare l’utopia sociale del dopoguerra, ma che divenne ben presto un simbolo delle sue contraddizioni.


© Paolo Riolzi
Brutalismo sociale
Lo scopo dell’edificio alto, dichiarato dall’architetto stesso, era quello di liberare il terreno affinché i bambini e gli adulti potessero godersi la “Madre Terra” e non coprire ogni centimetro con mattoni e malta. La torre nacque come edilizia pubblica per il Greater London Council. Seguendo la logica del villaggio verticale, Goldfinger progettò l’edificio secondo un sistema complesso a duplex alternati, una tipologia cara al modernismo europeo e già sperimentata da Goldfinger a Balfron Tower. Ogni unità occupa due livelli, con l’ingresso posto ogni tre piani, collegato da corridoi orizzontali che si innestano sul volume principale. Questa soluzione permetteva di ridurre il numero di corridoi e aumentare la privacy: da ogni ballatoio si accede a un piano intermedio di ciascun appartamento, da cui una scala interna conduce alla zona giorno o alla zona notte, situate su livelli sfalsati.
Gli alloggi vanno dai monolocali agli appartamenti familiari da cinque stanze, con cucine e soggiorni disposti in modo da catturare la luce naturale attraverso grandi vetrate a tutta altezza.
Il blocco dei servizi verticali — scale, ascensori, condotti tecnici — è separato dal corpo principale e collegato da passerelle sospese che ogni tre piani uniscono la torre al volume dei corridoi d’ingresso. Questa separazione funzionale, visivamente potente, nasce dall’idea di tenere distinti i flussi meccanici (impianti, manutenzione, ascensori) da quelli abitativi.
Goldfinger curò personalmente la qualità costruttiva: i muri in cemento armato a vista presentano un cassero fine e regolare, con elementi prefabbricati alternati a getti in opera. Gli interni, invece, erano pensati come “macchine per abitare” compatte e razionali, dotate di impianti centralizzati e riscaldamento a pannelli, un lusso per l’edilizia popolare dell’epoca.

Un architetto temuto anche da James Bond
Goldfinger, architetto di origini ungheresi naturalizzato britannico, era noto per il carattere autoritario, privo di senso dell’umorismo e per famosi episodi di collera. Ian Fleming, suo vicino di casa, fu tra gli oppositori della demolizione di alcune case di Hampstead, rimosse per costruire la casa di Goldfinger in Willow Road 2, e parrebbe che per questo decise di chiamare con quel nome il celebre nemico di James Bond, peraltro di origini ebraiche e naturalizzato britannico, proprio come l’architetto. Erno Goldfinger, si ritrovò a ricevere perfino scherzi telefonici notturni, ad opera di simpatici imitatori di Sean Connery esclamanti: “Goldfinger? This is agent 007”. L’architetto si consultò con i suoi avvocati, ma alla fine non fece causa allo scrittore.

Dall’utopia al degrado
Negli anni Settanta, però, l’utopia si incrinò. La torre fu presto associata a degrado e criminalità anche perché, architettonicamente si prestava benissimo ad essere teatro di episodi criminali, dati i lunghi corridoi bui e gli spazi angusti nella torre con i servizi. Gli anni Settanta e Ottanta furono i più difficili per la Trellick Tower: vandalismi e disservizi alimentarono il senso di abbandono. Una notte di Natale, dei ragazzi aprirono un idrante al dodicesimo piano, allagando gli ascensori e lasciando l’edificio senza elettricità né acqua né riscaldamento. Nei corridoi e nelle scale si verificarono episodi tragici — aggressioni, suicidi, violenze — che contribuirono a costruirne la sinistra fama. La stampa la ribattezzò “Terror Tower”: l’edificio, simbolo di progresso e attenzione sociale, era diventato un incubo verticale.

Una torre e la letteratura del disagio
Non è un caso che, pochi anni dopo la costruzione della Trellick Tower, J.G. Ballard ambientasse il suo romanzo High-Rise (1975, tradotto in italiano come Il Condominio) in un grattacielo londinese in cui la convivenza degenera fino all’autodistruzione. Le analogie con la torre di Goldfinger sono evidenti: la separazione dei servizi, la verticalità sociale, la promessa di una vita autosufficiente (il “villaggio verticale”) che si trasforma in claustrofobia. Molti critici hanno visto nella Trellick Tower una delle fonti visive e simboliche del romanzo, benché Ballard non l’abbia mai confermato apertamente. Eppure, l’edificio reale e quello letterario condividono la stessa tensione di un’architettura che, se abbandonata a sé stessa, diventa un esperimento di isolamento umano.


Rinascita
Negli anni Novanta, una graduale riqualificazione e l’aumento dei prezzi immobiliari cambiarono l’uso e la percezione della torre. La Trellick Tower divenne icona culturale: set fotografico, scenario di videoclip, musa per artisti e designer. Gli appartamenti, oggi ricercatissimi e ristrutturati, conservano, in alcuni casi ancora le piastrelle originali, le maniglie in ottone disegnate da Goldfinger, e quella sensazione di rigore funzionale che oggi appare quasi poetica, oltre che una vista mozzafiato. Nel 1998 l’edificio è stato dichiarato Grade II, riconosciuto come patrimonio di interesse nazionale per il suo valore architettonico.
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