Tra i quartieri associati alla Milano che cresce, alla Milano del futuro, almeno nell’opinione comune, c’è sicuramente il quartiere di City Life.

Il quartiere è frutto di un programma integrato di intervento la cui gestazione ha avuto inizio nel 2004, a seguito del trasferimento del polo fieristico milanese nella zona di Rho-Pero. Il cantiere, che sarebbe dovuto concludersi nel 2015, è ancora attivo dovrebbe essere ultimato nel 2020.

Caratteristica principale del progetto, redatto dalle archistar Zaha Hadid Architects, Arata Isozaki & associates e Studio Libeskind, sono le tre torri progettate da ciascuno dei tre studi, adibite principalmente a uffici. Le torri, affettuosamente chiamate Il Dritto, Lo Storto, Il Curvo, sorgono all’interno del terzo parco cittadino milanese, dopo Parco Sempione e i Giardini pubblici di Porta Venezia intorno a cui sorgono anche le residenze firmate sempre Libeskind e Hadid (non vi ricordano una nave da crociera?).

E, poiché non vogliamo farci mancare mai niente, aggiungiamo un pizzico di recupero del patrimonio, non solo con la conservazione dell’ex padiglione 3, il “Palazzo delle Scintille”, ma anche con la risistemazione della fontana  di epoca fascista “Le quattro stagioni”, sia da un punto di vista architettonico sia da un punto di vista impiantistico ripristinandone i giochi d’acqua; spolveriamo abbondantemente di negozi con lo shopping district e parcheggi sotterranei quanto basta; finiamo con l’ultima griffe, quella di BIG, con un altro edificio da completarsi nel 2023 e il piatto è pronto.

Ma è davvero tutto oro quel che luccica? No, in questi casi di solito è solo vetro. Sì, perché l’idea di futuro di alcuni è ancora associata al grattacielo, all’acciaio e al vetro. Vedasi il pionieristico nome della fermata metro a servizio di City Life: Tre Torri. Peccato che non siamo nella Chicago degli anni ’20 del 1900, ma nella Milano degli anni ’20 del 2000. È davvero questo il futuro? Io credo di no, anche perché, altrimenti, starei cercando già un’altra città in cui andare a vivere. Tuttavia alcune cose non lasciano ben sperare e spesso il problema è più politico e culturale che architettonico. Basti pensare al concetto stesso di “Programma integrato di intervento” che, per chi non lo sapesse, permette indici di edificabilità diversi da quelli previsti dagli strumenti legislativi in vigore e deroghe varie. Inoltre, nel caso di City Life buona parte degli standard da garantire per abitante (il verde, i servizi, i parcheggi, ecc.) sono stati monetizzati.

Non per fare il solito esterofilo, ma provando ad analizzare il destino di un’area analoga ex fieristica di un’altra città in un’altra nazione emergono alcuni aspetti interessanti di come si sarebbe potuto affrontare un tema di questo tipo, tralasciando le questioni meramente formali delle forme architettoniche e degli stili. A Monaco di Baviera, ad esempio, nel quartiere di Theresienhöhe, dove sorgeva la vecchia fiera, i principi progettuali e politici sono stati diametralmente opposti. Da un punto architettonico si è ripreso il concetto di isolato, come il resto della città circostante, senza tuttavia copiarla. Come l’area di City Life, anche quella di Theresienhöhe è ormai centrale nella città di Monaco e, nonostante ciò, gran parte dell’edilizia è di tipo sociale o vincolata a una determinata categoria sociale, ad esempio ai giovani. Nel Progetto di City Life tutto sembra essere fatto e progettato per favorire i privati, dal piano attuativo fino alla realizzazione dei progetti, ma questo rappresenta una grande differenza di base nella politica della casa tra l’Italia e la Germania.

Tuttavia, tralasciando le forme architettoniche, la coesione con il contesto e tutta l’aria fritta che ruota intorno all’estetica e all’immagine di un luogo, lo spunto del progetto di Monaco, antecedente a quello di City Life, può e deve invitare alla riflessione sulla città, sull’idea di futuro che abbiamo di essa, su quella di sostenibilità, che non è solo ambientale, ma soprattutto sociale.