Ricordo come fosse ieri quando, ormai nove anni fa, ero sulla Vespa di Marcello, mio compagno del laboratorio di progettazione del primo anno, su viale Sturzo arrivando dal cavalcavia di via Farini. Marcello è milanese e anche alquanto orgogliosamente patriottico. Forse per questo, una volta usciti dal cavalcavia e inquadrata nel raggio visivo la Torre Unicredit in costruzione, si prodigò in esclamazioni ricche di euforici paragoni tra New York e Milano piegando sulla Vespa come se fosse una Panigale V4.

Qualche anno dopo mi sono trasferito dal folkloristico bilocale di Porta Venezia in una casa un po’ pettinata proprio di fronte all’Armonica di via Fratelli Castiglioni. Insomma, da una finestra vedevo la torre Unicredit e da un’altra vedevo le residenze progettate da Cino Zucchi.

Nove anni dopo, con altri due traslochi fatti, non sono ancora riuscito a farmi un’idea del quartiere di Porta Garibaldi-Porta Nuova (così denominato nel PGT per Milano 2030), non tanto in senso assoluto, quanto in rapporto al suo recente passato e al quartiere Isola adiacente.

Personalmente ho trovato il quartiere vivibilissimo e piacevolissimo, per lo meno da nove anni a questa parte.

Tra tutte le parti del nuovo intervento ho sempre trovato alquanto piacevole percorrere in bicicletta la via delle Ville di Porta Nuova da Piazza Alvar Aalto a Piazza Lina Bo Bardi, sebbene mi sia interrogato più volte sui principi con cui siano stati decisi determinati allineamenti che, a mio avviso, potevano sicuramente essere risolti diversamente. Non ho mai capito, ad esempio, come siano state disposte e orientate le panchine del parco proprio sopra “The Mall”, sulla Promenade Varesine.

Mi è sempre piaciuta la varietà di attività che potenzialmente Piazza Gae Aulenti si presta a ospitare, dai tavoli da calcio balilla, che mi hanno fatto perdere innumerevoli pomeriggi, ai laser show, per non parlare delle crew ballerine che popolano la piazza e che di certo non erano state previste dai progettisti.

E soprattutto, adoro lo skyline che si vede dal balcone di casa mia al tramonto.

Tuttavia, mi interrogo spesso sulla necessità di svendere una zona così importante e centrale agli uffici dell’Unicredit e sul senso architettonico di questa specie di podio, le cui scale forse non me l’hanno mai reso troppo invitante. Ma al di là delle questioni architettoniche, mai giuste o sbagliate nell’assoluto, quel che più mi ha lasciato perplesso dell’intervento, stando alle voci raccolte negli anni, sono state le modalità con cui sono state svolte le operazioni.

Non mi riferisco alle moderne prassi urbanistiche frutto di dialoghi (tendenti al monologo probabilmente) tra il pubblico e il privato, generatori di piani urbanistici che sorvolano per l’occasione speciale leggi e indici che, per carità, possono essere di per sé giusti o sbagliati e che per questo possono variare da luogo a luogo e da legislazione a legislazione. Mi riferisco allo scarso coinvolgimento della popolazione locale che fin dagli anni ’70 si è dimostrata non proprio felicissima della politica che il Comune ha voluto attuare sull’area, vincendo, peraltro, contro di esso le battaglie intraprese fino agli anni 2000.

Che il quartiere fosse nel pieno degrado non è stato mai negato da nessuna di quelle persone che per esso hanno lottato e che ho conosciuto. Alcuni di questi, anzi, vedono una certa volontà istituzionale nel non aver agito per risolvere proprio quelle situazioni spiacevoli. Molte delle persone meglio addentrate nella questione Garibaldi-Isola le ho conosciute nel così denominato “Incubatore per l’arte”. Questo emblematico edificio rappresenta per me al meglio il processo di trasformazione dell’area di Garibaldi-Isola e ospita oggi quella che fu la Stecca degli Artigiani, lume e fulcro di vita positiva per quel quartiere malfamato che era Isola, demolito il 25 aprile 2007.

In mezzo a tutta questa confusione, nella quale mi rendo conto sia difficile prendere una posizione, resto semplicemente preoccupato di fronte all’apparente morte della critica urbanistica trasmessa dagli uffici stampa e assorbita dai cittadini, che si limita a critiche sull’altezza degli edifici e sul loro carattere estetico. Inezie, a mio avviso, di fronte a questioni politiche ed economiche che dovrebbero far riflettere la cittadinanza molto di più sui processi di modifica dei luoghi, sulle occasioni di miglioramento della città e sulle potenzialità degli spazi che, spesso, non vengono trasformate in atti positivi. Almeno non del tutto.