Lorenzo De Rosa ed Ernesto Iadevaia hanno fondato Sovrappensiero Design nel 2007, poco prima che l’ondata devastante della crisi economica si abbattesse sull’Europa e sul mondo. L’hanno affrontata così bene che oggi sono riconosciuti tra i designer emergenti più interessanti del panorama italiano, e il loro portfolio conta collaborazioni con aziende come Bialetti, Mamoli, Vibram, Corraini e tante altre. Oggi una seconda crisi minaccia di affossare la nostra economia (e la nostra quotidianità) ma loro, dicono, hanno le spalle larghe e si stanno preparando al cambiamento riflettendo sulle sfide che il design dovrà affrontare.

Quello di Sovrappensiero è un design semplice e sincero, ma mai banale o scontato. Progetti come il barattolo del caffè Bialetti, in cui il rotondissimo cucchiaio invece che perdersi in mezzo al caffè si aggancia al coperchio – pensato a sua volta per non disperdere nemmeno un granello – ci fanno innamorare di un rito quotidiano grazie a piccole ma fondamentali intuizioni. Di un progetto come Furnature, invece, ci emoziona la potente riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente che abita: un’invito alla scoperta della natura si mischia al prefabbricato industriale, dando vita ad una serie di arredi che potrà funzionare solo se chi li usa darà il suo contributo andando alla ricerca degli elementi naturali mancanti. Grazie al lavoro di Sovrappensiero, che lascia parlare le cose senza imporre a priori una cifra stilistica, scopriamo che gli oggetti possono essere grandi poeti.

Qualche settimana fa il duo ha lanciato via Instagram il progetto Stay Home and go somewhere, diventato virale in poche ore: Somewhere, come lo chiamano gli autori, sfrutta la Realtà Aumentata per portarci ogni giorno da qualche parte, “da qualsiasi parte”, purché sia fuori dalle quattro mura all’interno delle quali siamo confinati in queste settimane. Il progetto funziona perché è un’idea leggera e alla portata di tutti. Basta stampare un marker, avere un po’ di scotch con cui appenderlo al muro, e spazio sufficiente sul telefono per scaricare ArtVive, l’app attraverso cui avviene la magia: la parete si trasforma in una finestra virtuale sul mondo e ogni giorno offre un panorama diverso, in cui la natura è sempre protagonista. Qualche giorno fa ho incontrato Lorenzo ed Ernesto su Skype, e a partire dal loro ultimo lavoro gli ho fatto qualche domanda sulla loro visione del design in tempi bui come quello che stiamo vivendo. Ne è emersa una lezione importante: continuare a fare quello che facevamo prima è come far finta di niente.

Guardando il vostro lavoro viene da pensare che il Design sia qualcosa che vi viene naturale, come un’intuizione, una scintilla che nasce spontanea. Da dove nasce la passione per il design e quali sono stati i percorsi che vi hanno portato dove siete ora?

Lorenzo De Rosa: Quello che hai notato è giusto. Quando ci approcciamo a un nuovo progetto – anche se non viene così facile e naturale come sembra – vogliamo che sia intuibile il percorso o la narrazione che c’è dietro. Cerchiamo sempre di fare in modo che l’esistenza di un progetto sia giustificata. Non si parla mai di stile o decorazione, noi parliamo di stratificazione di significati. Ci sono diversi “layer” negli oggetti: c’è il layer funzionale, c’è quello estetico, ma poi ci sono anche altri strati, che sono quello narrativo, quello simbolico… Per noi gli oggetti devono raccontare delle storie, devono avere un pretesto giustificato per esistere. Per fare questo un po’ partiamo dalla storia stessa dell’oggetto, un po’ cerchiamo ispirazione nei gesti quotidiani ma anche nell’arte, nella natura.
Ernesto Iadevaia: Aggiungo che noi facciamo parte di una categoria di designer che non hanno un’estetica molto definita. Siamo in due, abbiamo due mani diverse, e a differenza degli altri studi, non ci esprimiamo con un linguaggio estetico, ma con un pensiero che è sempre frutto di ragionamenti fatti da due persone. Ci conosciamo dall’università, abbiamo fatto tutti gli esami insieme e piano piano abbiamo costruito Sovrappensiero lavorando la notte, e di giorno per altri studi. I progetti sono sempre nati da ragionamenti molto forti che hanno introdotto questa narrazione nei nostri prodotti. Il nostro segno “estetico” è il pensiero.

Nelle ultime settimane avete lanciato un progetto, condiviso e ricondiviso sui social, che si chiama Stay home and go somewhere. È un’idea semplice, ma ha avuto molto successo. Come è nato, e perché secondo voi ha funzionato così bene?

L: Noi in studio stavamo già sperimentando con la Realtà Aumentata per altri progetti, poi si è fermato tutto e ci siamo ritrovati in quarantena, abbiamo annullato un viaggio che dovevamo fare con altri due amici. Ci siamo chiesti, chissà quanta altra gente starà annullando viaggi. Ci siamo ritrovati tutti in casa, da un lato avevamo in mano questo esperimento (con la tecnologia ndr) che stavamo conducendo, dall’altro la situazione ha spinto verso un progetto che fosse utile in questo periodo. Questo è un po’ quello che sta succedendo a molti progettisti: lo stato di diversità e di necessità che viviamo genera esigenze che sono sì immediate e di emergenza, ma poi ci sono anche esigenze più umane. Secondo me è andata bene perché ha creato un po’ una magia: anche se sappiamo che è digitale, vedere all’improvviso proiettato sulla parete un luogo diverso ogni giorno, è qualcosa che conserva un impatto magico secondo me.
E: In più il canale digitale in questi mesi di quarantena è un canale fortissimo, e questo progetto in qualche modo sfrutta tutto il suo potenziale, a partire dalla fruibilità sui social, fino alla Realtà Aumentata. Sono temi di cui possiamo parlare oggi e capirli anche di più. Per dire, io penso spesso che fino all’altro ieri non conoscevo Meet o Zoom, e oggi sono strumenti con cui parlo con mia nonna. Quindi tutto questo mondo digitale in qualche modo ci sta aiutando, c’è stata anche una sorta di trasformazione di quelli che sono gli strumenti con cui ci facevamo solo i selfie o al massimo una riunione di lavoro, in qualche cosa di nuovo.Questo è poi un progetto molto semplice, che cerca l’evasione in maniera leggera. Mentre tanti progetti in questo momento si portano dietro il peso, le paure, le ansie che il Covid ha introdotto nel nostro quotidiano, Somewhere ha avuto la fortuna di essere un progetto senza troppe pretese, che crea una piccola distrazione nel quotidiano. Quindi diciamo un po’ il canale digitale e poi la sua semplicità gli hanno dato forse molta fortuna.

Un design d’evasione di cui c’è molto bisogno in questo momento. Invece adesso a cosa state lavorando?

L: I progetti più legati al Salone del Mobile e all’arredo sono sospesi, mentre un po’ di progetti vanno avanti, va avanti l’insegnamento, la didattica. Come ricerca quella della Realtà Aumentata è quella che stiamo portando più avanti. Come ti dicevamo prima cerchiamo di stratificare layer anche narrativi e simbolici sugli oggetti, e immaginiamo che si potrebbe sviluppare un ulteriore layer che è quello digitale, della Realtà Aumentata, anche su oggetti fisici. Questa era la pre-ricerca da cui è nato il progetto e che va avanti anche per una strada parallela in studio.
E: In più stiamo vivendo delle giornate in cui cambiano tantissime cose, dalle informazioni dei contagiati, al tipo di mascherina da utilizzare, chi chiude, chi apre, quando potremo uscire, ecc.…viviamo tantissimi cambiamenti, anche emotivi, stiamo iniziando a capire che la nostra vita quotidiana cambierà, e questo sta instaurando in noi dei ragionamenti verso progetti futuri. In questo momento non sappiamo ancora definirli, però mentre cerchiamo di conservare quello che stavamo costruendo in studio pre-covid, stiamo anche cercando di capire quale sarà il nostro ruolo nel futuro e in che modo intervenire nel post-covid. Come cambierà il nostro lavoro di progettisti è un tema che in questo momento un po’ ci affligge e un po’ ci incuriosisce, e sono discorsi che stiamo affrontando anche con altri colleghi.

In questo momento infatti si è creato un nuovo contesto di emergenza, ma ci sono anche nuovi “scenari estetici” a cui attingere, ci sono nuovi bisogni, nascono nuove riflessioni, poi ci sono queste nuove tecnologie che avete menzionato: c’è tanto materiale per un progettista. Come sta cambiando il design e, con lui, il lavoro di designer?

L: È complesso, perché il design è da sempre il progetto delle cose che ci accompagnano nel nostro quotidiano; il nostro quotidiano cambia, cambiano anche gli oggetti che ci circondano, e il modo di vivere. Quindi, se da un lato ad esempio il Salone del Mobile è fermo, però c’è veramente tanto da fare. Già molte aziende hanno convertito le loro produzioni, chi faceva packaging ha iniziato a fare mascherine, chi faceva la vodka ora fa alcol disinfettante: è bene avere questa flessibilità, sia a livello di struttura ma anche mentale. Continuare a fare quello che facevamo prima è quasi da irresponsabili, è come far finta di niente.Per noi è importante andare oltre queste esigenze immediate e pensare a come sarà la vita dopo, perché non ci sarà un immediato ritorno alla normalità ma forse per un anno continueremo a sentire il peso della distanza sociale, dell’infezione batterica, a pensare che quando parli con un’altra persona ti sta “sputando addosso”. Insomma, i temi sono anche questi: dal punto di vista umano, come faremo ad accorciare questa distanza sociale che ci è stata imposta? Questo può essere un tema come ce ne sono tanti: quello dell’emergenza è chiaro, esiste, ma ci sono anche temi più delicati, legati alla quotidianità.

Nel vostro portfolio c’è un progetto a cui siete più affezionati degli altri?

L: Difficilissimo. Nel nostro portfolio ci sono sia progetti legati alla produzione industriale, sia progetti che sono più di ricerca. Danno soddisfazione in modo diverso. Quelli di ricerca danno la possibilità di sperimentare, di raccontare il futuro, di raccontare la nostra filosofia al 100%. Tra questi Furnature è un progetto a cui siamo molto affezionati: racconta il modo in cui potrebbero essere realizzate le cose, in nuovi scenari. Il legame con la natura, il territorio, la personalizzazione, la semplicità di produzione: c’è un po’ tutto del nostro pensiero. Però sono progetti che trovano una diffusione tra musei e gallerie, e restano un po’ speculativi. I progetti industriali invece, come quelli per Bialetti, che poi la gente usa, li ritrovi nelle case, nelle serie tv, danno un altro tipo di soddisfazione. Tra quelli di produzione industriale forse il mio preferito è il barattolo del caffè per Bialetti, perché c’è una piccola intuizione funzionale che è comprensibile da tutti, e poi si tratta di una grande azienda.
E: Mi riallaccio un attimo alla domanda di prima: noi siamo nati come Sovrappensiero durante la crisi economica, ora ne stiamo per affrontare un’altra, quindi mi sento anche un po’ con le spalle larghe nel pensare che se abbiamo affrontato quella, affronteremo anche questa. E il nostro primo progetto, quello che ci ha portato a ragionare su qualcosa di nuovo, a chiederci cosa potesse essere davvero Sovrappensiero, è stato il progetto per non vedenti (Design for the Blind), che abbiamo esposto al Salone Satellite (2008). Nonostante ogni volta che lo riguardo mi chiedo come abbiamo potuto disegnare delle cose in quel modo (e ride ndr) però, tutti i pensieri, tutti gli sforzi che sono stati fatti, di notte, dietro a quel progetto, senza guadagnare nulla, sono stati dei ragionamenti che in qualche modo hanno costruito l’identità di Sovrappensiero, e ci hanno portato a mettere quel pensiero in più, quella narrativa o quella logica che dicevi tu prima, anche all’interno di progetti industriali. Quindi direi che forse quello è il progetto a cui sono più legato perché è stato quello che in qualche modo ha creato l’identità di Sovrappensiero. Facendo un parallelo, forse il progetto a cui lavoreremo in questa nuova crisi ridarà una nuova identità, una nuova linea di pensiero allo studio.

Un’ultima domanda, in cui vi faccio diventare un po’ “visionari”: subito prima del lockdown ho recuperato in un mercatino un libro insolito che si chiama Reportage del XXI secolo. È un testo del 1957 in cui viene chiesto a diversi esperti e scienziati di immaginare il proprio settore nel 2007, cioè dopo 50 anni. Allora io vi giro questa domanda: qual è la vostra visione del Design tra 50 anni?

L: Se riguardi indietro a 50 anni fa, e poi pensi al mondo tra 50 anni, sicuramente riesci a immaginare che la gente continuerà a vivere nelle case, e nelle case ci saranno dei mobili, delle sedie, dei tavoli, quindi il design dell’arredo cambierà poco, cambierà stile, ma cambierà poco. Io credo che invece da un punto di vista più generale ci sarà più intreccio con altre professionalità, sia dal punto di vista del digitale (come la sperimentazione che stiamo facendo) ma anche in altri settori come l’urbanistica, le scienze…visto che ormai il Design è una disciplina riconosciuta in tanti campi, la collaborazione con altri settori sarà sempre più importante e profonda. E questo offrirà anche nuovi modi di approcciarci alle problematiche: ad esempio, la carenza di respiratori è stata risolta parassitando a un altro oggetto, che è la maschera da sub di Decathlon. Ecco, credo che riconosciuto il valore di questa professione riusciremo a lavorare anche in altri campi, non solo nell’arredo.
E: Sono d’accordo. Mi viene da dire anche che probabilmente il Design non cambierà mai, sono i designer che devono cambiare. Nel settore dell’arredo ora stiamo vivendo un momento storico in cui, ad esempio, non tutte le case sono adeguate per questa forzatura, per questa “prigionia” che ci viene imposta.Quindi io spero che tutto questo porti a un cambiamento forte e profondo nel pensiero e nella visione del futuro: proprio per chi è progettista, riuscire a sperimentare e a vedere un po’ più in là del presente potrebbe essere un buon esercizio per il futuro. Fino a ieri eravamo tutti lì a disegnare la sedia che doveva arrivare al Salone del Mobile, che c’è ogni anno, e saremmo arrivati con una sedia uguale alle altre, che alla fine magari non sarebbe andata mai in produzione; invece pensare a strutture per delle abitazioni che prevedessero situazioni come questa sarebbe stato un pensiero molto più utile, giusto e rivolto al futuro, no? Non so cosa sarà il Design, o cosa sarà il mondo tra 50 anni, però quello che vorrei è che i designer iniziassero a pensare a degli scenari futuri, anche un po’ spaventosi come questo, cercando di risolvere delle situazioni anziché rincorrere solo dei trend. Quindi non so se il Design o l’industria cambieranno mai, però spero che i designer in primis possano cambiare.

Il progetto Stay home and go somewhere è gratuito, e per scaricare i marker basta scrivere a Sovrappensiero tramite il loro profilo Instagram. Gli altri progetti invece li trovate qui.