Il santo patrono della Svizzera, Nikolaus von Flüe, nacque nel 1417 in una famiglia di contadini, mestiere che svolse anche lui per gran parte della sua vita. Combatté nelle guerre contro gli Asburgo, ebbe dieci figli con la moglie Dorothea e fu deputato alla Dieta federale. Accanto all’impegno civile, la sua esistenza fu segnata da una profonda spiritualità e da numerose visioni mistiche. Anche grazie all’influenza di un sacerdote a lui vicino, decise, con il consenso della moglie e dei figli maggiori, di ritirarsi a vita eremitica. Visse da quel momento in solitudine, nel digiuno e nella meditazione, attirando tuttavia persone da tutta la regione che lo raggiungevano per chiedere consiglio.

Proprio a lui, al Bruder Klaus, Hermann-Josef e Trudel Scheidtweiler, una coppia di agricoltori, decisero di dedicare una cappella sul proprio terreno, tra Wachendorf e Rißdorf, nei pressi di Mechernich, nel distretto di Colonia “in ringraziamento per una vita buona e felice”. Affidarono il progetto a Peter Zumthor, futuro premio Pritzker, che tra il 2003 e il 2007 stava lavorando al Kolumba, il Museo Diocesano proprio di Colonia. Gli scrissero una lettera con una sola richiesta: poter partecipare direttamente alla costruzione per contenere i costi. L’architetto, svizzero come il santo, accettò.

Il lungo processo

Il percorso progettuale durò molti anni attraversando diverse fasi: da proposte più complesse e tecnologiche, Zumthor si spostò su un’idea elementare e diretta, che lega al luogo e alla spiritualità dei committenti forma, materia e processo costruttivo con un unico gesto.
Il progetto prende avvio da un concetto semplice, quello della tenda, che struttura lo spazio interno; all’esterno, invece, appare un blocco monolitico, assimilabile a una piccola torre.  È un volume compatto che non anticipa ciò che accade dentro. Inconsapevolmente, l’architetto si rifà a una delle visioni mistiche di Bruder Klaus che, sedicenne, vide apparire proprio una torre lì dove un giorno deciderà di trascorrere i suoi giorni da eremita.

A questa semplicità formale, legata a una certa idea di vita contadina, fa riscontro la semplicità dei materiali locali utilizzati. I committenti, insieme ai loro amici e familiari, tagliarono centododici tronchi di legno in un bosco di loro proprietà e, posizionatili a formare una struttura a tenda, li utilizzarono come cassero interno per il calcestruzzo, che, a sua volta, è stato ottenuto aggiungendo alla miscela sabbia e ghiaia provenienti da un fiume nelle vicinanze.
Poi, guidati da esperti capomastri, hanno gettato il calcestruzzo, privo di addensanti e non vibrato, in 24 strati successivi, uno al giorno, fino a raggiungere l’altezza di circa 12 metri, lasciando il processo leggibile nelle linee orizzontali delle colate.

Fuoco, acqua, aria e terra

L’aspetto più singolare del processo costruttivo della cappella risiede, probabilmente, nel destino dei tronchi posizionati a forma di tenda. Il loro disarmo è, infatti, avvenuto dando fuoco all’intera struttura. Il processo di combustione è tuttora visibile sulle pareti interni della cappella, dalla quale, attraverso un oculo appositamente lasciato in cima, un fumo fuoriuscì per tre settimane incenerendo il cassero interno. Oltre all’oculo, il fumo è fuoriuscito anche da piccoli tubicini metallici inseriti nello spessore delle pareti e successivamente chiusi con piccole sfere di vetro soffiato. Questi, visti dall’interno, appaiono come punti luminosi che, insieme all’oculo superiore, costruiscono una sorta di cielo stellato.

La cappella, bagnata dalla pioggia che passa attraverso l’oculo, sembra essere la sintesi di una riflessione sugli elementi naturali – acqua, fuoco, terra, aria – fatta attraverso un’architettura scarnificata che sembra una scultura percorribile più che un edificio.

Un luogo di spiritualità

All’esterno la cappella è un monolite compatto su base pentagonale, privo di finestre laterali. Una porta triangolare segna l’ingresso. Nulla di assimilabile a una decorazione, solo le linee del tagewerk.
Non ci sono impianti elettrici o servizi. All’interno, invece, solo un bronzo di San Nicolao, una croce realizzata con i tondini del calcestruzzo, una panca in legno, un porta candele e la ruota a sei raggi, simbolo contemplato dal Santo.
“…vedi questa figura? Al centro è l’essenza divina, la Divinità indivisa, in cui si rallegrano tutti i santi. Le tre punte che vanno verso il cerchio interno sono le tre Persone: esse escono dall’unica divinità, abbracciano il cielo ed anche il mondo intero, che dipendono dalla loro potenza. E come escono con una forza divina, così rientrano…”

In questa cappella Peter Zumthor riduce l’architettura all’essenziale, per lasciare spazio ai materiali e al processo che l’ha generata. Il calcestruzzo mostra le colate, il legno bruciando ha annerito le pareti, il vetro trattiene la luce. Lo spazio raccoglie le fatiche e il lavoro dei contadini che l’hanno voluta e costruita, trasformando il gesto costruttivo in atto di gratitudine e di devozione che rende ancor più il luogo raccolto e sacro, qualsiasi significato si voglia dare a questa parola.


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