Nel Mare Interno di Seto c’è un’isola che nell’ultimo ventennio si è guadagnata il nome di “isola dell’arte”. A metà strada tra Osaka e Hiroshima, l’isola di Naoshima ha una superficie di appena 14 km² e poco più di 3500 abitanti, e ospita alcuni dei musei più noti del Giappone contemporaneo. Sull’isola potete imbattervi anche nelle iconiche zucche di Yayoi Kusama e in installazioni e opere d’arte realizzate a partire da edifici abbandonati attraverso l’Art House Project.
Tra i musei, spicca, ma solo in senso figurato, il Chichu Art Museum progettato da Tadao Ando nel 2004. Il museo, infatti, è quasi interamente scavato nella collina, per evitare di compromettere la bellezza naturalistica dell’isola: ciò che emerge sono solo tagli geometrici nel terreno. Tuttavia, non si tratta solo di un gesto mimetico, ma soprattutto di una scelta progettuale che connette l’interno e l’esterno dell’edificio e lo fa attraverso la luce, come spesso succede nelle architetture di Tadao Ando, che trova ispirazione nell’engawa giapponese: anche in questo caso, nonostante l’edificio si trovi sottoterra.
Un museo scavato e costruito con la luce
Il progetto si articola, dunque, con una serie di corti scavate nel terreno dalle geometrie pure — quadrati, rettangoli, triangoli — che organizzano l’intero impianto.
Questa precisione deriva anche da un’idea di misura radicata nell’architettura di Tadao Ando, che, spesso e volentieri, scandisce il ritmo degli spazi da lui progettati con il modulo del tatami, 90×180 cm, che ritorna come riferimento proporzionale anche nella modulazione dei casseri del calcestruzzo a vista.

Una particolarissima collezione permanente
Il museo ospita opere di tre artisti: Claude Monet, Walter de Maria e James Turrell.

La sala dedicata alle Ninfee di Claude Monet è progettata come uno spazio completamente bianco, dove la luce entra dall’alto e si diffonde in modo uniforme, contribuendo alla sacralità dell’opera del pittore più impressionista di tutti, interessato in massima parte, come Tadao Ando, alla luce. È così che nascono le serie, per studiarne gli effetti: dipinti dello stesso soggetto visto in varie ore del giorno e in diverse stagioni, di cui fanno parte anche le cinque opere appartenenti al ciclo delle Ninfee, un soggetto incredibilmente complesso e sfidante per Monet per la presenza dell’acqua e del suo essere costantemente cangiante.

Nell’area dedicata all’opera di James Turrell, l’architettura costruisce situazioni in cui la luce, in questo caso artificiale, altera la percezione della profondità e dei limiti fisici: la proiezione di un quadrato blu si staglia sulla parete della stanza come un limite apparentemente invalicabile.

Per giungere, invece, alla sala dedicata all’opera di Walter de Maria si percorre un corridoio illuminato da una feritoia che a un certo punto si apre su un roccioso giardino di sassi e dall’aguzza forma triangolare. Giunti alla sala, si è colpiti dal riflesso luminoso di una grande sfera cupa al centro di una scalinata, con l’impressione di essere entrati per sbaglio e senza permesso all’interno di un luogo sacro.

Il calcestruzzo
Il materiale dominante, come spesso accade nei progetti di Tadao Ando, è il calcestruzzo a vista, lavorato con una precisione estrema, tanto da far apparire le strutture quasi leggere, nonostante consistenza e il peso proprio del materiale.

Le superfici sono lisce, segnate dalla griglia regolare dei fori dei casseri, e riflettono la luce in modo uniforme. L’architetto giapponese considera il calcestruzzo un materiale comune, che si può trovare dappertutto, fatto di elementi semplici come sabbia, cemento e pietra e, pertanto, molto vicino al concetto di materiale “naturale”.
Un’architettura senza facciata
Il Chichu Art Museum, oltre a non avere una facciata riconoscibile e a non offrire un’immagine immediata, non è neanche semplicissimo da raggiungere.
Nonostante ciò, l’edificio è famosissimo e ha contribuito in grande parte alla fama dell’isola, che, seppur nota come “isola dell’arte”, fa parte di un sistema più ampio insieme con altre due isole, Inujima e Teshima, oggi parte del progetto Benesse Art Site Naoshima.

Questa trasformazione non nasce da un’iniziativa pubblica, ma da un progetto privato promosso dalla Benesse Corporation e, in particolare, da Soichiro Fukutake, che negli anni Ottanta eredita la società dal padre e ne sviluppa le intenzioni filantropiche, creando un luogo in cui educazione, arte e natura possano convivere. Una visione alternativa a quella liberalista e capitalista della modernizzazione e urbanizzazione a cui Fukutake assisteva negli anni ’80.
Nel tempo, questo progetto si è ampliato fino a diventare un sistema diffuso di musei, installazioni e architetture, tutte progettate con la collaborazione di Tadao Ando, con l’obiettivo di attivare relazioni tra territorio, comunità locale e visitatori.
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