Sono trascorsi quasi 10 anni dall’inaugurazione del MAXXI (Museo nazionale delle Arti del XXI secolo) di Roma, capolavoro italiano della compianta archistar iracheno – britannica Zaha Hadid (1950 – 2016).

La storia del MAXXI inizia in realtà quasi 10 anni prima, nel 1997: anno in cui il Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo ottenne, in concessione dal Comune di Roma, l’area dismessa dell’ex Caserma Montello, nel quartiere Flaminio.

L’area urbana, ricca di potenzialità ed elementi di richiamo, i cui padiglioni militari erano in disuso da decenni, aveva già da tempo iniziato la riconversione di zone dismesse, adottando la volontà di ospitare luoghi e manifestazioni legate alla cultura e allo spettacolo.  Il MAXXI dista infatti solo 500 metri dall’Auditorium Parco della Musica (1995 – 2002), progettato da Renzo Piano.

L’intenzione del Ministero era quella di donare alla città di Roma, e all’Italia, un nuovo polo museale di Arte ed Architettura contemporanea, che avesse una forte identità e molteplici funzioni: luogo di incontro, di attrattiva e di dialogo con le arti del XXI secolo.

Viene indetto, a tale scopo, un Concorso Internazionale di Idee a cui parteciparono i più noti ed importanti studi di architettura italiani ed internazionali.

Il programma funzionale da rispettare era molto complesso e denso di attività da far convivere in un unico luogo: un museo per le Arti del XXI secolo, un museo per l’Architettura, sale multimediali, una biblioteca, spazi didattici, un auditorium ed aree per eventi pubblici dal vivo. Altrettanto fondamentali dovevano essere ritenuti gli spazi pubblici aperti: luoghi destinati alla città e non strettamente collegati alla visita all’interno del museo, concepiti dunque per ospitare eventi ed attrazioni per la collettività. Gli obiettivi del progetto erano certamente ambiziosi e non semplici da declinare, ma i risultati presentati dai progetti finalisti furono senza alcun dubbio tutti validi e meritevoli, le cui firme ci piace ricordare: Cino Zucchi con Stefano Boeri, Michele De Lucchi con Achille Castiglioni e Italo Lupi, Eduardo Souto de Moura, Adam Caruso con Peter St. John, Vittorio Gregotti, Steven Holl, Toyo Ito, Rem Koolhas, Francesco Cellini e, ovviamente, Zaha Hadid.  Il meglio dell’Architettura italiana ed internazionale.

La scelta della giuria ricadde, com’è noto a tutti, sul progetto di Zaha Hadid, che venne premiato per la capacità di integrazione e relazione con il contesto urbano e l’ex Caserma Montello, adottando tuttavia una soluzione formale innovativa con forme complesse, che caratterizzano una straordinaria sequenza di spazi ed intreccio affascinante di volumi, sia all’interno che all’esterno.

La cerimonia della “posa della prima pietra”, che segna l’inizio dei lavori, avviene nel 2003, mentre il 28 Maggio del 2010 il Museo viene aperto per la prima volta al pubblico, con una solenne cerimonia di inaugurazione, alla presenza di tutte le autorità che ne hanno consentito la realizzazione e, ovviamente, della sua “ideatrice” Zaha Hadid.

Il mio “incontro” personale con il MAXXI avvenne nell’Ottobre 2016: ricordo che non mi recavo a Roma da alcuni anni e che, in cima alla lista di cose da fare in quell’occasione, non poteva mancare la visita al MAXXI.

Confesso che, al principio, tra i motivi che mi spinsero a visitare il museo, non fu tanto la voglia di ammirare le opere permanenti o temporanee esposte al suo interno, quanto la curiosità e il desiderio di poter entrare per la prima volta all’interno di un’opera progettata da Zaha Hadid.

Per quanto i miei gusti in materia di architettura siano un po’ distanti rispetto all’idea e all’essenza che guida i progetti di Zaha Hadid, nutrivo grande ammirazione nei suoi confronti, come donna e come architetto, e mi aveva colpito la sua morte prematura, avvenuta solo qualche mese prima. 

Tornando al MAXXI, non appena arrivata, mi resi conto che di fronte a me non avevo una struttura museale intesa nella sua forma più classica e tradizionale: piante simmetriche con foyer all’ingresso, ampi e lunghi padiglioni espositivi, sale che si susseguono l’una dietro l’altra, prospetti esterni scanditi con passo regolare da grandi finestre e scale monumentali. . . E questo mi era chiaro senza essere ancora entrata.

Le forme curvilinee che modellano l’edificio, le ampie aperture asimmetriche, i volumi non regolari che si intrecciano e conferiscono movimento e leggerezza al contempo, erano tutto tranne che conformi ad un’architettura museale classica.

Ho una discreta passione per i musei e solo un’altra volta ho percepito una sensazione simile: di fronte al Museo Guggenheim a Bilbao di Frank Gehry (1990 – 1997), e non credo si tratti di una casualità.

L’interno non ha deluso le mie aspettative e riflette ciò che già era visibile dall’esterno, eppure Zaha Hadid non ha rifiutato del tutto gli elementi tradizionali che caratterizzano un museo: li ha “semplicemente” rielaborati e riadattati a spazi totalmente nuovi, contemporanei e molto articolati. Il progetto si fonda sull’idea che non è il visitatore ad adattarsi agli spazi e a farsi condurre da essi, ma piuttosto il contrario: è l’edifico che viene modellato ed organizzato sulla “base dei flussi direzionali e della distribuzione di densità”. La vera rivoluzione e il genio di chi ha progettato stanno proprio nel ribaltare e rivoluzionare concetti per noi tradizionali; ed in questo non credo ci siano molti altri architetti viventi che abbiano avuto uguali determinazione e coraggio.

L’interno ad un primo approccio può sembrare disorientante e alcuni possono sentirsi addirittura perplessi di fronte ad una tale rivoluzione, formale e distributiva, degli spazi. Quello che io ho percepito è la totale fluidità degli ambienti, la scomposizione dei volumi interni, la sovrapposizione dei livelli, l’abbandono delle forme pure, l’utilizzo di linee curvilinee che accolgono e guidano il visitatore e gli infiniti e mutevoli punti di vista che vengono forniti. Potresti tornare dieci volte, scoprire elementi nuovi ed avere la sensazione di non annoiarti mai. Zaha Hadid stessa ha definito il suo progetto: “un mondo nel quale tuffarsi”

Ed è proprio così: un viaggio del tutto soggettivo in cui si è liberi di muoversi, di godere del museo e degli spazi come meglio desideriamo.

Il materiale più utilizzato è senza dubbio il cemento, anche in questo caso la Hadid ne fa un uso innovativo e per niente banale: lo utilizza non solo per la struttura e la pavimentazione, ma anche per la copertura, realizzata in fibrocemento che le permetterà di realizzare un sistema tecnologico di lucernari, che filtrano e regolano la luce all’interno e seguono il volume curvilineo dell’edificio.

Oltre al cemento, ritroviamo grandi finestre in vetro che si aprono verso il paesaggio urbano esterno e, ovviamente, l’acciaio.

L’interno è caratterizzato da colori e materiali sostanzialmente chiari (come il cemento per l’appunto): a distinguersi la rampa e le due scale autoportanti in metallo nere, dalle forme flessuose, che conducono ai vari livelli.

 

In questi primi dieci anni il MAXXI ha registrato solo bilanci positivi, in termini di numero di visitatori: solo nel suo primo anno di vita quasi 480.000 visite (la stessa media del Metropolitan di New York). E’ inoltre una delle più importanti attrazioni museali della capitale e senza dubbio uno dei più grandi Musei di Arte e Architettura contemporanea presenti in Italia ed in Europa. Ha ospitato in questi dieci anni innumerevoli mostre, che hanno affrontato i temi più differenti e raccontato la storia dell’arte contemporanea, della fotografia e dell’architettura del nostro paese e non solo. Tra le mostre più celebri di questi anni: le retrospettive “Alvaro Siza, Sacro”, “Amare Gio Ponti”,” Yona friedman. mobile architecture, people’s architecture”, “Michele De Lucchi. L’anello mancante”, “Aldo Rossi. L’architetto e la città”, “Lina Bo Bardi. A Marvellous Entanglement” . . . 

A giorni, Il 28 Maggio, il MAXXI compierà 10 anni e pensiamo di doverci ritenere fortunati a possedere un luogo così particolare ed unico in Italia, divenuto la “casa” delle Arti del XXI secolo, dell’Architettura contemporanea e punto di riferimento per tutti gli appassionati.

Il merito, oltre che delle Istituzioni, della fondazione MAXXI e del Ministero che ne hanno reso possibile la realizzazione, è innanzitutto di Zaha Hadid: di colei che ha fornito ancora una volta all’Architettura la possibilità di essere strumento per creare e donare bellezza. Questa l’eredità che ha lasciato al nostro paese, un regalo prezioso e duraturo.