Come quel muscolo che pompa e riceve, ventricolare e atriale insieme, il soffio e l’impulso, ritendendosi e spandendosi – valvolarmente – per il suo sistema capillare messaggero di univoci sensi e solerte biunivocità, così la città del filosofo del design – di questo bizzarro vulcanologo dell’incontro – è solita respirare con affannosa perfezione: viavai multi-stato, città-magma, rovente ricettacolo delle più variegate forme.

Per biomimetica (dal greco bios, vita, e mimesis, imitazione), l’arte-scienza di quel “perverso polimorfo” va serpeggiando, tralignando, disperdendosi fecondamente di sembianza in sembianza – magma precordiale in cui le vite si mescolano e si cristallizzano, si ricristallizzano rimescolandosi nel fuoco del proprio equilibrio caotico, grazie al silenzio azzardato dell’entropia.

Entropia sociale e politica, quella del filosofo-designer, che per calco proattivo perviene, di viaggio in viaggio, non senza comprensibile fatica, al proprio “cuore”.

A livello organico, le strutture e le forme geometriche della sua natura – del suo design – gli impongono una complessione robusta che ne assista gli ardimenti del pensiero e dell’azione; a livello comportamentale (o processuale), egli è solito permearsi del modo in cui ogni organismo (umano e non) interagisce con il suo rispettivo mondo-sfondo, assorbendone osmoticamente, per filtro e selezione, setaccio e interpunzione, le dinamiche dominanti.

Come una spugna marina o un termitaio, sul treno Shinkansen emulatore del martin pescatore, mobile come un velcro, adesivo come un uncino di bardana sulla pelliccia di un cane, egli ha il vizio di arpionare l’ondivaga verità fenomenica fino a squarciarla: come un velo, un manto indù, un’apparenza che è effigie di oltranza e, dell’oltranza, è rinvio, rappresentazione, presentazione soltanto in quanto incipienza, prologo, immagine annunciatrice. Sotto la specie dell’annuncio, individualmente o collettivamente, il filosofo-designer – socio-antropologo per tessuto e destinazione – invoca spesso l’alleanza tra uomo e natura, fra natura e città.

Egli è, a ben vedere, un cultore della materia. Di quale? Della biomimetica urbanistica, della filosofia precordiale del raccordo, del design biettivo del dono.

Il filosofo del design non può, quindi, non confarsi al nucleo pulsante delle cose stesse: al pacemaker che per contrazione ritmata regola il battito, del cuore umano come di quello, visibile e invisibile, della città.

Nel facimento orgiastico dell’urbe per eccellenza, nell’isola non orba di urbanismo sottile, emulativo in senso eminente, naturalmente connaturato nel binomio inestinguibile quantunque fluido, fluente nel dedalo dei suoi vicoletti a mo’ di quadriglia  – alternanza esatta di figure geometriche e passeggiate nonchalanti –, danza di piazza e di orpelli necessari, ecco la sontuosa biomimetica, la Capri poietica per elezione, poetica in tutte le sue cavità e persino nel suo setto, nel sette dell’agorà umbertina, passerella del corteggio, del carteggio pedestre, del cortigianesimo terrestre.

Capri, città isolana per grazia e destrezza, mastodontico cono terrigno raccolto nel suo cuore putativo, vecchio mercato di emozioni e tesori – la Piazzetta –, tripudio toponomastico, passerella squadrata e tetragona, regale e labirintica in Piazza Umberto I, cinta che stringe con meridionale virilità l’elegante snellezza della Torre dell’Orologio, gustando il rintocco del tempo sabbioso dall’ampolla della propria alterità, nella coppa spumeggiante che celebra, civettuola e ritrosa, la finitezza: col metodo classico e l’euforia vibratile che scorre, indifferente e flemmatica, tra le sinuosità del circolino.

Pulalli Capri: un affaccio sull’idillio

Nel foyer a cielo aperto del teatro-isola di Capri, proprio nella Piazza Umberto I biomimetica e magmatica, sorge così Pulalli, figlia dell’ammiccamento lungimirante e della risoluzione idillica di Fabrizio Arbace.

Presieduta dal Municipio, fiancheggiata dall’edicola, una mattonella da copertina ne indica la scalinata d’accesso, riassaporando da un lato il lato corto vagheggiato dal Sasà di “Ferito a morte”,  dall’altro gli edifici color pastello tipici dell’urbanistica naturalistica di Capri, di quel suo pullulare assorto fra la sonnolenza untuosa dell’aperitivo e il meriggiare opulento delle sue Marine, pompate su e giù dalla Funicolare – ventricolare e atriale – sormontata dallo spiazzo collaterale e fervido del bar vecchio e del salottino dell’abbronzato Peter Pan di La Capria, che solo e pensoso si getta nello scintillio di cobalto delle acque del golfo.

Pulalli, enoteca dal 2000 e poi, dal 2017, per mano e passione del figlio-successore – di Alessandro Arbace, oste del ricordo e del rinnovamento –, ristorante dell’affinamento nuovo e caloroso dalla botte alla tavola.

Il calore, salsedine fermentata dalla meraviglia marina, ondeggia così dall’accostamento dei toni mediterranei – il bordeaux, il giallo e le striature d’oro che fiammeggiano negli interni e per gli esterni  – all’eburnea, compassata asciuttezza della saletta interna, minuta e plastica, con i suoi trenta posti e il suo posto privilegiato, scuderia del nitrito eccelso ed entusiastico della Capri di piazza, di fronte allo spiazzo di porfido rosso sul rosso al tramonto e la direttrice salmastra che congiunge il centro popolare di Napoli con le sue ancelle regie. Pulalli dal sangue blu che rifluisce nella semplicità scelta dei tavolini in ferro battuto, le sedie in legno o il vasame di terracotta – specchi neutrali del narciso caprese violacioccato dalla vanità dei rododendri, dall’aspra finezza dei limoneti al sole.

Tra i tavolini, sotto lo sguardo biancheggiante e concupiscente della luna serale, spicca poi il trono prescelto dalle ambasciate e dai seduttori in ambasce, quello di ringhiera inquadrato dalla feritoia che, dalla cucina, propaga la sua sinestesia magica fino a via Roma, al fianco dell’orologio, a strapiombo sul limes del vortice umbertino, all’imbocco del viatico di costa che, nell’andirivieni interminabile del suo scorrere serotino, accompagna Pulalli, e Capri, fino ai Due Golfi e più in là, fino al loro apogeo, alla gorgonia segreta del lumen fatato di Punta Carena.

Pulalli è il convegno amoroso fra uomo e natura, fra natura e città.

La filosofia del design è un affaccio sull’idillio.

Pulalli è una chimera ebbra di lirismo.


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