Molti di noi ci passano ogni giorno, senza farci caso. Altri magari hanno avuto solo qualche occasione di camminare sui caratteristici pavimenti di gomma nera, o di appoggiarsi a quelle strane pareti di pseudo-marmo un po’ retrò, senza nemmeno notarle. Sto ovviamente parlando della Metropolitana Milanese, un progetto contaminato dal tempo e dall’uso, ma che nasconde una storia che ha il sapore della Milano vibrante degli anni ’60, e dell’humus culturale che li caratterizzava. Già, perché la nostra MetroMI ha un sacco di cose da raccontare. Il progetto venne assegnato nel 1962 allo studio Franco Albini Associati, che a sua volta coinvolse figure illustri del mondo dell’architettura come Franca Helg e Antonio Piva. Da queste menti nacque un’idea completamente nuova: invece che nascondere la natura sotterranea del luogo- come era avvenuto per le metropolitane costruite fino ad allora, piene di ghirigori e segnaletica pseudo-stradale- Albini e Helg decisero di dare vita a uno spazio che non somigliava affatto al “mondo di sopra” e che tuttavia avrebbe rappresentato un ambiente confortevole per chi ci transitava.

Gran parte dei materiali che oggi vediamo vennero ideati appositamente per la Linea 1, a partire dagli iconici pavimenti in gomma nera col disegno “a bolli”, realizzati ad hoc da Pirelli, con la quale Franco Albini collaborava già da anni. Si trattava di pannelli pensati per attutire il rumore dei passi accrescendo il comfort delle stazioni e contemporaneamente per essere di facile sostituzione in caso di usura. Comunque, laddove non hanno lasciato il posto a quelle fastidiose piastrellone, ancora resistono tenacemente. Fateci caso. Un’altra invenzione furono i pannelli in Silipol, una miscela molto resistente di cemento e polvere di pietre, graniti e marmi vibrati, con cui furono rivestite le pareti delle stazioni storiche della Linea 1. Durante la Milano Design Week 2017 l’azienda pavese MariottiFulget ha riproposto lo storico rivestimento rivisitato in chiave contemporanea, con un bellissimo progetto di DWA Design Studio. Un consiglio: dateci un’occhiata, ne vale la pena. Le panchine e le scale furono realizzate in pietra – il serizzo- un vero lusso se paragonata alla plastica o al metallo di quasi tutte le stazioni metropolitane. Quando all’università mi spiegarono il progetto della Linea Rossa, rimasi molto colpita da quest’ultimo dettaglio: mi parve che la metro fosse stata concepita come una sorta di “caverna” contemporanea, una cosa un po’ radical se ci pensate. E non è finita. Franco Albini progetta i caratteristici corrimani con l’obiettivo di creare una continuità visiva tra le singole fermate: un fil rouge visivo (è proprio il caso di dirlo) che lega tutti gli aspetti del progetto, e che riprende il tracciato della Linea rossa (e della Verde poi) sulle mappe cartacee. L’iconica forma “a punto interrogativo” della parte finale del corrimano era il risultato della ricerca che il duo Albini-Helg stava sviluppando in quegli anni sulla rilettura del tubo metallico ispirato ai ponteggi prefabbricati, che già avevamo visto applicata nel telaio della poltrona Tre Pezzi del ’59. Nel 2014 Cassina proporrà un’edizione speciale proprio di questa seduta, per celebrare il 50° anniversario della Linea 1 della Metropolitana di Milano.

Albini capì subito l’importanza di creare un sistema omogeneo, coerente in tutte le sue parti. Per questa ragione il gruppo di progettisti decise di rivolgersi A Bob Noorda, professionista della grafica, per affrontare il tema della segnaletica. Noorda, che all’epoca lavorava come art director per Pirelli, inventò un sistema di scrittura ad hoc, in modo che le informazioni nelle stazioni fossero ben visibili da dentro le vetture. Riprese il motivo del corrimano progettato da Albini e Helg trasformandolo in una banda continua rossa, opaca e non lucida. Per garantire la maggiore leggibilità possibile, Noorda ridisegnò a mano i 64 caratteri dell’Helvetica, dando vita ad un font nuovo che prese il nome di Noorda, oggi visibile in tutte le stazioni. La grande attenzione all’utenza, che si tradusse in un lavoro di progettazione svolto sul campo, fu uno degli aspetti fondamentali del progetto, e si vede. Anche oggi, tra toppe e rattoppi, abbiamo l’impressione che qualcuno si sia messo nei nostri panni e abbia pensato a un sistema apposta per accoglierci. Perciò grazie Maestri, perché nella Metro di Milano non ci si perde proprio mai.

Si capisce quindi che la metropolitana meneghina è stata concepita un po’ come un’”opera d’arte totale” dei nostri tempi. Sarà un progetto talmente riuscito che Bob Noorda verrà chiamato insieme a Massimo Vignelli a New York, per ridisegnare le mappe e le segnaletiche di quella complicatissima subway, sul modello milanese. Oggi, anche se sepolto sotto interventi non proprio azzeccatissimi, ancora si intravede quel gioiello del design. Perciò chissà, dopo aver letto questo articolo magari anche voi la guarderete con occhi curiosi. Tanto la prendiamo tutti i giorni, perciò, già che ci siamo…