Nel corso dei suoi gloriosi anni, la mia tanto amata architettura olandese ha commesso anche errori clamorosi. La storia di Bijlmer, ideologico quartiere post-CIAM per 17.000 famiglie nella periferia di Amsterdam, è uno di questi casi.

La nascita. Il masterplan per il nuovo quartiere di Bijlmer nasce sotto un impulso positivista a metà degli anni ’60 con l’intento di dare finalmente alloggi a più di 50.000 cittadini di Amsterdam, in costante carenza d’abitazioni. E’ un piano grandioso, grande quanto l’intero centro storico, con 50 lunghissimi edifici residenziali semi-esagonali che fluttuano su un parco sterminato, tutto a portata di pedone, servito da una metropolitana sopraelevata, senza strade e con solo in lontananza il rumore delle automobili. Una visione utopica abbracciata con entusiasmo dall’intera classe dirigente che in meno di dieci anni porta a conclusione più di metà del quartiere. Ben presto – e ancora in fase di completamento del progetto – iniziano a manifestarsi i primi problemi: la classe media non accoglie l’invito a trasferirsi a Bijlmer, mancano servizi, asili, scuole, c’è talmente tanto spazio pubblico da non sapere cosa metterci, mancano le strade per entrare e soprattutto fuggire dal quartiere. Buona parte degli alloggi sono sfitti fino all’arrivo nel ’76 delle migrazioni dal Suriname che vengono confinate in quegli alloggi vuoti, trasformando il sogno utopico di Bijlmer in una banlieu olandese.

L’adolescenza. A metà degli anni ’80 si diffonde l’idea che l’unica soluzione sia la demolizione. Non prima di un ultimo disperato tentativo: interpellare Rem Koolhaas (di nuovo: https://it.wikipedia.org/wiki/Rem_Koolhaas). Koolhaas e OMA scelgono una via inaspettata: invece di demolire tutto e dimenticarsi di quello che è stato, propongono di intensificare Bijlmer con nuovi edifici residenziali, uffici, hotel, scuole, nuovi spazi pubblici, piazze, parcheggi, strade. Propongono una sorta di Las Vegas Strip nel mezzo di Bijlmer. Lo scontro ideologico tra chi vuole cancellare tutto e chi invece vuole salvare il quartiere è così teso che non si arriva ad una decisione. Almeno fino al 4 ottobre 1992, quando per un’avaria ai motori un Boeing 747 (https://it.wikipedia.org/wiki/Volo_El_Al_1862) cade su uno degli edifici e da simbolicamente inizio al processo di demolizione.

La maturità. Nel corso degli ultimi vent’anni Bijlmer ha cambiato radicalmente faccia. Trenta dei cinquanta edifici esagonali sono stati abbattuti e sostituiti con nuovi edifici più urbani, le strade hanno fatto la loro comparsa al piano terra, il parco è stato ridotto.

Nel 2013 NL Architects e XVW architectuur sono stati chiamati a trovare un modo per salvare almeno la memoria di quello che è stato Bijlmer, riqualificando Kleiburg, uno degli edifici residenziali ancora in piedi ma in abbondante stato di degrado, con una geniale strategia fatta di piccoli interventi ben mirati.

Gli appartamenti sono stati consegnati ai nuovi inquilini “non finiti”, solo con le funzioni minime necessarie, in modo tale che gli abitanti stessi possano personalizzare le loro case, scegliendo anche i serramenti esterni da un vasto campionario (alcuni più chiusi e sicuri, altri molto aperti e luminosi). I vecchi magazzini al piano terra sono stati spostati vicino agli appartamenti, liberando lo spazio per negozi, uffici, sale-festa e per un asilo. Gli angusti passaggi sotto all’edificio sono stati accorpati e ingranditi, intercettando le principali vie di comunicazione col resto del quartiere. Gli ascensori esterni aggiunti nel corso degli anni sono stati rimossi, restituendo all’edificio la sua storica facciata monumentale rivisitata in chiave contemporanea dalla continua variazione dei serramenti scelti dagli abitanti.

Il progetto di recupero è stato insignito del Premio dell’Unione europea per l’Architettura Contemporanea – Premio Mies Van Der Rohe 2017, prima volta per un edificio residenziale (http://www.miesarch.com).

Chissà che la brillante maturità del progetto di NL Architects e XVW architectuur possa tracciare la strada per il futuro di Bijlmer.