Durante la Design Week ho fatto un giro nel “quartier generale” dell’evento italiano più importante sul design. Ed è proprio qui, tra via Ventimiglia e via Tortona, che ho visto nuove installazioni urbane. Non ferme a terra ma appese sui muri. Ai più attenti non saranno di certo sfuggite. Ve le racconto qui di seguito.

“I volta gabbana”

L’ha realizzata TVboy, nome d’arte di Salvatore Benintende, non nuovo a opere simili. Alcuni esempi? Chiara Ferragni rappresentata come una Madonna con in braccio il Bambin Gesù e il bacio appassionato tra i due viceministri del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Un lavoro, quest’ultimo, che emula ‘Kissing coppers’ di Banksy.

L’opera in via Ventimiglia è chiaramente ironica e si riferisce al dietrofront degli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana che si sono scusati con i cinesi dopo la valanga di critiche per lo spot che doveva pubblicizzare un evento kolossal in Cina a che, al contrario, ha provocato la cancellazione dei prodotti del brand Dolce & Gabbana dalle principali piattaforme di vendita online cinesi per pesanti accuse di razzismo e sessismo.

Gli stilisti sono raffigurati come due ristoratori cinesi in abiti tradizionali e con in mano, Stefano, una pizza e un cannolo siciliano, Domenico, un piatto di pasta e delle bacchette nere.

In via Tortona, invece, sulla parete del MUDEC ho notato tre installazioni, tutte dell’artista milanese Cristina Donati Meyer, non certo nuova a “incursioni” artistiche, che lei stessa chiama “artentati”. Tutte e tre lanciano messaggi forti.

La prima è intitolata ‘il ratto di Banksy’. Con il ‘ratto di Bansky’, Meyer trasforma il MUDEC nella Banda Bassotti che, rubando il quadro più rappresentativo di Banksy – “il lanciatore di fiori”, ruba quindi l’arte di Banksy. 

Meyer infatti protesta contro la mostra “The Art of Banksy, a visual protest” (non autorizzata dallo stesso Banksy) e prova a far riflettere sulla privatizzazione dell’arte pubblica che, secondo lei, viene “tradita” se esposta in musei o altri luoghi aperti ai visitatori. Secondo Meyer infatti l’arte deve essere contro il potere e dare fastidio allo status quo, altrimenti non può definirsi arte.

Il secondo manifesto ripropone la foto del reporter David Lagerlöf, diventata virale: l’attivista svedese Tess Asplund che, nel 2016, protesta con il pugno chiuso alzato ad un corteo di 300 neonazisti nella città di Borlänge.

“Chi lotta contro il razzismo impara a convivere con la paura” – avverte Asplund. Ma precisa anche: “se questa mia immagine può far sì che più persone osino mostrare resistenza, allora è tutto buono…la gente deve unirsi e combattere il razzismo”. 

Il murale fa parte di una serie di sei installazioni (affisse in giro per Milano) della stessa artista e realizzati in occasione dell’8 marzo, Festa della donna. Installazioni che hanno tutte un filo conduttore: rappresentano donne che si sono ribellate, da sole, a sfilate neonaziste, repressioni poliziesche o parate para militari in Europa e nel mondo.

La terza opera si chiama ‘World Congress of Nazi Families XIII’. Il riferimento, fin troppo lampante, è al Congresso mondiale delle famiglie che si è svolto dal 29 al 31 marzo 2019 a Verona e ha alzato un polverone mediatico incredibile.

L’installazione, denominata “Verona 2019, ritorno al Medioevo. Attivismo contro” e replicata anche in Ripa di Porta Ticinese, a Milano e a Verona, nei pressi dell’Arena, è una dura critica alla “famiglia tradizionale” nell’accezione ariana e patriarcale del termine. La visione (assolutamente sbagliata e retrograda) secondo la quale la donna è solo fattrice e solo l’uomo lavora, il divorzio e l’aborto sono vietati, anche in caso di violenza.

Proseguendo verso BASE ho visto anche una sagoma di un fiore appassito disegnato su un muro e denominato ‘Born romantic’. 

C’è poi la bottiglia di aranciata – truffasi. L’opera è di Carlo Cercaro, che aveva già tappezzato il ponte degli artisti (ora chiuso) con tanti cartelli “Truffasi”.

In ultimo, ma non per ultima, è l’installazione del musicista Matteo Antonio Vaccari Sigismondi, in arte Sigis Vinylism, che raffigura il muso di un topolino. Fa parte di una serie di lavori analoghi denominati ‘Rats’. I musi dei topini sono una rivisitazione di Mickey Mouse in cui si esaltano l’iconografia della bocca e gli altri materiali usati, tra i quali il vinile, dal quale deriva, appunto, il nome dell’artista.

Un ritorno alla Design Week tramite immagini che ha dato a tutti una certezza: quando si parla di design, arte e/o architettura (su qualsiasi superficie si esprima) regala sempre grandi sorprese. E anche l’anno prossimo, c’è da giurarci, ne vedremo delle belle. Arrivederci al 2020.