Delle minoranze e tribù nomadi mi affascina il senso di libertà e il rispetto dei propri ritmi a differenza della frenesia dei “tempi moderni”.

Non riesco a capire come mai questi popoli vivano in posti impervi e senza facilità quotidiane, ma forse questo sforzo è uno dei motivi che li aiuta a capire quanto sia importante non perdere le proprie tradizioni ed abitudini.

Le piccole comodità di ogni giorni ai quali siamo tutti dipendenti (dal riscaldamento ad internet), non sono capillarmente distribuiti, e queste minoranze continuano a provvedere alle proprie necessità secondo tradizione.

Eppure ci sono alcuni oggetti che un nomade ha sempre con sé. Oggetti personalissimi della quotidianità che sono necessari per compiere le azioni primarie. Come bere un bicchiere d’acqua. I Sapmi (la popolazione Lappone che si espande dalla Norvegia alla Russia) ad esempio portano sempre nello zaino una scodella con manico per bere. Legno intagliato, manico a due buchi per le dita e nessuna informazione riguardante data di nascita di questo oggetto che sembra attuale.

Le barriere politico-geografiche degli stati, che non rappresentano un grosso problema vicino al polo nord ma che diventa pericolosissimo sulla lama del confine tra India e Cina. Stiamo parlando delle popolazioni Tibetane che si sono stabilite tra i taglienti confini di Cina, India. Difficile essere indifferenti alle tensioni tra i stati in questi ultimi anni. Eppure i tibetani non si muovono.

Un secondo punto di forza della minoranza che vorrei sottolineare è il rispetto delle tradizioni che vengono tramandate. Gli oggetti di valore posseduti, vengono gelosamente tramandati di generazione in generazione. Ne è un esempio il tappeto, dote della sposa che diventa moglie questo manufatto di lana tessuta a mano e colorata con pigmenti naturali viene conservato e tramandato per secoli.

Vorrei infine riportare un ultimo punto che riguarda l’osservazione appunto. I nomadi, in quanto tali si spostano nei territori circostanti in cerca di condizioni migliori spinti dai bisogni primari, ad esempio la fame. Prendiamo quindi in esame la popolazione dei Masai che emigrava per cacciare, e per scegliere quale direzione prendere (più probabilmente per avvistare animali), osservavano. Ed osservano da un altro ‘punto di vista’ saltando sempre più in alto per scorgere cosa succede nell’arida pianura circostante.

Anche questo mi affascina delle minoranze e tribù nomadi, che quando trovano la perfezione nei gesti quotidiani la conservano e la tramandano nei secoli.