Pochi colori accendono l’immaginario dell’antropocene come il blu, scala tonale

prediletta dall’uomo, gradiente capace di descriverne tanto i panni dell’attore storico quanto quelli – più stretti, più intimi – dell’ente individuale, della singolarità incarnata affamata di immagini e linguaggio a partire dal giorno zero.

Quanto al suo esistere, in effetti, l’esserci è da ricercare nella gamma dell’essenzialità, della sua “ontologia”, più che in qualsiasi altra delle sue forme temporali, inconseguenti eppure posteriori poiché figlie delle gradazioni del fatto e, quindi, sprovviste di necessità.

Da ón e logía – participio presente di eimi (essere) il primo; derivato di lógos (discorso) il secondo –: verbalità dell’essere, parola sull’essente, pensiero di tutto ciò che è, l’ontologia (o metafisica) non è che la scienza dell’essere nella sua totalità, ma anche la conoscenza di tutto ciò che riguarda qualcosa o, meglio, di ciò che resta di questo qualcosa quando esso viene mondato dei suoi accidenti, quando si rivela compiutamente in tutta la propria “sostanzialità nuda”.

La nudità è, in fondo, la condizione primaria per l’esistenza della luce: si erompe, infatti dal buio amniotico al di qua della caratterizzazione, spogli, vuoti e pluripotenti come lo spazio interstellare inerte, povero di particelle, diffusione e altresì circuito prescelto dalla luce fin dalla notte dei tempi – blu-notte in sordina, compagno oscuro del bagliore al di fuori della percezione, gemello per radice e disegno: “bhle-“, destinazione preoriginaria del blu, etimo per la luce, “colore della luce”.

Dal protoindoeuropeo bhle-was, appunto, nonché dal bleu transalpino tanto impiegato dai messieurs e dai nonni italici, deriva il nostrano “blu”: spettro cromatico in cui, oltre alla tavolozza dell’essere, vanno inserendosi anche significative manifestazioni della storia e, non ultime, le tonalità emotive dell’esistente in tutta la sua profonda spiritualità.

Dalle abissalità dell’oltremare proveniva, a ben ricordare, la fattispecie di blu più impiegata – benché esosa e difficilmente reperibile – dell’antichità, derivata dalla macinazione del prezioso lapislazzulo afghano o, a partire dall’Età di Bronzo, dagli scambi con l’Egitto, quest’ultimo inventore-pioniere della Pietra Blu faraonica, bellezza chimica risultante dalla reazione tra silicio, rame e calcio.

Proprio a Creta, lì dove nel Neolitico (7000 a.C.) la vita umana già barbagliava fra le salinità esperte dell’Egeo, nasceva la civiltà minoica e la sua taurocatapsia in riebeckite, minerale locale a tinteggiare la sovranità talassocratica del regno di Minosse, gli uccelli, i delfini, finanche le scimmie blu – intermediarie intelligenti del far luce, del far blu sulla teogonia di Zeus, sul verticalismo di Icaro, persino sull’aggrovigliata fiction di Arianna e del designer-filosofo Dedalo, architetto della labirintica prigione dell’abominio teriantropico, del Minotauro onta del re di Cnosso, vendetta antropomorfa di Poseidone fra le acquemarine di Heraklion e le giade in lineare A, cuneiformità materna dell’inventio linguistica, dell’invenire, del venire alla luce del linguaggio fino alle egloghe virgiliane, nel blu dipinto di blu.

Pittato fino al blavus, letteralmente sbiadimento, tono deprivato dalla lucentezza metamorfica del sodalizio fra sole e oceano, trasparenza intorbidita dall’errore blu di Prussia, malinconica cromatizzazione spleenetica: dall’Autoritratto del periodo azul di Picasso, all’universalità sprezzata, jazzata, spezzata di All Blues, del Miles Davis tristo ed estatico a scandire il digradare esperide sul ponte di  Brooklyn, musica visiva di memoria astrattista, Kandinsky che intona le morti umorali col flauto, col violoncello, organista della sinestesia e della folgorazione.

Esaurire le sfumature semantiche, dall’ostentazione arcaica dell’aristocrazia egiziano-cretese, lungo le rampe del Fuji della dinastia Ming, fino alla tortuosa, sempre attuale, oscillazione tra le note del mare e della nobiltà, sangue bluastro come elezione e anatema, fuggitivo alato che scomoda l’ardore della Nana Gialla per poi precipitare, per beffarda circolarità, nel mare del carceriere Minosse, dantesco giudicatore dei peccatori, degli ambiziosi fratelli di Odisseo. 

Nell’Ellenide cerata dell’eroe omerico, alle pendici insulari della sua epopea, nella casa-eponimo della madrepatria Europa, cromonimo del blu ancestrale in tutte le sue fasi evolutive, li, ancora oggi, l’ontologia determinativa di un colore e di un’intera specie si affaccia dalla rupe rossastra di Hersonissos, da Creta, con languore intatto e uno scorcio retrospettivo su tutto ciò che è stato.

Cretan Blue: la culla della sinestesia

Nella laguna blu della Creta settentrionale, incassato nelle cavità frastagliate delle pietre avite, prende forma – una forma argillosa e mossa come le sue onde – Cretan Blue Restaurant –, gola di luce immersa nelle azzurrità del mar Greco, intagliato per meravigliare, di meraviglia imperlato.

Gocce sulle rocce di Limenas Chersonisou, ritaglio romantico in legno e pietra, materiali poveri del viaggio, della transumanza marina, della peregrinazione di fondale, dal batiale all’abissale, dalla colonna d’acqua ai resti pelagici, rovine su rovine nella rotta dell’Occidente a cavallo fra le mantiche e le tavolette micenee di seconda generazione.

Di generazione in generazione, al pari del Qing grigioazzurro, della saggezza oracolare dell’Indù Shiva, del Buddha dalla pelle blu-verde, franta dalle rocce imbevute dal mare in tumulto, la parabola di Creta ha proseguito a inverarsi, mediando le epoche col suo affresco promiscuo e curvilineo, commista di aratri e utensili, penne e grimaldelli, da la Dama Blu di Cnosso – metafora del lignaggio e del miracolo figurativo – al tempio di Britomarti, ninfa virginea compagna di caccia di Artemide, spumoso contraltare di Saffo sulla direttrice cobalto tra Cipro e Dia, a un passo dal solco immacolato della sirena leucotea, dalla Lyttos da cui fecondo e terribile nacque Zeus, causa prima della Teogonia e di tutti i florilegi favolistici del mondo parlato.

Diktynna, simbolo di Cretan Blue, era poi nientemeno che Britomarti, musa piangente di Leucò, diktynna in quanto rete, nassa dei pescatori amanti, dei procacciatori di squame profilate nell’argento, di pasti prelibati a un passo dalla battigia montuosa striata di raggi – apollinei o selenitici – che, indomiti, abbagliano ancora i tavoli di zattera, la pita farinosa, il gyros salmastro, lascito bruto dei primi ingegni, eredità grassa del cuore ipertrofico di un’intera genie: sinestesia impensata della civiltà e degli aedi, astrattismo da Davis a Kandinsky, kind of blue epigrammatico, fotogramma imperituro dei primi passi dell’uomo nello spazio: quod sit.

Spazio dell’avvenimento, dunque: dell’oltremare, dell’oltre, dell’oltranza del blu.

La filosofia del design è la cromoterapia della verità.

Cretan Blue è il ricongiungimento con la nudità.


Arthur vi invita ad iscrivervi alla nostra Newsletter!!