La notte, per Francis Picabia, non è il contrario del giorno. È piuttosto un’altra possibilità: le regole si allentano, si balla, si ama, si ride, mentre il buio lascia emergere fantasmi e inquietudini. Parte da qui Picabia. Aprire le porte della notte, la più ampia mostra mai realizzata in Italia sull’artista francese, a Palazzo Reale. A curarla è Anne Berest Picabia, sua pronipote, che al posto della consueta successione di date immagina una notte insonne in undici sale. Si entra al crepuscolo, si esce all’alba.

Picabia, impossibile da raccontare in linea retta

Difficile, del resto, raccontare Picabia seguendo una linea retta. Impressionismo, Cubismo, astrazione, Dada, ritorno alla figura: ogni approdo sembra interessargli soprattutto come punto da cui ripartire. Appena una maniera rischia di diventare una firma, lui cambia strada. Le oltre 170 opere arrivate da musei europei e collezioni internazionali sfruttano proprio questa instabilità: lavori distanti decenni si ritrovano vicini e mostrano quanto, dietro trasformazioni apparentemente radicali, certe ossessioni continuino a tornare.

Dalla notte parigina alle macchine del desiderio

Con il passare delle ore emergono le diverse vite di Picabia. Prima la Spagna della famiglia paterna e delle estati trascorse da bambino a Siviglia; poi i locali notturni e la passione per i corpi in movimento. Con Relâche, il balletto ideato nel 1924 insieme a Erik Satie, Picabia fa saltare le convenzioni teatrali e porta sulla scena anche Entr’acte di René Clair. Più avanti è il desiderio a prendere il comando: diventa ingranaggio nelle macchine dadaiste, si deforma nei Mostri, riaffiora nei volti femminili. Nelle Trasparenze le figure si accavallano fino a rendere difficile capire dove ne finisca una e ne cominci un’altra.

Quando la festa si trasforma in arte

A notte inoltrata l’euforia comincia però a incrinarsi. La “febbre notturna” porta verso percezioni alterate e immagini più oscure; in una sala nascosta nel cuore del percorso si scopre invece quanto Picabia amasse tornare sui propri lavori, coprirli, girarli, riutilizzarli. Niente sembra davvero definitivo. Poi compaiono i Mostri, le maschere, le deformazioni. Eppure, la festa continua. Dai balli Dada ai gala organizzati sulla Costa Azzurra, Picabia non si limitava a frequentare la vita mondana: ne inventava scenografie, rituali e provocazioni. Anche una serata poteva diventare materiale artistico.

A raccontare l’uomo dietro il pittore intervengono fotografie, lettere, documenti personali e prestiti della famiglia, alcuni mai mostrati prima. Ci sono anche i tredici “Album neri”, realizzati tra il 1919 e il 1927: pagine affollate di ritagli di giornale, disegni, fotografie, manoscritti e inviti. Più che ordinare la propria storia, Picabia sembra montarla: conserva, accosta, sposta, crea cortocircuiti. Persino l’archivio finisce così per assomigliare al suo modo di fare arte. 

L’alba non è la fine, ma un nuovo inizio

Poi, inevitabilmente, arriva l’alba. Ma l’ultima sala evita una facile vittoria della luce sul buio. Un dipinto del 1898 incontra Point del 1951, dove un piccolo nucleo luminoso galleggia su un fondo scuro. Li separano cinquantatré anni e quasi tutte le identità artistiche che Picabia ha assunto e poi lasciato. Le lancette battono l’alba, la notte a Palazzo Reale finisce. Picabia, invece, sembra pronto a ricominciare ancora una volta, cambiare pelle per poi entrare nella luce del mattino.


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