Il caso de “Le lavatrici”, di cui vi ho parlato nel precedente articolo, è solo uno tra i tanti esempi di architettura del calcestruzzo a vista nel paesaggio ligure. Tra i crinali scoscesi e i borghi arroccati si trovano numerose ed emblematiche testimonianze del brutalismo italiano, spesso manifestazione delle esigenze della modernità industriale e dell’edilizia popolare.


All’interno di questo solco, a Genova, non lontano da Pegli 3, sorge Il Biscione, già citato nel precedente articolo, un complesso residenziale esteso su una collina a strapiombo, composto da una successione di moduli abitativi in calcestruzzo armato. Venne realizzato negli anni ’60 nell’ambito del piano INA-Casa e progettato da Luigi Carlo Daneri (maestro di Aldo Luigi Rizzo, architetto de “Le Lavatrici”). Il progetto, di grande audacia, si sviluppa seguendo l’andamento delle curve di livello del terreno, assecondando la complessa morfologia ligure. Come nel caso di “Pegli 3”, anche Forte Quezzi (nome ufficiale del Biscione) cerca un profondo dialogo con il complesso paesaggio, croce e delizia di una regione stretta tra acqua e montagna.
Il concetto di “organicità” è uno degli aspetti più interessanti dell’architettura brutalista in Liguria, a volte nascosto da forme che ne attenuano i contorni. La parola “brutalismo” si riferisce principalmente alla materia, che spesso porta con sé alcuni stilemi tipici.

Le “Case rosse” di Framura, progettate da Vico Magistretti, ben rappresentano un esempio di architettura di celata matrice brutalista immersa nel paesaggio ligure: nonostante il trattamento cromatico riservato al calcestruzzo e il taglio “vernacolare” dell’intervento, la composizione di un cluster creato con i singoli elementi si configura come uno dei topos dello stile del béton brut.

Oppure, facendo un salto temporale ai giorni nostri, si potrebbe citare Capitolo Riviera, hotel di lusso nato dalla ristrutturazione dell’ex hotel Astor di Nervi su progetto degli architetti Parisotto + Formenton. Qui è la vegetazione a mitigare l’intervento, nel quale sono state preservate le originali strutture in calcestruzzo armato a vista. Il risultato è un hotel immerso nel verde, un’oasi brutalista chiaramente ispirata all’organica architettura sudamericana di Oscar Niemeyer.

Tra gli aspetti del brutalismo non possiamo non citare la sua vocazione religiosa, anche perché, dai tempi di Le Corbusier le chiese sono dei must del cemento a vista. E nella sua limitata estensione, la Liguria non se ne fa mancare. A cominciare dalla cattedrale di La Spezia, la Chiesa di Cristo Re, opera di Adalberto Libera, la cui ampia aula circolare è caratterizzata da dodici pilastri in calcestruzzo armato che simboleggiano gli apostoli.

A Savona è invece la chiesa di San Paolo, progettata dai savonesi Martinengo e Campora, a portare la croce brutalista, mentre a Vado Ligure il calcestruzzo circonda l’altare della chiesa di Nostra Regina della Pace, progettata da Luciano Limonta, entrambe costruzioni degli anni ’70.

Abbiamo ormati visto in quanti modi si possa esprimere il brutalismo attraverso il suo linguaggio: residenze, uffici, hotel, forme organiche o razionaliste. Tuttavia, indipendentemente dalla tipologia architettonica, è incredibile la capacità di questi edifici (quelli liguri soprattutto) di spaccare il pubblico: indefinibili obbrobri o audaci sperimentazioni, ghetti o abitazioni visionarie, mostri da demolire o capolavori da salvare.

È il caso del palazzo di giustizia di Savona, opera dell’architetto Leonardo Ricci, terminato nel 1987. Provate a cercare “palazzo di giustizia di Savona Leonardo Ricci” su Google per farvi un’idea: tra i titoli di articoli e post troverete cose come “Il palazzo di giustizia? Un’opera d’arte” oppure “A Savona uno dei luoghi più brutti d’Italia”. Chi ha ragione? Direi, democristianamente, probabilmente nessuno, tenendo conto che, da un lato, ci sono i cittadini che spesso hanno voglia di andare in giro in città dal rassicurante volto sempre uguale al giorno prima e, dall’altro, gli architetti spesso un po’ troppo egocentrici (e, altrettanto spesso, ci sono dei lavori non eseguiti proprio a regola d’arte). E poi c’è l’opinione accademica, che comunque definisce Ricci, premiato nel 1957 con la medaglia d’oro alla Triennale di Milano, uno dei massimi esponenti dell’architettura organica in Italia insieme al suo maestro Giovanni Michelucci.

Proprio Michelucci è il progettista di un altro manifesto del brutalismo ligure: l’ospedale San Bartolomeo di Sarzana. Nonostante l’Ospedale sia stato terminato diversi anni dopo la morte di Michelucci e senza seguire del tutto il progetto originario, in esso si può rintracciare una ricerca tipologica estremamente raffinata, che ha portato l’architetto a progettare un edificio organico distaccandosi sia dalla tipologia della “cittadella sanitaria”, sia delle impostazioni di matrice razionalista. Già la sua planimetria tentacolare contiene il tentativo di integrarsi col territorio circostante e la grande intuizione di un ospedale dinamico, non progettato solo in relazione al numero di pazienti da ospitare. Tuttavia, l’iter costruttivo fu talmente travagliato che Michelucci abbandonerà il progetto pieno di amarezza. E, purtroppo, anche questa storia fatta di ritardi, cambiamenti, promesse mai mantenute e interrogativi sul futuro è una storia già sentita per diverse architetture, brutaliste e non.
Cover photo credits: © Jacopo Baccani
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