Rem Koolhaas, all’anagrafe Rem, è uno degli architetti che, anche quando ero studente universitario, mi ha appassionato di più, specialmente per la sua produzione teorica, la quale, fin dal suo Delirious New York (1978), lo ha reso un grande teorico dell’architettura contemporanea.

Capace di interpretare come pochi i fallimenti architettonici del Movimento Moderno e di teorizzare nuovi concetti, come quello di bigness, è il principale fondatore dello studio OMA, Office for Metropolitan Architecture.

Proprio di OMA è il progetto della Casa da Música, l’edificio di cui vi scrivo oggi, situato nel cuore di Porto, costruito in occasione della sua candidatura come Capitale Europea della Cultura per il 2001. L’affidamento del progetto fu deciso con un concorso a invito nel 1999 e la sua realizzazione fu completata nel 2005, mancando l’ambizioso obiettivo di ultimare l’edificio per il 2001, e con una spesa finale di gran lunga superiore al budget stanziato. Dimenticate queste ombre legate alle tempistiche e al budget, spesso presenti nel mondo dell’architettura griffata, la Casa da Música rappresenta a mio avviso un esempio interessantissimo di un certo tipo di progettazione, che va oltre l’edificio in sé e, in un certo senso, lo anticipa gerarchicamente.

Il progetto di Porto ha, infatti, una genesi strana. Poco prima dell’invito al bando per la Casa da Música, OMA stava lavorando al progetto di un’abitazione, la casa Y2K, per un cliente definito da Koolhaas stesso un “tipico calvinista olandese”, ossessionato dall’ordine e dall’ansia di nascondere il caos della vita domestica. Il cliente chiedeva quindi, con una certa angoscia, una zona giorno ampia, precisa e ordinata. Lo studio rispose creando un blocco di cemento svuotato nel suo nucleo per creare questa zona giorno. Rem Koolhaas immaginava questo vuoto come uno spazio immacolato all’interno di un enorme cesto della biancheria, pieno di lenzuola sporche e cose non menzionabili.

Tuttavia, il progetto si arrestò proprio nel periodo in cui OMA stava iniziando la progettazione per la Casa da Música. Piuttosto che abbandonare il progetto Y2K, Koolhaas decise di ingrandirne la scala e di adattarlo, creando una corrispondenza tra il nucleo della casa Y2K e la sala principale del teatro. E in ciò assistiamo alla bellezza del concept trionfante sulla forma e sull’oggetto, il concept di un vuoto resiliente capace di adattarsi ai cambiamenti: del cliente, dei membri dello staff di OMA, del luogo del progetto e del suo clima, della forma dell’involucro che lo contiene. I temi centrali del progetto rimasero quindi gli stessi: un vuoto centrale, razionale e ordinato, e forze caotiche che gli ruotano intorno.

OMA decide di posizionare la Casa da Música come oggetto isolato, una sorta di meteorite, appoggiato su una pavimentazione in travertino (che con i suoi colori ricorda il sughero, prodotto in gran quantità nella zona di Porto), posizionandolo di fronte alla Rotunda de Boavista come anello di connessione tra due parti di città.

Il rapporto con lo spazio circostante viene rafforzato dall’orientamento dato ai vuoti creati all’interno del volume che riprendono alcune direttrici urbane. La sala Suggia, quella principale, inquadra, con le sue grandi vetrate, il monumento “aosHeróis da Guerra Peninsular”, posto al centro della rotunda. L’edificio così si rivela alla città, la quale costituisce per gli spettatori del teatro uno sfondo costante, fluttuante e sfocato per via delle vetrate corrugate, scelte per motivi acustici, probabilmente per ottenere una maggiore diffrazione del suono.

La sala Suggia ha la forma della tradizionale “scatola di scarpe”, secondo OMA il giusto compromesso tra acustica bilanciata ed espressione estetica. Una scelta iper-razionale, nonostante i baroccheggianti decori in oro sulle pareti e sul soffitto. Razionalità che spicca anche di più se si dà uno sguardo al resto dell’edificio, che ospita altri spazi performativi più piccoli e flessibili.

Tra questi, la Sala 2, da 300 persone, e la Cibermusica, dedicata a laboratori musicali e all’istruzione, realizzata con una dualità di materiali atta a creare un particolare effetto acustico: da un lato gomma e schiuma poliuretanica, dall’altra calcestruzzo a vista. A mio avviso, tuttavia, la Cibermusica pecca nella mancanza di controllo, presente invece in altre sale sperimentali – ma, ormai, anche in “normali” sale da registrazione. Infatti, non è possibile modificare le caratteristiche acustiche della stanza attraverso pannellature e altri dispositivi, possibilità assente anche nella Sala Suggia, succube, da questo punto di vista, della sua forma regolare. Per questo, la Cibermusica, apparentemente sperimentale, appare un po’ rigida e poco flessibile.

All’interno di questo oggetto iconico sfaccettato in calcestruzzo bianco, completano il programma funzionale le diverse sale prove e di registrazione, il ristorante con terrazza e l’area VIP, dove OMA, per non farci mancare nulla, decide di rivestire pareti e soffitto di azulejos dalle tradizionali immagini bucoliche.

E tra tutti questi spazi, a mio avviso, il più interessante è quello che non c’è: il foyer. Al suo posto, un continuo e intricato percorso pubblico connette gli spazi attorno al grande vuoto centrale, attraverso rampe, pianerottoli e scale mobili, e rende l’edificio stesso un’avventura architettonica, ludica e labirintica.