Nell’area dove oggi sorge la Tate Britain, che un tempo era una fangosa palude, sono state rinvenute ossa di gatto della giungla, di leoni, mammut ed elefanti risalenti, si capisce, non proprio all’altro ieri. Questi ritrovamenti hanno ispirato l’artista e set designer Anne Hardy a trasformare la facciata della celebre galleria in una spettrale rovina di Natale degna di Tim Burton, uno scenario macabro e fuori dal tempo in cui stendardi lacerati e cavi aggrovigliati ricoprono l’edificio; colonne rotte, pezzi di ghiaccio e pozze melmose danno un sapore apocalittico. A terra, composizioni scultoree ricordano fossili di un’epoca futura, o le tracce lasciate da uno strano rituale. La facciata dello storico edificio si presenta come afflitta dai postumi di uno strano party: gli invitati se ne sono tutti andati e la festa – che in questo caso sono le tensioni, i cambiamenti politici, sociali ed economici sepolti nella lunga storia della città – ha lasciato segni visibili. Una dolcezza cupa avvolge lo spazio, e si ha la sensazione che sia avvenuto qualcosa, non si sa cosa, ma di sicuro nulla di buono.

Per la commission natalizia, Hardy ha scelto di lavorare con gli esterni della Tate stravolgendone completamente il mood e l’atmosfera. Mi viene in mente la frase di un brano del gruppo milanese Mangrovia (Se non li conoscete mettetevi subito in pari!), Le feste: “Per non mancare alle feste, assumi nuove sembianze”… Ed è proprio quello che è capitato alla galleria inglese, che ha assunto le sembianze di un tempio abbandonato e sormontato dai cicli della natura, attraverso diverse età geologiche (umane e non umane), divenuto testimone delle fluttuazioni climatiche e dell’andirivieni delle maree. Così facendo, l’artista dà forma a una spaventosa visione del futuro (ma anche del passato): se non cambiamo prospettiva potremmo diventare, anche noi, delle “rovine”.

Il titolo The Depth of Darkness, The Return of the Light riprende una descrizione pagana del solstizio di inverno, il momento più buio dell’anno dopo il quale una stagione di nuove energie ha inizio, e ritorna la luce. È singolare che l’installazione “natalizia” della Tate celebri i rituali legati a credenze pagane: eppure il tema del solstizio sembra essere un pretesto urgentemente attuale per ricordarci non solo che le stagioni cambiano, ma anche per farci riflettere sul cambiamento climatico e sui suoi effetti devastanti.

Anne Hardy non è nuova a questo genere di sperimentazioni: nei suoi ormai vent’anni di carriera ha realizzato un’infinità di installazioni dando vita a scenari muti ma assolutamente espressivi. Gli spazi che crea “sono reali a tutti gli effetti”, dice: li considera una realtà parallela- un’altra versione del mondo di cui facciamo parte tutti i giorni. Anche se esistono concretamente, entrando nei suoi lavori (rigorosamente con i calzini e senza scarpe) è difficile dire se si tratta di un’allucinazione o di una improbabile realtà. I non-luoghi di Anne Hardy sono pieni di cose e privi di persone: i possibili abitanti sono momentaneamente assenti, o hanno abbandonato per sempre il posto, lasciando spazio agli oggetti, veri protagonisti di queste opere. Oggetti che producono una miriade di narrazioni intrecciate, fantastiche, assurde, banali.

Insomma, osservando questa ultima mise-en-place sembra davvero di entrare in un mondo magico, dark e solitario, in cui è sicuramente più facile immaginare Jack Skeletron che gli elfi di Babbo Natale. Nel dubbio Anne Hardy non ci ha messo nessuno. Potrebbe essere anche un invito a ripensare il tradizionale spirito natalizio, non vi pare?