«Spazio è spiritualità». Così, nella prima tappa de La filosofia dell’architettura, abbiamo ardito di definire quanto di più arduamente definibile, invero, esista.
“Spazio”, ben lungi dall’essere identificabile con “luogo” (e parente di quest’ultimo soltanto, per così dire, in termini di “sovra-ordinamento”), non indica una categoria della geometria né, tantomeno, un intorno d’ambiente esattamente misurabile. Lo spazio è, piuttosto, un esistenziale: una forma vuota che ha per materiale, per contenuto, l’“esistenza” e le cui fondamenta non affondano che nella verità, nella precaria ma incrollabile architettura di un mondo convissuto, spazializzato, aperto.
L’apertura, a ben vedere, è una prerogativa tanto della filosofia quanto dell’architettura; il “grado di apertura”, per la precisione, può per entrambe rappresentare   di volta in volta una differente “Weltanschauung” (visione del mondo), una diversa concezione spaziale e, quindi, esistenziale.
“Apertura” è, pertanto, un concetto propriamente politico (oltreché architetturale e filosofico), segnatamente per via del suo essere sinonimo di “propensione”, “discernimento”, “scelta”. Non è forse questa, miei cari lettori, la peculiarità cardine della politica (e, con essa, della filosofia, dell’architettura ecc.…)? La facoltà di distinguere, la proprietà di scegliere, la responsabilità di essere un soggetto morale, pensante, creante?
Politica è responsabilità. Responsabilità è scelta. E scegliere moralmente, come avrebbe provocatoriamente censito Nietzsche, è una questione di gusto.
Come discernere, però, in un mondo-sfondo che ha il mal vezzo di sofisticare, adulterare, tradire? In un orizzonte, quello umano, sempre più lontano dai fondamenti, dai principi, dall’essenzialità?
Sempre più artificiale e, nondimeno, artificioso?

Røst: lo spazio dell’esplorazione

È lontano da tale artificiosità, precisamente dalle norvegesi Lofoten – a seimila miglia nautiche dal Circolo polare artico e dalle corruzioni della società della sofisticazione –, che Røst (dall’omonimo comune della contea Nordland) ha dato inizio alla propria rotta plurisecolare.
La sua navigazione transoceanica è, infatti, inscritta – e indelebilmente scritta – nelle carte nautiche, nelle insegne storiografiche, nei ricettari scandinavi e, a partire dalla memorabile scoperta qui narrata, persino in quegli italiani. Il 1432 fu l’anno spartiacque in cui un insospettabile Odisseo nostrano, il curioso e temerario nobiluomo veneziano Pietro Querini, compì l’impresa di disvelare il merluzzo – tanto lo stoccafisso (essiccato) quanto il baccalà (salato) – all’Italia, arricchendo l’allora classicità con un succulento classico poi divenuto imperituro.
Quasi seicento anni fa, la sua caracca – come una caravella ante litteram – fu travolta da una terribile tempesta al largo dei mari spagnoli, conducendo (suo malgrado e per sua fortuna) l’equipaggio di Querini, alla deriva, fino a Røst e consegnando, così, quel “Colombo inaspettato” alla leggenda.

Røst, erede dello scopritore del pesce più amato dai veneti e dagli esploratori, nasce dall’utero del mito e nel grembo di una missione: fare della “purezza” e dell’“ospitalità” (aggettivi già destinati, dal mittente veggente Querini, a quel popolo remoto e antioccidentale che gli fece dono di quei «100 giorni in paradiso» e di una immarcescibile fama) i propri leitmotiv e di una ricerca che rifugge la “ricercatezza” e la “sofisticazione” il proprio imperativo.
“Sofisticato” (sophistés), in effetti, era per i greci etimologicamente ed elettivamente legato al “sapiente”, a colui che, dotato di ampie conoscenze, nonché padrone delle più alte tecniche, era in grado di condividere la propria “dote” filosoficamente, contribuendo attivamente, spontaneamente e costruttivamente a divulgare l’architettura del sapere. Successivamente, in seguito agli storpiamenti addotti dalla grossolana critica al “sofismo”, divenne, già a partire dai romani, sinonimo di alterazione, di corruzione, di contraffazione, appunto di “sofisticazione artificiosa” (sophisticari). In conclusione, quella parola così nobile, si risolse o, meglio, fu risolta – ben più alla deriva di Querini – con l’anglosassone identificazione a “sophisticated” (affettato e innaturale), a proibirle irrimediabilmente l’aurorale purezza e a confinarla al di qua dell’infernale artefatto del falso.
È contro tale artificiosa ricercatezza british che Enrico Murru, co-fondatore e autentico traghettatore, insieme al suo socio Hippolyte Vautrin – nei panni di ideologo e stratega in pectore di Røst – e la sua brigata hanno deciso di aizzare il loro galeone, prefiggendosi di spiegare le proprie vele in direzione ostinata e contraria. Contraria rispetto alla sofisticazione, certo, ma non al lusso: al “lusso dell’essenzialità” più che a quello della “sovrastruttura”; a quello di una “raffinata semplicità” più che a un tronfio “culto del ricercato”, tipico dei corrotti e dei parvenu. Sospinti dalla propria “attitudine al lusso”, noncuranti di una quantomai telefonata e grottesca “abitudine al lusso”, Murru, Vautrin e la loro flotta hanno avversato cliché, faciloneria e istinti surrogati, promuovendo il loro proprio spazio: lo spazio dell’esplorazione. È qui che si sono avverati: in questo spazio sicuro eppure curioso, mai pago, voglioso del primordiale e, ad un tempo, della pura innovazione, in questo spazio in cui la tutela della manodopera è stata firmata in calce – e con la calce delle sue pareti d’oltremare – senza, per contro, delegittimare il tratto spregiudicato tipico delle penne dei condottieri, degli architetti, dei filosofi, dei poeti, degli chef (nel caso di Røst, il visionario Piermaria Traschitta) e, insomma, di tutti i viaggiatori inesausti, di tutti i formatori di mondo.

Il mondo di Røst è, in effetti, il mondo della complementarità e, ancora, della coincidentia oppositorum o, meglio, della sintesi creativa: una sintesi che incide nel legno, in lettere scandinave e fonemi italiani, tutto il proprio amore bifronte per il ritorno alle origini; che forgia l’ottone foggiandosi una breccia infuocata dalle certezze incerte di un tempo costantemente futuribile; che intarsia la propria filosofia della vita vissuta (e dei propri tavoli), dell’enogastronomia e del design con lo smeraldo marmoreo della propria anima tormentata benché intonsa.
È col ritorno al “lusso dell’essenzialità”, e nello “spazio dell’esplorazione”, che Røst, scoperta dopo scoperta e riscoperta dopo riscoperta, si è in qualche modo guadagnato il proprio porto sicuro: un isolotto paradisiaco a 500 metri da Porta Venezia, a 265 km da Venezia e a un battito di ciglia dalle Lofoten.