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Ho sempre pensato che esistono realtà creative di riferimento per chiunque abbia a che fare con il mondo del design e dell’architettura indipendentemente dal gusto, dalla geografia, dalla cultura e dall’estetica.  Una di queste realtà per me è senz’altro lo studio di Roberto Palomba e Ludovica Serafini che da più di vent’anni ci offre una visione eterogenea e ragionata di un design etico e personale.  DesignTellers.it ha incontrato Ludovica Serafini per uno dei nostri Teller talks contornato da un allestimento Driade, un incontro che è presto diventato un piacevole momento di scambio di idee.

D. La prima cosa che voglio chiederti è quella che mi incuriosisce di più del vostro studio: voi siete 2, 3, 10, 100, quanti? Svolgete un’attività veramente a 360 gradi con una quantità di collaborazioni incredibile. Ho visto quanti prodotti riuscite ad editare ogni anno e quanti allestimenti realizzate oltre ai prodotti. Quindi la prima domanda che da sempre ti voglio fare è: come ci riuscite? Come avete costruito il vostro mondo progettuale?

L. Mi piace fare spesso delle piccole retromarce: per esempio, adesso siamo qui in Driade dove abbiamo disegnato degli oggetti e siamo seduti sulla sedia Sissi. Ma siccome siamo degli architetti per noi questi oggetti sono pensati, progettati e subito contestualmente inseriti in uno spazio. Noi immaginiamo nello stesso momento l’oggetto e il microcosmo che lo contiene, per cui realizzare degli allestimenti non è poi cosa così difficile, credo che solo quest’anno ne siano stati realizzati otto differenti.

È un movimento fatto per estensione, te lo spiego prendendo ad esempio il corpo umano: una singola unghia fa parte di un dito, che con altre cinque forma la mano, che è attaccata ad un braccio, e via dicendo…  Quindi quando progettiamo un piccolo oggetto, quell’oggetto è inserito in tutto il suo corpo e noi immaginiamo una quantità di corpi infiniti, di mondi infiniti e di oggetti infiniti che vi sono contenuti. È forse più lungo raccontarlo e spiegarlo che non farlo, perché non c’è l’immediatezza dell’immagine.

Diderot e D’alembert affermano che un’immagine può esprimere molto più velocemente un concetto di cento pagine di testo e siccome noi disegniamo oggetti inserendo una sola informazione per volta, un unico valore per volta, i nostri sono oggetti molto poco decorati, sono oggetti che esprimono la semplicità dell’immediatezza, che è quello che più ci interessa.

D. E questo valore che voi inserite all’interno dell’oggetto lo scegliete a priori, volete lavorare su quel valore e quindi poi create un oggetto.

L. Lavorando per le aziende di solito facciamo ispirare dal materiale; disegnando per Kartell non possiamo pensare ad altre materie se non la plastica, in Driade invece possiamo occuparci sia della parte degli imbottiti che di quella in plastica, in Tubes, che è un’azienda di radiatori, non andremo mai a disegnare una sedia, in questo modo cerchiamo di approfondire e trovare una nostra lettura del DNA dell’azienda. Questa è un concetto forse banale a cui le persone spesso non pensano, ma per noi progettare è sempre un processo dedicato. Quando parliamo con un imprenditore di un nuovo brief, automaticamente leggiamo l’azienda e poi lasciamo scatenare la fantasia e la creatività.

D. Quindi voi declinate il vostro mondo progettuale secondo le diverse filosofie delle aziende.

L. Sempre, altrimenti oggetti così diversi e di tipologie così diverse non sarebbero riconoscibili sotto il nostro segno ed invece lo sono. Vuol dire che noi seminiamo, siamo dei seminatori, o meglio: siamo dei virus. Io lo dico sempre: un creativo è un virus, gli interessa creare un effetto virale di cambiamento e di trasformazione, dal momento che quello che già esiste non lo soddisfa e lo vuole cambiare.

D. Da una decina d’anni le maggiori aziende del design italiano attraversano un periodo storico particolare passando da una gestione familiare e un po’ padronale ad una gestione più di management e più attuale. Questo tipo di passaggio che risvolti ha per voi progettisti, perché un conto è avere un feeling diretto con un imprenditore e proprietario singolo ed un conto è rapportarsi magari con un pool di manager che prendono decisioni diverse.

L. È un passaggio delicato ma per ora assolutamente gestibile, perché le aziende del design sono ancora formate da esseri umani e con una struttura piuttosto semplice, sono aziende che partono da qualche decina di milioni di euro di fatturato fino ad arrivare a circa duecento. È più complicato nelle aziende internazionali più grandi, ad esempio quelle che trattano elettrodomestici, semplicemente perché il tuo interlocutore cambia: tu parli tre mesi con una persona e dopo tre mesi senza aggiornamenti sul progetto, all’improvviso cambia l’interlocutore, che normalmente non è aggiornato dal suo predecessore e quindi tutto il meccanismo si inceppa.

D. Ci sono dei mondi artistici da cui traete più ispirazioni che da altri? Arte, danza, opera lirica, avete mai ricevuto contaminazioni da questo tipo di realtà creativa parallela?

L. Direi sempre, anche se “sempre” è una parola che secondo me va usata in contesti molto limitati. Fortunatamente non viviamo in una gabbia chiusa, ma siamo continuamente esposti ad un processo di contaminazione e sono contenta che questo concetto passi a livello mondiale perché ormai tutti subiscono un grado di contaminazione totale; lo ritengo un grande dono dell’era moderna perché le chiusure secondo me non arrivano dalle persone ma arrivano dal mercato, inteso come fase successiva al prodotto.

Quando realizzi un prodotto artistico e questo prodotto viene venduto da persone che sono molto spesso chiuse, rigide, monolitiche, allora la contaminazione si ferma, ma noi utenti finali continuiamo a ricercarla tant’è che il nostro comportamento quotidiano non è rigido ma totalmente variabile. Roberto ed io usciamo una volta in abito da sera, una volta con i pantaloni sdruciti ma siamo sempre noi, l’atteggiamento rimane sempre uguale. Tutto quello che ha movimento è vero perché noi ogni giorno cambiamo e le persone che non si adeguano al cambiamento e alla contaminazione non evolvono.

D. Si dice che solo gli stupidi non cambiano mai idea.

L. Ma loro vincono sempre, non ti ci mettere mai in guerra, arrenditi prima che puoi.

D. La maggiore difficoltà per i creativi molte volte è comunicare il loro lavoro mentre voi siete dei creativi che dal punto di vista della comunicazione social non siete nemmeno 2.0, ma almeno 5.0. Che tipo di rapporto avete con la comunicazione dei social media?

L. La verità è che Roberto ed io siamo dei creativi ma siamo anche degli strateghi, non so perché ma siamo fatti così. Per me un architetto è colui che sogna una nuvola e poi quando realizza quella nuvola conosce perfettamente anche l’ultimo bullone che la tiene insieme. È un essere bipolare che da una parte è un sognatore puro e un perfetto teorico che non sa fare nulla, dall’altra deve padroneggiare perfettamente la tecnica per far sì che i suoi sogni e le sue teorie diventino una realtà fisica.

Perché questo avvenga si deve avere una visione strategica di quello che si fa e forse questo è il grosso problema tutti quei creativi che non hanno sviluppato quella parte manageriale che per noi è sempre stata istintivamente immediata. Siamo nati immediatamente con una visione di marketing della nostra attività e abbiamo sempre lavorato in questo senso sin dalle prime cose che abbiamo disegnato che sono infatti nate come collezioni e non come oggetti singoli, già più di 25 anni fa, quando le collezioni non erano uno scenario certo cosi comune come oggi.

Siccome un oggetto comunica la tua idea, il tuo pensiero, e una tua visione, per noi risulta naturale pensare anche a come quest’oggetto deve comunicare questi messaggi. Quando finisce un progetto? Quando trovi un’idea, l’azienda la produce, la vende, e l’idea viene comunicata, allora il progetto è finito; altrimenti resta un canale aperto e il cerchio non si chiude. Per questo motivo noi realizziamo anche i cataloghi in studio, perché così possiamo comunicare perfettamente l’idea originale che ci ha spinti a ideare quell’oggetto.

D. Dal momento che oggi siamo a casa di Driade desidero chiederti: come è cominciata la vostra collaborazione con quest’azienda e qual è stato il vostro primo progetto realizzato per il loro catalogo?

L. Ovviamente Driade per noi è una azienda molto importante, Enrico Astori è stato una persona fondamentale nella nostra vita. Mi ricordo che eravamo due giovani architetti a Roma ed io lavoravo già in uno studio di architettura, mentre Roberto era già molto appassionato di design e voleva assolutamente fare design. Ad un certo punto riusciamo ad avere un appuntamento per un colloquio con Antonietta Astori, Roberto la incontra, lei guarda i nostri disegni e gli dice: si, bene, ma lei sta a Roma, il design è Milano, se lei vuole conoscere le sfumature, i dettagli, l’impressione di un materiale o qualcosa del genere, lei deve venire qui. Al che Roberto torna a Roma e mi riporta questa idea e mi dice: cosa facciamo? Ci ho pensato su e gli ho risposto: ma sai che anche io voglio fare un’architettura molto più semplice, molto più lineare, molto più pulita? Andiamo a Milano! E abbiamo raccolto questo invito, ma perché questo e non un altro? Perché Antonietta Astori? Innanzitutto perché è una donna, è un architetto, e perché insieme con il fratello Enrico e alla cognata Adelaide sono riusciti a costruire un’azienda diversa ma con un grande progetto culturale dietro.

Quando poi siamo stati chiamati da Driade per disegnare le prime cose per noi è stata una grandissima gioia. Mi ricordo che c’era molto imbarazzo da parte nostra all’inizio ma abbiamo subito capito che dovevamo guardare il catalogo e decidere che cosa mancava in azienda. È cosi che è nato Fenix, che è stato proprio uno dei primi prodotti imbottiti usciti in un momento quando forse l’azienda non aveva quella cultura dell’imbottito che ha maturato oggi, per cui il primo Fenix era molto rigido, non era sfoderabile, tutte cose che nel mondo dell’imbottito non sono corrette.  Proprio quest’anno al Salone del Mobile abbiamo presentato una riedizione più attuale e sono molto contenta del risultato che abbiamo ottenuto.

D. Per concludere vorrei parlare con te di un progetto che mi ha colpito molto fin dalla sua nascita, la seduta Sissi. In un mondo che ha già progettato tutto, soprattutto nel mondo delle poltroncine in polipropilene stampato per esterno, questo oggetto appare con una grazia e un’eleganza rare. Mi racconteresti qual è l’idea che vi ha guidati?

L. Ti ringrazio per questa domanda perché mi permette di raccontarti una piccola storia. Recentemente una tua collega giornalista ha intitolato un articolo su di noi in un modo molto bello: Evident Design. Lei sostiene che i nostri prodotti hanno l’effetto di un innamoramento a prima vista, che quando accade nei confronti delle persone si chiama colpo di fulmine. Siccome con gli oggetti non può avvenire questo tipo di innamoramento, lei lo ha declinato come Evident Design.

Questa sediolina raccoglie dei codici molto antichi per cui non piace solo a te e a me, ma piace a tutte le persone che hanno lo stesso DNA; per esempio a tutte le persone europee, perché prima di tutto contiene un concetto di leggerezza che non è una leggerezza progettuale, ma è leggerezza emozionale e sensibile, ed è un oggetto leggero perché le donne, per esempio, la possono sollevare e muovere facilmente. Questa qualità visiva fa scaturire un senso di piacere psicologico perché questa leggerezza si contrappone all’idea di un oggetto pesante, scuro, tetro. Parlo di codici europei perché questo progetto nasce da un codice molto antico che è quello dell’esperienza Thonet, della curvatura del legno a vapore, ma ribaltato su un materiale differente ed insolito. Dato questo presupposto, noi abbiamo lavorato su una ristrutturazione di questi codici, perché un designer è un fondamentalmente un evolutore, non inventa niente dal nulla ma rilegge dei codici esistenti e li aggiorna, decriptandoli per renderli comprensibili e nuovamente fruibili.

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