Inaugurata nel 1982 su progetto dell’architetto croato Andrija Mutnjaković, la Biblioteca Nazionale del Kosovo si è guadagnata un posto particolare nell’immaginario architettonico europeo soprattutto per il suo aspetto: 99 cupole geodetiche, una trama d’alluminio che avvolge ogni superficie, volumi modulari in cemento armato. Un insieme difficile da incasellare in semplici definizioni. Eppure, questo edificio così bizzarro, inserito nel clima culturale e nelle ambizioni sperimentali della Jugoslavia di fine anni Settanta, assume una coerenza del tutto particolare, che diventa più evidente man mano che se ne ricostruisce la storia progettuale.

Un progetto sperimentale nel Kosovo degli anni Settanta
Il progetto per la biblioteca prende corpo alla fine degli anni Settanta, quando il Kosovo godeva dello status di Provincia Socialista Autonoma all’interno della Jugoslavia. Mutnjaković, formato alla Facoltà di Architettura di Zagabria e autore di un numero molto esiguo di opere costruite, affrontò l’incarico come un’occasione rara. Invece di adottare il linguaggio più misurato dell’architettura istituzionale jugoslava e rifiutando qualsiasi possibilità monumentalità frontale, propose un edificio composto da volumi modulari che si articolano come una piccola città al chiuso, con sale maggiori, spazi più raccolti e percorsi interni che si susseguono con una propria logica urbanistica.
La biblioteca rimane uno dei pochi progetti in cui l’architetto ha potuto concretizzare questa ricerca personale, trasformando un edificio pubblico in un esperimento architettonico che non ha equivalenti nella regione.

Cupole, rete e il simbolismo della convivenza
L’uso delle cupole geodetiche, la struttura modulare e la rete metallica che avvolge completamente l’edificio rispondono a esigenze tecniche precise — luce naturale, ventilazione, flessibilità — e portano con sé anche una certa stratificazione simbolica incorporando allusioni alla storia culturale del Kosovo.
Le cupole — diverse per dimensione e distribuite con un ritmo quasi topografico — servono innanzitutto a portare luce zenitale nelle sale interne. Ma il loro disegno riprende anche alcuni aspetti formali della tradizione architettonica dei Balcani: l’alternanza di emisferi e cubi, tipica sia della cultura ottomana sia di quella bizantina. Secondo alcuni, invece, l’edificio richiama le architetture storiche dell’Hammam di Gazi Mehmed Pasha a Prizren o del Patriarcato di Pec. Ad ogni modo, in nessun caso si tratta di citazioni letterali, quanto piuttosto dell’evocazione, attraverso un linguaggio contemporaneo, di un’immagine di convivenza possibile tra comunità differenti. Negli anni Settanta, per un architetto jugoslavo, questa era una dichiarazione, ancorché non scritta, tutt’altro che marginale.

La rete in alluminio anodizzato, progettata come protezione climatica per filtrare la luce e uniformare il prospetto, partecipa allo stesso discorso. Oltre alla sua funzione tecnica, richiama la trama minuta della filigrana dei gioielli kosovari, una delle tradizioni artigiane più riconoscibili della regione, un riferimento culturale che si lascia leggere a più livelli.

Nel tempo, queste componenti — nate tra tecnica e allusione formale — hanno stimolato interpretazioni sempre più ampie. C’è chi ha visto nella rete un velo, chi un intreccio identitario, chi nelle cupole una geografia religiosa. Interpretazioni forse lontane dalle intenzioni originarie, ma rese possibili non solo dalla natura stessa dell’edificio, bensì anche dagli eventi che hanno attraversato il Kosovo negli anni successivi: trasformazioni politiche, conflitti, cambiamenti culturali e linguistici che continuano ancora oggi a ridefinire il modo in cui quell’architettura è osservata e letta.


Un interno più pragmatico dell’esterno
Chi entra nella biblioteca scopre un ambiente molto più misurato rispetto all’immagine esterna. Le sale di lettura sono luminose e gli spazi sono organizzati con grande chiarezza.
All’interno si contano due sale di lettura principali con circa 300 e 100 posti ciascuna, una sala dedicata ai periodici, spazi per collezioni speciali e ricerca, oltre a un anfiteatro con 150 posti e una sala riunioni con circa 75 sedute, segno che la biblioteca è pensata per accogliere non solo lettori ma anche eventi e momenti collettivi per studenti e pubblico.


Il piano terreno, con il suo grande atrio dal pavimento in mosaico di marmo, accoglie spesso incontri e mostre, mentre le raccolte di volumi sono distribuite anche su livelli interrati chiusi al pubblico ma capaci di ospitare circa due milioni di volumi complessivi. La luce zenitale delle cupole, la disposizione degli ambienti e la flessibilità degli spazi hanno retto bene il passare del tempo, facendo della biblioteca un luogo tuttora piacevole per studenti, ricercatori e lettori.

Gli anni della guerra e gli usi forzati dell’edificio
La storia recente della biblioteca è segnata dagli eventi del conflitto degli anni ’90. Durante la guerra del Kosovo l’edificio fu occupato dalle forze serbe e utilizzato come base militare, con conseguenti danni e rimozione dell’arredo originario. In questo periodo una parte significativa dei fondi in lingua albanese venne sottratta, dispersa o bruciata, nel tentativo di colpire anche simbolicamente l’istituzione e il patrimonio culturale che custodiva. Dopo il 1999, per un breve periodo, l’edificio ospitò anche funzioni logistiche della KFOR (la Kosovo Force, guidata dalla NATO).
Questi usi impropri hanno alimentato, negli anni successivi, una percezione estetica “post-apocalittica”, spesso citata dai visitatori. In realtà, i danni materiali più immediati — concentrati soprattutto nelle sale di lettura e nelle facciate — vennero affrontati già tra il 1999 e il 2001, con interventi di ripristino necessari a riaprire la biblioteca al pubblico.
Il trauma della guerra, però, ha inciso anche in modo meno visibile ma altrettanto profondo: con la fine del conflitto e il cambiamento della composizione linguistica di Pristina, ora in pratica tutta albanofona, buona parte del pubblico storico è scomparsa. Molti dei volumi più letti in passato — spesso in serbo o in altre lingue minoritarie — hanno smesso di essere consultati, mentre la nuova generazione di studenti ha portato con sé esigenze e lingue diverse, e spesso anche i libri da casa, visto che i fondi serbi non li sa leggere quasi nessuno.

I restauri e le riqualificazioni dagli anni 2000 a oggi
Dopo il conflitto, la biblioteca è stata oggetto di interventi progressivi di ripristino e manutenzione, necessari a renderla nuovamente accessibile al pubblico. Nei primi anni successivi al 1999 le priorità riguardarono la riapertura delle sale di lettura e il recupero delle parti danneggiate, mentre negli anni successivi l’edificio è stato mantenuto attraverso interventi puntuali, senza un progetto unitario di restauro complessivo.
Parallelamente, l’istituzione ha avviato programmi di aggiornamento dei servizi e di digitalizzazione delle collezioni, più che una vera riqualificazione architettonica dell’edificio, che resta sostanzialmente fedele alla configurazione originaria.

Reazioni, critiche e revival
La ricezione pubblica della biblioteca è sempre stata fortemente polarizzata. Da un lato l’edificio è spesso citato come esempio di architettura respingente o eccessiva, inserito in sterili classifiche (come “gli edifici più brutti del mondo”) e racconti che ne sottolineano l’aspetto insolito più che le qualità spaziali. Dall’altro, una parte consistente della critica ne riconosce il valore come un radicale e complesso esperimento dell’architettura jugoslava della seconda metà del Novecento, capace di tenere insieme funzione pubblica, ricerca formale e riferimenti culturali stratificati.
E, se molti visitatori arrivano per scattare foto dell’esterno seguendo una certa wave underground, altrettanti restano colpiti dall’interno, che continua a funzionare con una naturalezza che contraddice la complessità apparente della facciata.
Cover photo credits: © Arben Llapashtica
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