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Per chi non lo sapesse, Design4mi è l’evento-progetto di fine corso creato dagli studenti del modulo “Turismo Culturale e Sviluppo del Territorio” della Cattolica di Milano. Perché ne parlo? Quest’anno, per la settima edizione, a pochi mesi dal Fuorisalone, l’evento si è arricchito di presenze e interventi, permettendo ad artisti come Kicco del gruppo Cracking Art di raccontare il proprio lavoro creativo.

Il movimento internazionale della Cracking Art nasce a Biella il 30 maggio 1993 con la firma del manifesto detto “di fine millennio”, che ne sancisce la filosofia e gli intenti. Omar Ronda ne fu l’ideologo (artista e gallerista venuto a mancare lo scorso dicembre).

Il termine cracking deriva dall’inglese to crackche vuol dire “spaccarsi”, “cedere”, “incrinarsi”. Nell’industria, il cracking è un processo che serve a trasformare il petrolio in virgin nafta, base per migliaia di prodotti di sintesi, quali la plastica. Per gli artisti di questa corrente, “Cracking è quel processo che trasforma il naturale in artificiale, l’organico in sintetico”. La scelta del termine fa quindi riferimento a un duplice intento del gruppo: da una parte di proporsi come un’innovazione e una rottura con la tradizione artistica; dall’altra per evidenziare il forte divario tra materia naturale e artificiale.

Non è un caso che le opere del gruppo siano costituite principalmente da riproduzioni di animali in plastiche riciclabili, a dimostrare il profondo sentimento ambientalista, ma anche l’attenzione alle innovazioni tecnologiche. Sottrarre la plastica alla distruzione tossica per l’ambiente, e allo stesso tempo generare opere capaci di un forte linguaggio estetico, che richiami all’armonia con la natura.

Durante l’evento di Design4mi, lumache, suricati, rane colorate invadono le sale e i corridoi di passaggio del Museo della Scienza e della Tecnologia “Leonardo Da Vinci”. Anche il passante più disattento non può fare a meno di avvicinarsi, sorridere, e accorgersi del paradossale accordo con il resto. E forse è proprio in questo che sta la forza comunicativa di queste opere: neppure l’ambiente museale annienta la capacità dell’oggetto di fare costante riferimento alla contemporaneità storica e culturale, al di là di quella artistica.

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