Vent’anni di attesa hanno finalmente una data. Il Guggenheim Abu Dhabi, il museo firmato da Frank Gehry sull’isola di Saadiyat, aprirà al pubblico l’11 dicembre 2026. Lo ha reso noto il Dipartimento di Cultura e Turismo di Abu Dhabi, chiudendo così uno dei cantieri più lunghi e osservati dell’architettura contemporanea: annunciato per la prima volta nel 2006, avviato nel 2011, fermato per anni e ripreso solo nel 2019.

Gehry, scomparso lo scorso dicembre a 96 anni, non ha potuto assistere al taglio del nastro. Ma il Guggenheim Abu Dhabi arriva a chiudere, insieme al vicino centro per le arti performative Dar al Funoon, una carriera che ha già dato al mondo il Guggenheim Bilbao, la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles e il Pompidou di Parigi.

Il museo Guggenheim più grande al mondo

Con 80.000 metri quadrati complessivi, di cui 11.600 di gallerie interne e 23.000 di aree espositive all’aperto, la sede di Abu Dhabi supera per dimensioni tutte le altre sedi della fondazione, comprese New York, Bilbao e Venezia. È la misura di un progetto pensato fin dall’origine come manifesto, più che come semplice contenitore museale.

Dieci coni per uno skyline scultoreo

L’immagine che ha già iniziato a circolare online, e che diventerà presto uno dei simboli architettonici del Golfo, è quella di dieci volumi conici che si intrecciano fino a formare uno skyline irregolare: nove rivestiti in rete di acciaio inossidabile, uno in onice e vetro, con altezze che toccano gli 88 metri. Attorno a un atrio centrale si sviluppano trenta gallerie di dimensioni e configurazioni diverse, pensate per ospitare tanto le grandi mostre temporanee quanto percorsi più raccolti. Completano il programma un centro dedicato ad arte e tecnologia, spazi per le attività didattiche dei più piccoli, archivi, una biblioteca e un laboratorio di conservazione.

Le forme coniche non sono solo un gesto estetico: la struttura sfrutta principi tradizionali di raffrescamento passivo, dalla ventilazione naturale all’ombreggiamento reciproco dei volumi, per rispondere al clima estremo del deserto senza affidarsi esclusivamente alla climatizzazione meccanica.

Cosa racconterà la collezione

La collezione, costruita in quasi diciassette anni di acquisizioni, punta a offrire una lettura dell’arte dal 1960 a oggi che non parta dai soliti centri occidentali, ma dia spazio a Nord Africa, Asia occidentale e Asia meridionale. La direttrice della Fondazione Guggenheim ha parlato di un museo pensato come luogo di incontro e connessione, capace di parlare tanto al pubblico degli Emirati quanto ai visitatori internazionali.

Un tassello nel distretto culturale di Saadiyat

Il Guggenheim si inserisce in un distretto che ormai riunisce alcune delle firme più importanti dell’architettura mondiale: il Louvre Abu Dhabi di Jean Nouvel, lo Zayed National Museum di Foster + Partners, l’Abrahamic Family House di David Adjaye, il Natural History Museum di Mecanoo e, appunto, Dar al Funoon, l’altro progetto di Gehry per le arti performative. Pochi chilometri quadrati di costa che, in meno di un ventennio, si sono trasformati in una delle concentrazioni museali più dense del pianeta.

Un’eredità che si chiude qui

C’è qualcosa di simbolico nel fatto che l’opera più grande mai firmata da Gehry per il marchio Guggenheim arrivi a coronare, e non ad aprire, la sua parabola progettuale. Dopo Bilbao, che negli anni Novanta cambiò per sempre il rapporto tra architettura e rigenerazione urbana, Abu Dhabi chiude il cerchio con un edificio pensato per durare, e per continuare a generare curiosità ben oltre l’inaugurazione dell’11 dicembre.


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