Non è la prima volta che io e Luca Nichetto ci sediamo ad un tavolo a chiacchierare, ci ricordiamo subito lo scorso settembre quando ci siamo trovati entrambi a Venezia durante la Biennale e per poco non ci siamo fatti la classica “ombra de vin” insieme ad un bar. Questa volta invece ci incontriamo a Milano in via Savona, il padrone di casa è Marcel Wanders e la location è lo spazio MOOOI durante il Salone del Mobile.

D. Siamo molto curiosi di sapere che cosa ci racconterai in questo Salone del Mobile, mi sembra che questo sia stato un anno impegnativo, con un numero di prodotti alto e una mole di lavoro non indifferente.

L. A livello di prodotto è più o meno quello che presentiamo ogni anno, la differenza quest’anno è che li abbiamo divisi a metà tra la settimana di Stoccolma, dove abbiamo presentato nove nuovi prodotti e un’istallazione di più di 2000 metri quadri e il Salone del Mobile di Milano, dove presentiamo i successivi dieci. È chiaro che venti nuovi prodotti all’anno comportano una grossa mole di lavoro, anche se c’è qualche eccezione, qualche progetto cominciato un po’ prima. La cosa interessante è che all’interno dello Studio Nichetto cerchiamo sempre di calarci molto nel DNA delle diverse aziende con cui collaboriamo.

D. Ho visto nelle preview che che ci avete inviato che c’è sempre un filo conduttore, il linguaggio dello Studio si riconosce indipendentemente dal tipo di oggetto o di azienda per cui progetti e questo è un aspetto sempre più ricercato all’interno del lavoro di un designer.
C’è un progetto fra questi che ti ha appassionato in modo particolare?

L.  È sempre molto difficile parlare di un progetto in particolare perché tutti hanno un loro senso di esistere, ma diciamo che quest’anno mi ha interessato molto il lavoro fatto con Tubes perché esula da tutta una serie di prodotti che abbiamo già realizzato precedentemente si sposta verso il mondo dell’industrial design, pur mantenendo un certo peso specifico legato all’estetica della casa. Abbiamo creato questa sorta di scaldabagno 2.0 che è anche un purificatore d’aria, che viene controllato in remoto con un’app e che ha un’estetica tale da poter essere utilizzato in molti ambienti differenti senza uscire dal contesto che lo accoglie. È stata un’esperienza nuova e come tutte le novità ha acceso molto la nostra curiosità sul risultato finale.

Astro – Tubes

D: Dopo più di 25 anni di attività, quali sono attualmente suoi principali obiettivi come progettista?

L. Camminiamo all’interno del tempo, cambiano le tecnologie e cerchiamo sempre di capire come cambiano le persone, come interagiscono col sistema ambiente. Personalmente cerco di portare sempre un concetto di novità pur mantenendo una tipologia classica, cerco sempre e costantemente di inserire in ogni progetto un’innovazione che sia visibile, in fatto di materia, di funzionalità, di eco sostenibilità; cerco sempre di aggiungere quel qualcosa in più che può far sì che quel prodotto funzioni meglio di un altro, il mio non è soltanto un approccio formale.

D. Però sei sempre formale come tipo di approccio, è un elemento sempre molto presente…

L. Per me la forma è importante ed è collegata a quello che voglio trasmettere in quell’oggetto, cerco sempre di mantenere un aspetto estetico che abbia una sua eleganza, che per me è un concetto molto importante. Allo stesso tempo mi rendo anche conto che nel mondo che ci circonda, specialmente nel mondo del furniture, si parla sempre meno di design e ci si sta avvicinando sempre più ad uno stilismo sofisticato, con punte di vera e propria cosmetica.

D. In effetti mi ricordo che nel triennio 2010/2013 c’era una vaga tendenza a ripresentare gli stessi progetti in nuovi materiali e nuovi colori, in attesa di non so che…

L. Esiste ancora un’alta percentuale di questo tipo di oggetti sul mercato e sono sicuro che l’attesa riguardi l’innovazione tecnologica: parlare di vero design è molto difficile al giorno d’oggi, siamo arrivati a saturare il mercato in termini di quello che la tecnologia poteva offrirci e quindi non avendo più un’innovazione tecnologica che permetta ai creativi di esprimersi in nuove direzioni ci si scontra con uno scenario immobile. Così non accade nel mondo dell’illuminazione, dove la tecnologia LED ha portato un’enorme rivoluzione su come si può disegnare una lampada sia dal punto di vista funzionale che estetico.

Legato – Matter made

D. Credo che l’ultima innovazione tecnologica sul furniture possa essere considerata la plastica rotazionale oppure, più recentemente, la stampa 3d.

L. Ritengo che la stampa 3D sia ancora prematura e abbia ancora dei costi troppo alti, manca quella rivoluzione tecnologica che abbiamo conosciuto negli anni ‘60 e ‘70 dove l’utilizzo della poliuretano schiumato e della plastica hanno rivoluzionato il modo di vivere gli ambienti.  C’è da dire che in quel tempo l’industria supportava pesantemente la ricerca sui materiali, mentre oggi lo fa molto meno e si sa che il design è fortemente legato all’industria. Il fatto che un designer possa creare un processo o un materiale nuovo é un aspetto sicuramente molto interessante e infatti ci sono già delle nuove sperimentazioni come quelle Formafantasma ad esempio, che trovo molto innovativi. Finché non c’è il supporto dell’industria che rende questo processo un prodotto di massa però tutto questo rimane una pura sperimentazione.

D. Secondo te manca anche la spinta culturale per questo processo?

L. Certamente, ne sono assolutamente sicuro. Stiamo parlando di un momento in cui non ci sono più gli imprenditori che hanno una visione, che sono dei visionari. Ecco, per esempio qui siamo seduti a casa di un visionario (Marcel Wanders, ndr), che è riuscito a costruire un contenitore di pura creatività perché l’imprenditore in questo caso è anche un designer e quindi capisce perfettamente quali sono le esigenze di un designer. Manca perciò anche quel tipo di incoscienza imprenditoriale che portava ad assumersi dei rischi notevoli per creare un contenitore che rappresentasse la passione stessa dell’imprenditore.

Costellations – Kristalia

D. Quindi secondo te cosa spinge oggi il mondo del design?

L. Ma naturalmente il marketing. Mi ricordo una conferenza di Achille Castiglioni di quando ero studente quando diceva “Il marketing ucciderà il design” ed è un punto a cui stiamo decisamente arrivando; trovo conferma in tutte quelle situazioni dove vedo stylists improvvisarsi come designers 2.0, dove non c’è attenzione al prodotto ma solo al set, all’immagine, al post su Instagram. È un po’ un mondo virtuale fatto di rappresentazione, è come vivere in una società che io definirei “low resolution” a 72 dpi che da dieci metri di distanza sembra bellissima ma che quando mi avvicino e vado a 300 dpi espone tutti i suoi limiti.

D. Raccontata così, sembra che non ci sia speranza per i designers del futuro… cosa disegneranno i creativi fra 10 anni? 

L. Questa è senz’altro la grande sfida dei designer contemporanei: non più trovare nuove forme o nuove funzioni come all’inizio della storia del design ma magari riuscire a capire meglio quelli che sono i meccanismi che portano alla nuova vita un prodotto che poi abbia effettivamente rispondenza sulla vita delle persone. Facciamo un esempio: io mi metto in casa una sedia di Ikea che costa 20 Euro e che, per quanto bella possa essere, comunque è un prodotto entry level, poi mi stufo e mi raffino e quindi passo ad un’altra azienda con una sedia  medium level e poi passo a prodotti sempre più raffinati, fino ad arrivare al punto di cercare qualcosa fatto solo per me, che altro non è quello che succedeva nel pre-design!
La mia sensazione di fondo è quella che si arriverà nuovamente al tailoring, al prodotto su misura, al concetto cioè di creare un prodotto per quel cliente specifico, ed in questo senso l’artigiano potrebbe scavalcare nuovamente il designer.

Alphabeta floor – Hem