Daniel Germani proviene dall’Argentina ed è il direttore creativo e il fondatore di Daniel Germani Designs, una firma specializzata in arredamento moderno su misura, design d’interni e ristrutturazioni architettoniche. Nel 2019 è stato nominato direttore artistico di Gandia Blasco, la storica azienda spagnola che produce iconici arredi per esterno da più di 30 anni.

Lo abbiamo incontrato in uno dei suoi molti passaggi per Milano e abbiamo soddisfatto qualche piccola curiosità in una chiacchierata molto amichevole ed informale.

DC: Bentornato a Milano, innanzitutto desidero farti i complimenti per la direzione artistica di una delle aziende più innovative dell’ultimo decennio, in che modo sei arrivato a ricoprire questo ruolo, qual è stato il processo?

DG: Ti ringrazio, è una storia a mio avviso interessante che è iniziata con il progetto delle sedute su cui siamo seduti adesso (SOLANAS, ndr) che abbiamo lanciato nel 2018 e che presentava molti meno pezzi, non era così sviluppata come lo è oggi.
Per poter lavorare con entusiasmo ed ispirazione necessito di connessione con le persone e quando ho iniziato a lavorare con Gandia Blasco è successo proprio questo.
La nuova linea che ho disegnato per loro ha avuto un notevole riscontro e per questo motivo la nostra collaborazione è stata un po’ una strada a due sensi. Il catalogo presentava una visione molto chiara e forse un po’ rigida, c’era un’estetica molto precisa e facilmente identificabile e io ho un po’ stravolto le carte inserendo nella collezione sia curve che colori, portando novità e freschezza. In questo modo la fiducia reciproca è cresciuta.
Io sono un architetto e un designer ma ho seguito anche un master per potermi occupare di business e grazie a questi studi riesco a pensare oltre al design, penso al tutto, alla parte commerciale e alla crescita dell’azienda.

DC: Trovo il discorso sulle direzioni artistiche un tema molto attuale, nell’ultimo anno soprattutto si è parlato di affidare la vision globale di un’azienda non più alla proprietà ma a dei nuovi ruoli specifici come l’art director.

DG: Ci sono due discorsi da fare: esistono la direzione artistica e la direzione creativa.
La direzione artistica si limita in un certo senso al brand come creazione del concept, quella creativa si spinge più in là, pensando anche a uno sviluppo dei materiali, dei tessuti, e tutto quello che serve all’azienda per restare sempre un passo avanti. La sfida è quella di essere sempre freschi, nuovi, riuscire ad essere propositivi. Attualmente non riesco a concentrami anche su altri progetti paralleli, mi occupo solo di questo.

DC: Immagino che far parte di un’azienda di stampo europeo possa essere molto stimolante grazie alla fitta rete di relazioni che bisogna saper creare e portare avanti nel tempo, con il mercato, le aziende, i diversi designers… Come colleghi la tua figura di direttore artistico alla tua carriera di designer? La tua estetica si sposa con quella dell’azienda o sono due strade parallele e separate?

DG: La mia identità è un misto di tutto, dato che ho un background molto diverso da quello europeo. Quando realizzo progetti di ristoranti, case e spazi pubblici posso fornire una chiave di lettura che segue un mio gusto, ma alla fine è importante adattare quello che si realizza ai gusti delle persone per cui si sta lavorando. Non mi piace assolutamente parlare di trend. “Trend” è ciò che hanno tutti. A me invece piace pensare a quello che non c’è. Infatti se mi chiedessi come disegno un prodotto, ti risponderei che sono un designer sicuramente molto formale, uso curve e colori in modo molto moderato. Per questo motivo lavoro con realtà molto diverse tra loro e per questo motivo non saprei descrivere precisamente la mia identità.

DC: Il fatto che un creativo non riesca a descrivere che tipo di lavoro fa, rispecchia il tempo in cui viviamo, probabilmente “indefinito”.

DG: E infatti è proprio indefinito! Io penso ad una collezione secondo un’idea malleabile. SOLANAS è stata concepita come una linea di interni ma realizzata poi per gli esterni. Se un giorno diventassi folle potrei creare in modo diverso, meno moderato e più spregiudicato, ma poi penso che se lo facessi il risultato sarebbero delle collezioni difficili da vendere. Quando penso a un prodotto che creo penso sempre allo sviluppo che può avere, e quindi anche a livello economico se sia vendibile o meno.

DC: Come vedi evolvere questa azienda nel prossimo futuro, diciamo tra cinque anni? Quali sono i tuoi piani? Soprattutto considerando questo cambio di immagine molto forte sui prodotti.

DG: Devo confessare che sono sempre stato innamorato del mondo estetico di Gandia Blasco e desidero fortemente che si riconosca sempre questo mondo, il mio lavoro non può e non deve cambiare l’anima più profonda.
Mi sono avvicinato a questa realtà perché ne ero innamorato, non mi è capitato e basta; è per questo motivo che voglio aggiungere a quell’estetica particolare la mia sensibilità per i prodotti d’interni e riuscire ad arrivare a un punto dove si vede ancora Gandia Blasco, con i suoi prodotti bianchi e squadrati, ma al contempo si vede un’altra parte di questo mondo.
Ho sempre sostenuto che un’azienda ha successo quando i clienti tornano anno dopo anno e desidero proprio questo, che le persone continuino a vedere sempre l’impronta Gandia Blasco ma diversamente, di anno in anno, in modo da costruire un catalogo senza tempo. Prendi ad esempio Ensombra, il parasole da esterno nato più di 20 anni fa; è un pezzo stupendo! È uno di quelli che non passerà mai di moda e racconta perfettamente la filosofia dell’azienda, come è sempre stata.