In questo momento storico in cui non ci è permesso viaggiare, io ho deciso di farlo con l’immaginazione accompagnandovi in un luogo lontano, per alcuni sconosciuto, ma alquanto affascinante: l’isola di Hormuz a sud dell’Iran.
Per chi non la conoscesse, si tratta di una piccola isola sullo stretto omonimo che separa geograficamente il Golfo Persico dall’Oceano Indiano, considerato politicamente ed economicamente, uno dei luoghi più strategici del pianeta. Lo stretto di Hormuz, fin dall’antichità, è stato il punto nevralgico di collegamento tra l’Asia Centrale e l’Europa; oggi vi converge tutto il traffico navale del Medio Oriente e da lì si esporta quasi più del 30% di petrolio greggio (il cosiddetto “oro nero”) proveniente da Iran, Kuwait, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Ma cosa ha a che fare l’Architettura con tutto questo? In quello stretto passaggio di appena 34 km, lo studio di Architettura iraniano, con sede a Tehran, ZAV Architects, insieme a Presence in Hormuz, istituzione sociale che si occupa di promuovere interventi urbanistici, con l’intento di riqualificare il territorio e creare alternative politiche ed economiche valide al commercio del petrolio, ha progettato ed inaugurato un villaggio culturale sull’Isola di Hormuz: il Majara Residence.
Molteplici sono gli elementi che rendono unico questo luogo.
Primi su tutti la forma e il colore: il complesso è costituito da piccole cupole con archi a sesto acuto, più o meno ampi, e con tonalità accese diverse (sia all’interno che all’esterno) in cui ogni colore simboleggia una funzione differente.
Nessuna parete o porta all’interno delle cupole: solo colori. Il passaggio tra distinte funzioni, e da una “stanza (virtuale) all’altra” viene sempre segnato dal cambiamento di tonalità.

Al suo interno il Majara residence comprende luoghi di accoglienza dedicati al turismo, punti di ristoro e alloggi: le cupole si intersecano tra di loro, fondendosi in funzioni uguali e assimilabili.
Gli stessi colori che dipingono i volumi si espandono non solo in altezza ma anche sulla pavimentazione e sulle piazze esterne di aggregazione e di collegamento tra i vari spazi privati e pubblici.
Il Majara residence segna indissolubilmente il territorio, conferendo colore al paesaggio arido e spiccando con i suoi volumi dal mare, rispetto alla terra rossa che caratterizza l’isola, diventando così un luogo unico al mondo.

Ulteriore peculiarità è il sistema costruttivo utilizzato, cioè il superdobe o Earthbags (sacchi di terra): un metodo abbastanza recente ideato dall’Architetto iraniano Nader Khalili. Egli reinterpreta con materiali e strumenti contemporanei l’antica tecnica dei muri a secco costruiti in terra battuta. L’argilla viene inserita in sacchi tubolari di juta che vengono posati, sovrapposti e fissati tra loro con del fino spinato, fino a creare la forma desiderata. In tal senso il Majara residence è certamente un esempio di bioedilizia: vale a dire un’architettura che sfrutta materiali e tecniche costruttive a basso (o nullo) impatto energetico e che si integra totalmente con l’ambiente circostante.

L’economicità e la reperibilità della terra argillosa, tipica sia dei paesi africani che sud asiatici, hanno reso facile e rapida la costruzione delle cupole, rendendo partecipe del processo la popolazione locale, in particolare gli artigiani e i lavoratori autoctoni. Il Majara residence è quello che si può definire, letteralmente, Architettura partecipata, intesa anche come momento di condivisione: infatti i fruitori stessi degli edifici hanno reso possibile la loro edificazione.

“Il nostro progetto è un processo continuo che mira a costruire fiducia e legami tra i cittadini e i turisti che incuriositi verranno a visitare il villaggio piuttosto che oggetti architettonici” (ZAV Architects)

Questo era uno degli scopi di Presence in Hormuz: restituire identità, senso di appartenenza e di comunità alla popolazione, che da secoli è stata sfruttata, dai mercanti di petrolio, solo ed esclusivamente per la posizione geografica favorevole.
Inoltre, fondamentale era riconsegnare a questo affascinante territorio il senso della bellezza, segnandone un nuovo inizio e facendo in modo che l’Architettura sia, ancora una volta, uno strumento utile per il riscatto sociale.