<<Quasi quasi taglio per di qua (ah sì, lì c’è l’Ostello Bello), così esco in Piazza Affari>>.

Seguono colorite esclamazioni di disappunto per aver sbagliato strada e aver allungato al posto di aver tagliato, con ennesima constatazione di quanto quella primaria abilità del sapersi orientare sia quasi totalmente da me non acquisita. Questo è quel che succede nove volte su dieci in cui mi trovo ad attraversare la zona di Milano delle Cinque Vie.

Il nome dell’area trae origine dal crocicchio dove via del Bollo, via Santa Marta, via Santa Maria Podone, via Santa Maria Fulcorina e via Bocchetto si incontrano. L’area, in piena Zona 1, è andata costituendosi, specialmente negli ultimi anni, come distretto dove design, moda e cultura fioriscono tra piccoli negozi, artigiani, gallerie e edifici storici; pochi questi ultimi considerato che questa è probabilmente la zona più antica di Milano, la quale ospitava il Forum Romano sull’isolato dove oggi sorge la Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana.

Nonostante sia assorbito dal nucleo del centro storico, il quartiere delle Cinque Vie ha guadagnato una sua autonomia, per lo meno a livello odonomastico, grazie anche all’omonima associazione no-profit che ne ha favorito il rilancio.

Anche dal punto di vista urbano la zona è abbastanza caratterizzata, in quanto raramente a Milano si incontra un dedalo di vie “strette” e irregolari come questo. Spicca per dimensione la via Bagnera (storicamente la Stretta Bagnera), uno stretto vicolo che divenne celebre nell’800 meneghino per un fatto di cronaca nera che vedeva protagonista tal Antonio Boggia, muratore rimasto negli annali come il Mostro della Stretta Bagnera, che, forse per deformazione professionale, murò quattro cadaveri di persone, dopo averle uccise, proprio in un magazzino della via Bagnera.

Tra i tesori storici troviamo la già citata Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana, con i suoi capolavori, e la chiesa di San Sepolcro, fondata già nel 1030 e rimaneggiata pesantemente nel corso degli anni, che nella cripta conserva resti di pavimentazioni romane, appartenute al foro romano. Nella piazza Borromeo, si trova invece l’omonimo Palazzo Borromeo, di impostazione tardo-gotica anch’esso rimaneggiato in diversi momenti e gravemente danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, che distrussero gran parte dell’area.

La seconda guerra mondiale, oltre ad aver distrutto gran parte del quartiere delle Cinque Vie, interruppe le operazioni di sventramento del centro storico che si stavano intraprendendo immediatamente prima del suo scoppio. Anche per questo (e non solo per il mio pessimo senso dell’orientamento) la zona sembra essere particolarmente disordinata e incompleta. Il che è un male, certo, ma non sempre, almeno secondo me.

Ad esempio, in via del Bollo, c’è un angolo vuoto, transennato e incompleto. Qualcuno grida <<Degrado!>>, qualcun altro mormora <<Sciatteria!>>, i meno originali dicono <<Che brutto!>>, i green vorrebbero un parco, mentre ad un certo punto spunta fuori perfino il render di una palazzina “vecchia Milano”, che mi ricorda con disgusto un restauro stilistico ottocentesco a mo’ di Viollet-Le-Duc. Quell’angolo è, per me, testimonianza di qualcosa che trascende l’immagine di un centro storico pieno di sampietrini, odiose aiuole e ringhiere decorate, perché parla di un bombardamento, di una guerra e di quel dimenticato sansepolcrismo, embrione dei Fasci italiani di combattimento, che nacquero, guarda un po’ il caso, a due passi da via del Bollo, a Piazza San Sepolcro (appunto) durante l’adunata del 23 marzo 1919.

Certo, non amo neanche io quella recinzione da cantiere mai iniziato e mi piacerebbe molto di più che quel buco venisse valorizzato. Ma tutto sommato poteva andare paggio, poteva sorgere una bella palazzina, indecentemente rispettosa delle altezze degli edifici confinanti e imitatrice di uno stile appartenuto ad altre epoche e culture, come la facciata tipicamente (leggasi l’ironia) romanica ottocentesca di San Sepolcro. Come se, abitata la prima caverna, l’uomo avesse dovuto continuare a abitare caverne uguali. E così, un po’ triste perché nel 2019 c’è chi ancora parla di bello e di brutto come di concetti universali, chi vorrebbe riempire i pavimenti di comodi sampietrini e ciottoli di fiume, mi consolo perché almeno il buco in via del Bollo c’è ancora, ringraziando le inefficienti amministrazioni pubbliche.