“C’era una volta una bambina con la pelle bianca come la neve, le labbra rosse come il sangue e i capelli neri come l’ebano. Un giorno, avvelenata dalla mela rossa che una strega, nera ecattiva, le aveva offerto con l’inganno, quella bambina cadde in un sonno profondo”. Ebbene si, la terna composta da bianco, rosso e nero è la più rappresentata nella letteratura per l’infanzia: Biancaneve, Cappuccetto Rosso, Il Corvo e la Volpe e molte altre fiabe e favole, antiche e moderne, si fondano invariabilmente su metafore cromatiche, costruite sui colori più riconosciuti culturalmente da tutti.

La teoria di Victor Turner, pubblicata alla fine degli anni ’60 (La foresta dei simboli. Aspetti del rituale Ndembu), afferma che questa triade di colori, definita antropologica a causa del forte legame che unisce quelle tinte all’esperienza corporea di uomini e donne fin dai tempi più remoti, costituisce un sistema simbolico interculturale originario.

Ammettendo che i colori denominati in un contesto linguistico siano i soli ad essere riconosciuti dai parlanti (se una tribù fosse incapace di percepire il blu, o semplicemente non lo distinguesse da un altro colore, in quella lingua il cromonimo “blu” non esisterebbe) secondo Brent Berlin e Paul Kay (The basic color terms, 1969), antropologi anch’essi, i nomi di quei tre colori – o meglio, i tre cromonimi corrispondenti – sono sempre i primi a essere attribuiti fra gli undici presi in considerazione. Quello studio, non esente da critiche e riesami, riesce a dimostrare l’universalità della categorizzazione: in ogni sistema cromatico – a prescindere dal numero di quelli inclusi – i colori verranno sempre elencati secondo una sequenza invariabile e ben precisa, nella quale bianco e nero sono i primi due termini, e rosso il terzo.

©Mihail Vereb

È evidente che bianco, nero e rosso raffigurino per il tutto il genere umano i riferimenti cromatici più importanti, intrinsecamente insiti nella sua stessa natura. Sono state create, con quei i colori, connessioni materiche e astronomiche, riconoscendo in essi – per citarne le più immediate – il fango, la neve e il fuoco; la luce e l’oscurità. Sono germinati rimandi evocativi con gli elementi della natura e con i fluidi corporei: così hanno avuto origine quei simbolismi ai quali ancora oggi assegnamo un’origine archetipica e che, per questo, rimangono – benché non sempre ne individuiamo facilmente la genesi – intimamente radicati all’essere umano e al suo percorso evolutivo.

©Christopher Burns

Cito, fra tutti, il latte materno, il seme maschile, il sangue e la bile: sono immediate le associazioni che ricollegano, per esempio, il bianco all’archetipo materno, all’inizio della vita, al nutrimento sacro e illimitato; il rosso – biologicamente connaturato con l’uomo e la sua evoluzione – al corpo, alla vita, ma anche alla violenza. È facile immaginare il nesso fra il nero e la malinconia, la depressione, ma anche la paura dell’ignoto, il mistero. Sono realmente profonde e ramificate le correlazioni che danno origine a significati, spesso contrastanti, riferiti allo stesso colore. Prendiamo per esempio bellezza e violenza, entrambe in strettissima relazione con il rosso.

Così, è facile individuare – nel contrasto a due fra i tre colori alternati – polarità cromatiche che esprimono conflitti di forze interne o esterne all’individuo, fra le quali identifichiamo, per esempio, dicotomie come bene e male, vita e morte, consapevolezza e inconscio: oltre che nell’antropologia, la rilevanza di questa triade affonda le sue radici nella filosofia. Energico, il rosso dilaga, presagio di una potenziale deflagrazione. Che sia desiderio o rabbia poco importa, il rosso è colore vitale in senso assoluto. Mette in scena un’umanità corporea e tangibile, caduca e corruttibile.

Il bianco è attesa, silenzio. È perfezione, completezza, distanza. L’ignoto è nero, un’oscurità temibile che occulta tutto e ricorda la morte ma, in prima istanza, è il colore del caos primordiale. Penso ad Anish Kapoor, della cui arte il colore è parte fondante. Per lui, colore e materia concorrono, costruendo finzioni e inganni, perseguendo un’idea di oscurità che attinge da immagini archetipiche condivise, ricostruendo una “falsa realtà” che sconvolge.

Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi

Oltre ad altri colori meno presenti, come il giallo e il blu, la triade antropologica è alla base del suo lavoro. Il rosso simula enormi masse di sangue e carne, così vere e drammatiche da ostentare un realismo illusorio, che lascia allibiti. Il suo nero (denominato Vantablack, acronimo di vertically alligned nano tube arrays) – una materia tecnologica unica, in grado di assorbire il 99,96% della luce – produce illusioni. A quasi un secolo di distanza dal Quadrato nero di Malevič – opera sostenuta da una precisa impalcatura concettuale, condizionata dall’indagine dell’artista volta alla ricerca della quarta dimensione – la tridimensionalità degli oggetti neri di Kapoor scompare, offrendo a chi osserva, a seconda del punto di vista, la visione di una forma piatta per effetto del quasi totale assorbimento della luce incidente, e vuota come un buco nero: un nero che occulta, annulla, illude.

©Karsten Würth

“Immaginate una fitta foresta di alberi alti tre chilometri. Un’esperienza terribile, in cui probabilmente non riuscireste a vedere al di là della punta del vostro naso. Immaginate ora una foresta di milioni di tubi di carbonio, altissimi ma con un tronco 3.500 volte più piccolo del diametro di un capello. In un centimetro quadrato ce ne stanno comodamente mille milioni, uno più uno meno”. (Riccardo Venturi) Questa è la spiegazione più efficace e poetica che ho letto, per descrivere in modo comprensibile la densità immensamente assorbente dei tubi di carbonio, capaci di intrappolare tutte le lunghezze d’onda della luce.

Evito di addentrarmi in ulteriori tecnicismi sulle illusioni visive prodotte da questo innovativo materiale, ma anche di assumere una posizione critica del lavoro dell’artista, aspetto che non mi compete. Vorrei evidenziare però che il bianco – che ne è parte integrante – assume nell’opera di Kapoor un ruolo cruciale, realizzando, insieme al nero, le dicotomie luce e oscurità, pieno e vuoto…

Courtesy Anish Kapoor

Occorre sondare a lungo e con particolare interesse il mondo del colore per scoprire in parte ciò che celano (colore, da celare). I simboli che incarna sono innumerevoli e motivati. Andando oltre, troviamo un bianco puro, un rosso allegro e un nero positivo che simboleggia l’autorevolezza e l’eleganza, un nero lussuoso e uno grafico. È muovendoci in questa direzione che scopriamo i colori del design: anche in questo ambito, la triade antropologica è nettamente la più utilizzata.


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