“Là dove c’era l’erba ora c’è una città…”
Erano gli anni ’60 quando Adriano Celentano ci regalava “Il ragazzo della via Gluck” intonando – con fare nostalgico – un grido sommesso di rimpianto alla sua intima giovinezza e in generale al trascorrere del tempo che tutto si porta via e che, ogni tanto, col suo fare frettoloso e superficiale distrugge ciò che doveva rimanere e innesta ciò che poteva non esserci.
A volte però il tempo è magnanimo, ci permette di fermarci a pensare e forse anche di fare dietrofront. È successo davvero, l’ho visto con i miei occhi al porto di Palermo, il 13 ottobre 2023. Per raccontarvi questa storia però bisogna introdurre a 360° la questione, senza fretta, lasciando che il tempo ci scorra un po’ addosso, e partire da cosa era questo posto, di come il tempo ci è passato sopra, indomito, e come poi c’è ritornato, senza paura ma con tanta voglia di rimediare. Palermo, come un po’ tutte le città di mare, ha da sempre avuto un rapporto particolare con il suo waterfront. Storicamente fulcro di attività commerciali e portuali, portale marittimo sul Mediterraneo e crocevia di interscambi verso il centro città e con tutto il resto del territorio siciliano, il golfo di Palermo sin dalla sua nascita ha sempre avuto un impianto naturale ben definito. Il Castello a Mare, il porto, la Cala: Palermo era la porta del mediterraneo verso la Sicilia…e viceversa. Nel 1923 il Castello a Mare viene demolito per ampliare le attività portuali in loco. Da lì in avanti la situazione di degrado, abbandono e abuso edilizio in cui sempre più riversava l’area, è diventata irreversibile. Quel punto, storicamente nodo di collegamento tra il tessuto urbano e il mare, diventa sempre più causa di divario: una città portuale che dimentica di guardare il mare è un corpo morto.
Oggi, dopo una proposta di pianificazione strategica promossa dal prof. Maurizio Carta (presidente della Scuola politecnica dell’Università di Palermo, assessore all’Urbanistica del Comune di Palermo e consulente del Piano regolatore portuale) e dai suoi collaboratori, dopo una riqualificazione architettonica e urbana portata avanti dall’Arch. Sebastiano Provenzano e dal suo studio di architettura, dopo la spinta di Pasqualino Monti, presidente dell’Autorità portuale di Palermo e promotore del progetto, finalmente il nuovo porto di Palermo ha avuto il suo “riscatto sociale” con il progetto del nuovo molo trapezoidale.
Obiettivo strategico per una rinascita e riqualificazione dell’intero territorio, il progetto ha avuto una risonanza multilivello. La città ha riacquisito il contatto con il waterfront e con il suo porto, un ritorno di gloria grazie all’accurato recupero del sedime del vecchio Castello a Mare. Quarantamila metri quadri di verde, acqua, negozi, locali e un anfiteatro panoramico diventano la nuova sfida urbana per riportare il turismo crocieristico e nautico al primo posto, come parte integrante di una Palermo che questo volto lo aveva perso, o forse solo dimenticato col tempo. Un intervento, quello del molo trapezoidale, inserito all’interno del piano industriale per riattivare un’economia circolare in grado di autoalimentarsi grazie anche al progetto, di riflesso, di strutture ricettive e sistemi infrastrutturali interconnessi. Il nuovo affaccio al mare viene riproposto attraverso una promenade storica, un percorso creato portando alla luce le mura del Castello, costeggiate da un laghetto che ospita la fontana danzante più grande d’Italia. L’intera opera genera continuità con la zona della Cala ripristinando un asset continuativo sia a livello urbano che paesaggistico con un’area commerciale dedicata al Palermo Marina Yatching e il complesso archeologico del Castello a Mare, che è candidato a sito Unesco ed è inserito all’interno del “Percorso Arabo-Normanno”.
L’auspicio è quello di riattivare una sorta di centrifuga sociale e turistica, creando sì uno spazio di passeggio, commercio e turismo ma allo stesso tempo anche un luogo di valori, di paesaggi e di storia; un luogo dove si percepisca lo scorrere incessante del tempo, l’andamento veloce dei flussi nautici e commerciali, il viavai di turisti e visitatori ma anche un luogo in cui ci si possa fermare, magari a guardare un tramonto e pensare che una città sul mare – una città liquida – un’emozione te la lascia sempre e per sempre.
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