Il brutalismo l’ho sempre immaginato come il parente imbarazzante dell’architettura moderna: a volte bizzarro, troppo pesante quando beve due bicchieri di troppo, con qualche fallimento sociale alle spalle e i capelli sporchi. Insomma, qualcuno che ravvivi il pranzo o la cena di Natale, ma da cui manterremo una certa distanza per svariati mesi successivi.
Poi qualcosa è cambiato. Quelli che per anni erano stati liquidati come “mostri di cemento” sono diventati oggetti da fotografare, salvare, collezionare, stampare sulle magliette, trasformare in libri da tavolino e in scenografie distopiche. Il brutalismo è diventato estetica. Anzi, peggio: è diventato cool.

Capiamoci, quello che mi pare esser cambiato non è tanto la percezione degli addetti ai lavori, ma quella della cultura di massa. Mi viene in mente che, poco dopo aver iniziato il Politecnico di Milano, la Torre Velasca era uno di quegli edifici che all’università venivano raccontati come capolavori complessi, colti, pieni di riferimenti alla Milano medievale e alla ricostruzione del dopoguerra. Fuori da lì, però, la situazione era un po’ diversa: la stessa torre finiva tranquillamente nelle classifiche degli edifici più brutti del mondo, come quelle del Daily Telegraph. Ed è proprio la riduzione di questo scarto — tra ciò che l’accademia difende e ciò che il pubblico percepisce come mostruoso — che mi pare caratterizzare la storia recente del brutalismo.
La parola, come ormai abbiamo ripetuto fino allo sfinimento in questo ciclo di articoli, non deriva da “brutale”, ma dal francese béton brut, il cemento grezzo lasciato a vista e possiamo dire che richiama alcuni principi: plasticità della forma, esposizione chiara della struttura e onestà nell’uso dei materiali.

Dall’etica all’estetica
C’era, pertanto, un’etica della costruzione, prima ancora che un’estetica, legata a questa idea di sincerità: ciò che sostiene l’edificio si vede, ciò che è grezzo resta grezzo, ciò che è pesante non finge di essere leggero. Forse anche per questo, ancora oggi il brutalismo continua a dividere tra chi lo considera espressione di rigore e chi lo vede come architettura fredda, anonima o disumana.
Ma poi, la magia: e, come succede spesso, l’etica diventa stile. Il cemento smette di essere solo il materiale di scuole, case popolari, ospedali, università e municipi, e comincia a funzionare come linguaggio autonomo. Basta una superficie ruvida, una scala monumentale, una geometria dura, e… tac! L’immaginario si attiva.

Il fascino comodo dei posti scomodi
La riscoperta contemporanea del brutalismo, a mio avviso, passa anche da una cosa molto semplice: è estremamente fotogenico. Le superfici ruvide, le geometrie ripetute, i fuori scala, le ombre nette e i vuoti monumentali producono immagini immediate. Il brutalismo funziona benissimo in bianco e nero, ma anche sotto il cielo blu, con il sole radente, con la nebbia, con le erbacce che crescono sulle rampe e qualche murales stinto.
Però, come abbiamo visto nei precedenti articoli, molti edifici di questo tipo si portano dietro, per ragioni legate alla loro storia, una serie di problemi che da lontano o in foto non si vedono. Da vicino, un edificio brutalista mal tenuto vuol dire infiltrazioni, servizi mancanti, umidità, ascensori guasti. Da lontano, invece, resta atmosfera. Una rovina socialista in Bulgaria, una torre residenziale a Londra, un complesso popolare a Trieste o a Napoli funzionano benissimo nell’immaginario contemporaneo perché sono reali, ma abbastanza trasformabili in immagine.
Luoghi difficili, abbandonati, periferici, possibilmente un po’ minacciosi. Se sono sotto casa, restano un problema urbano. Se sono a migliaia di chilometri, diventano sublimi scenari post-apocalittici.
Qui sta una delle contraddizioni più grosse del brutalismo cool. Da un lato la riscoperta può aiutare a salvare edifici, studiarli, fotografarli e farli entrare in una nuova coscienza patrimoniale. Dall’altro rischia di trasformare luoghi complessi in fondali: quegli edifici non sono solo reliquie statiche, ma testimonianze viventi di sperimentazioni, ideali sociali e memoria culturale.

Dal monumento socialista alle serie TV e al cinema
Il brutalismo è diventato cool anche perché è entrato nell’immaginario pop. Lo abbiamo visto con Buzludzha, che da memoriale del Partito Comunista Bulgaro è diventato rovina post-apocalittica perfetta per fotografi, videoclip e turismo architettonico (perfino Calcutta ci ha girato un video); la Genex Tower, come raccontavo nell’articolo su Belgrado, continua a vivere come icona urbana e riferimento musicale; le Vele di Scampia, soprattutto dopo Gomorra, sono diventate il simbolo visivo di un degrado quanto mai spettacolarizzato; il Quadrilatero di Rozzol Melara, a Trieste, è stato riscoperto in Italia grazie alla fiction La porta rossa (ma anche Mahmood ci ha girato il video di Tuta gold); la Trellick Tower, da “Terror Tower”, è finita in canzoni, videoclip e copertine. Pur raccontando fallimenti politici, marginalità, futuro andato male, questo sfondo così fotogenico è entrato prepotentemente negli occhi di un sacco di gente.


Un caso più recente e internazionale riguarda il film The Brutalist di Brady Corbet, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2024. Il film racconta la storia di László Tóth, architetto ebreo ungherese che emigra negli Stati Uniti nel 1947 e, dopo un periodo di povertà, ottiene un incarico destinato a cambiare i successivi trent’anni della sua vita. Il titolo stesso pare utile ai nostri scopi: una parola che per decenni è stata percepita come dura, tecnica, perfino respingente, diventa il nome di un grande film d’autore vincitore del Leone d’Argento per la regia a Venezia, alla ribalta come il suo protagonista.

Luoghi sinceri e altre contraddizioni
Forse il brutalismo ci piace proprio perché arriva da un’epoca in cui l’architettura sembrava ancora credere di poter cambiare qualcosa, quasi mai riuscendoci. Però dentro quelle masse grigie c’era, almeno guardandole a distanza di anni, comunque un’ambizione oggi abbastanza rara: costruire spazi collettivi, con una precisa idea di abitare.
E forse questa nuova fascinazione per il brutalismo ha a che fare anche con la ricerca spasmodica di “luoghi sinceri” che appartiene molto alla mia generazione e ai gruppi sociali che frequento. Il bar di quartiere non ancora trasformato in bistrot vegano, il mercatino dell’usato davvero disordinato, il circolo, la trattoria con le sedie brutte, il posto un po’ scomodo ma percepito come autentico. Tutti luoghi che ci attirano proprio perché sembrano sfuggire alla patina uniforme delle città contemporanee.
Il problema, naturalmente, è che appena questi luoghi vengono scoperti, fotografati, raccontati e desiderati, iniziano a cambiare. Il mercatino dell’usato “vero” finisce su TikTok, viene preso d’assalto, aumentano i prezzi, cambia il pubblico, cambia perfino l’idea di autenticità che lo rendeva interessante. Con il brutalismo succede qualcosa di simile: si dimentica l’etica che ha generato quell’estetica, il che è quantomeno svilente, poiché si trasformano pezzi di storia in semplici scenografie.

cover photo credits ©Peter Franc
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