In una puntata dei Simpson (nona stagione, 1997), Bart è al centro commerciale di Springfield. Supera uno Starbucks, poi ne supera un altro, passa davanti a un negozio dove stanno ultimando i lavori prima dell’apertura di uno Starbucks e infine trova un piercer e gli dice che vuole fare un buco all’orecchio. Il piercer gli dice che in cinque minuti il locale sarebbe diventato una caffetteria di lusso. Dopo cinque minuti Bart esce con un orecchino e un caffè di Starbucks in mano. Ho pensato a questo quando ventuno anni dopo, un anno fa, Starbucks è arrivato anche in Italia, a Milano, in piazza Cordusio.

Piazza Cordusio è un chiaro esempio di come un luogo possa subire delle modifiche sostanziali, pur preservando la sua forma fisica, le quali, specialmente dopo l’apertura di Uniqlo, colosso giapponese di moda low-cost, non possono essere trascurate.

Un anno dopo l’apertura di Starbucks a Palazzo Broggi, apre i battenti Uniqlo, dando nuova vita a un altro edificio storico della piazza occupandone tre piani. E così, il processo per cui banche, uffici e assicurazioni spostano i loro quartier generali verso altre zone della città (Porta Nuova e CityLife) prosegue e Cordusio, (ormai ex) centro finanziario, va ridefinendosi come zona prettamente commerciale.

Bisogna dire, soprattutto per i nostalgici di epoche che non hanno mai vissuto, che tale processo sembra essere un vero e proprio ritorno alle origini, sebbene in forma leggermente diversa. Qualcuno ha notato che le vie adiacenti alla piazza portano spesso i nomi di mestieri? Via Armorari, via Orefici, via Spadari. E prima del suo ridisegno a fine ‘800, dove oggi c’è la piazza si trovavano la contrada delle Galline e quella dei Fustagnari. Tali nomi erano rappresentativi delle principali attività presenti nelle vie che, come si può notare, dovevano essere frizzanti e votate al commercio. Non a caso è proprio adiacente a piazza Cordusio che troviamo ancora oggi la piazza dei Mercanti.

Per questo sembra di assistere a un ritorno al passato (qualora di questo si possa parlare) sebbene ciò avvenga secondo modalità contemporanee e sia favorito da coloro che possono economicamente rilevare o affittare un locale o un edificio in una zona così centrale e costosa di Milano. Il caso vuole che Uniqlo si troverebbe esattamente alla fine di quella che era la contrada dei Fustagnari. Non so se il fustagno sia tipico della moda giapponese, ma Uniqlo si sarebbe trovato di certo nella contrada più adatta.

Qualcuno potrebbe lamentare il fatto che la presenza di questi enormi marchi a basso costo vada a incidere negativamente sulla presenza di insegne più piccole e meno conosciute in Italia e all’estero. Io penso, col positivismo che mi contraddistingue, che grossi centri di attrazione come appunto Starbucks e Uniqlo (che, devo ammettere, non attraggono molto il sottoscritto) possano portare del bene a tutti i vicini, anche a quelli più nascosti e meno noti. Persone, di solito, portano altre persone, quindi altri potenziali clienti e credo e spero che la qualità e la professionalità, qualora ci siano davvero, saranno riconosciute e premiate. Quello che mi sembra più problematico per determinate categorie di attività e soprattutto per i loro proprietari sono gli elevatissimi costi da sostenere che, a quanto pare, sono alla portata solo di grandi gruppi internazionali.